Il terzo mandato di Lula: da sinistra a globalista?

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di Peter Koenig

Domenica 30 novembre 2022, Luiz Inácio Lula da Silva – o Lula in breve, del Partito dei Lavoratori, di Sinistra – è stato eletto con un margine sottilissimo nuovo Presidente del Brasile.

Ha “vinto” le elezioni con il 50,83% dei voti contro il 49,17% del suo avversario (NYT 31 ottobre 2022), il presidente in carica Jair Bolsonaro, del Partito Liberale, di Destra, 38° presidente del Brasile, in carica dal 1° gennaio 2019.

Lula ha ricoperto in precedenza due mandati come Presidente, dal 2003 al 2010. Il Presidente eletto sarà inaugurato il 1° gennaio 2023 come 39° Presidente. Lula dovrebbe essere il primo Presidente brasiliano a ricoprire tre mandati.

Il margine di vittoria non potrebbe essere più sottile. Si potrebbe dire che rientra nel normale margine di errore di queste elezioni. In circostanze normali, un riconteggio potrebbe essere necessario.

Molto probabilmente Washington non lo permetterebbe, perché gli Stati Uniti hanno bisogno di un Presidente “di Sinistra”, come hanno “permesso”, o manipolato, nell’ultima ondata di elezioni in tutta l’America Latina.

Quello che forse la maggior parte delle persone non ha ancora capito è che Destra e Sinistra, nel senso tradizionale del termine, non esistono più. Sono state annullate dal “Globalismo e dall’Antiglobalismo”.

La Sinistra, in tutto il mondo, è stata dirottata dal complesso globalista neoliberale, facendo credere che il Grande Reset e l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite siano una sorta di concetto socialista in cui alla fine tutti saranno “uguali”. Uguali nel senso di “non possedere nulla ma essere felici”.

Pertanto, Washington è propensa a favorire un candidato di “Sinistra” / globalista rispetto a un nazionalista di Destra o conservatore.

Bolsonaro può anche essere di Destra, avendo adottato molte politiche impopolari, come la “privatizzazione” delle discariche dell’area amazzonica e di alcune delle preziose risorse idriche, sotterranee e superficiali, di cui la regione amazzonica fa tesoro. Ma è un nazionalista, non un globalista.

Ciò che ha reso il Presidente Bolsonaro così popolare tra ampi segmenti della popolazione sono i suoi sforzi per ridurre la povertà. Ad esempio, ha continuato a sostenere il Programma Bolsa Familia (BFP), creato sotto Lula nel 2003, per aiutare le famiglie povere ad uscire dalla povertà.

Il programma di assegni familiari BFP fornisce sussidi mensili alle persone qualificate a basso reddito. Il BFP è in gran parte responsabile di quasi il 60% della riduzione della povertà negli ultimi due decenni.

Sotto Bolsonaro, il BFP ha anche ampliato l’accesso dei poveri all’istruzione e ai servizi sanitari.

Rendendosi conto di come il covid – che Bolsonaro ha sempre guardato con scetticismo – aumentasse l’indigenza tra i poveri brasiliani e trasferisse le risorse di base delle persone a basso reddito attraverso i fallimenti e la disoccupazione dai poveri verso l’alto, facendo precipitare ancora più persone nella povertà, Bolsonaro ha progettato in fretta e furia una nuova agenda sociale, Auxílio Brasil, destinata a sostituire il BFP.

Auxílio Brasil, inizialmente concepito come un modesto bonus pandemico per i poveri, è stato potenziato da Bolsonaro per fare la differenza. Pur concentrandosi in particolare sulle persone colpite dal disastro economico di Covid, continua a essere un programma di riduzione della povertà simile al BFP.

Questa chiara previsione di un migliore equilibrio economico nella popolazione brasiliana ha fatto guadagnare a Bolsonaro un considerevole sostegno soprattutto da parte dei giovani e degli indigenti, oltre che da innumerevoli abitanti delle favela.

Secondo un rapporto della Banca Mondiale, dei 22 milioni di persone sollevate dalla povertà in tutta l’America Latina grazie ai trasferimenti governativi legati alla pandemia nel 2020, il 77% si trovava in Brasile.

Si confronti con l’assistenza meno generosa offerta sotto il presidente di Sinistra Andrés Manuel López Obrador in Messico, dove 3,8 milioni di persone in più sono cadute in povertà durante la pandemia.

La popolarità di Bolsonaro, infatti, è schizzata alle stelle, poiché i poveri lo hanno sostenuto in numero record.

Quando sono emersi i risultati delle elezioni brasiliane, il presidente in carica Bolsonaro è rimasto in silenzio. Non ha concesso la vittoria, non si è congratulato con Lula. Semplicemente non ha risposto. In un successivo annuncio pubblico, il 31 ottobre, Bolsonaro ha detto brevemente che intende rispettare la Costituzione e che il processo di trasferimento dei poteri può iniziare.

A tutt’oggi, tuttavia, Bolsonaro non ha ancora ammesso la vittoria di Lula, né si è congratulato con lui per la sua vittoria. In altre parole, non ha ancora accettato la sconfitta.

Accettando pubblicamente il trasferimento di potere, ma non accettando apertamente la sconfitta, Bolsonaro potrebbe tranquillamente spingere i suoi numerosi seguaci, molti dei quali sono giovani poveri che i programmi di riduzione della povertà da lui sostenuti hanno aiutato oltre che vittime della narrazione covidica internazionale, a protestare per la sua sconfitta di margine.

È noto che Bolsonaro ha spesso messo in discussione il sistema elettorale brasiliano e potrebbe ritenere che ci sia stato un gioco sporco

Cosa accadrà nei prossimi due mesi in termini di disordini sociali – o meno – fino al trasferimento del potere presidenziale a Lula, il 1° gennaio 2023, e forse anche oltre, non è dato saperlo.

Poiché Lula si appresta ad assumere il suo terzo mandato presidenziale, un’altra prima volta nella storia del Brasile, è opportuno dare un’occhiata alla sua di storia.

Nel periodo precedente alle elezioni brasiliane del 2002, con Lula candidato favorito, la sua posizione di sinistra portò soprattutto i media occidentali a paragonarlo al venezuelano Hugo Chavez, la cui reputazione di socialista convinto era intesa a screditare Lula prima delle elezioni. Senza successo.

Più tardi, da presidente, Lula nominò Henrique Meirelles del Partito della Socialdemocrazia Brasiliana, un importante economista orientato al mercato, a capo della Banca centrale brasiliana. Meirelles era un ex amministratore delegato della BankBoston.

Attraverso la BankBoston, oltre alla Bank of America, la principale banca del New England con sede a Boston, Lula ha ottenuto un accesso quasi illimitato alle banche di Wall Street. Ha stipulato accordi con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), seguendo tutte le condizioni, per lo più restrittive, imposte dal Fondo.

Il FMI ha salutato Lula come un leader perfetto, che altri governi latinoamericani avrebbero potuto prendere come esempio di buona gestione finanziaria. Durante il suo primo mandato, la Banca Centrale, il bilancio e la gestione del debito del Brasile erano sostanzialmente gestiti dal FMI e da Wall Street.

Nel 2008, dopo decenni con il più grande debito estero tra le economie emergenti, il Brasile è diventato per la prima volta un creditore netto. Le banche hanno realizzato profitti record sotto il governo di Lula.

Nel suo secondo mandato, Lula è diventato il maestro indiscusso dell’affetto popolare, essendo il primo presidente a portare un modesto benessere a molte persone. Wall Street, la Banca Mondiale e il FMI lo adoravano

Avrebbero fatto di tutto per aiutarlo ad avere successo, perché il successo di Lula significava aumentare l’accesso agli enormi tesori brasiliani di risorse naturali, minerali, acqua e della più ricca biodiversità del pianeta.

Il crollo di Wall Street del 2008 è stato un duro colpo per gli Stati Uniti e l’Europa, ma il Brasile ha continuato a godere di buona salute finanziaria. Le politiche economiche dell’amministrazione Lula hanno contribuito a innalzare notevolmente il tenore di vita.

Secondo il Washington Post, la percentuale di brasiliani appartenenti alla classe media è passata dal 50% al 73% della popolazione. Più di 20 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema.

Sotto Lula, il Brasile è diventato l’ottava economia mondiale.

Nel 2016, Lula è stato indagato per il presunto coinvolgimento in due casi del famigerato caso di corruzione “Operazione Autolavaggio”. L’indagine penale ha portato alla luce la corruzione tra la società petrolifera di proprietà dello Stato, Petrobrás, diverse società di costruzioni e vari politici brasiliani, per ottenere fondi segreti per la campagna elettorale.

L’indagine è stata condotta dall’ex giudice del Tribunale penale federale Sergio Moro.

Nel 2017, Lula è stato riconosciuto colpevole e condannato a 9 anni di reclusione. Altri tre anni sono stati aggiunti nel 2018 dal Tribunale federale. Lula ha iniziato a scontare la sua pena nell’aprile 2018, mentre i suoi appelli erano in corso.

Non è mai stato chiaro se Lula fosse davvero coinvolto nello scandalo di corruzione di cui lo accusava il giudice Moro. Il giudice aveva a un certo punto ambizioni di presidenza, ma alla fine si è unito al gabinetto di Bolsonaro nel 2019.

Nel 2021, la Corte Suprema Federale ha annullato la sentenza di Lula, stabilendo che l’ex giudice Moro non aveva la giurisdizione per indagare e giudicare i casi. Lula è stato liberato e pronto a diventare il candidato principale per le elezioni presidenziali del 2022.

Non è ancora chiaro come Lula governerà il Brasile nel suo terzo mandato presidenziale. Come si occuperà della regione amazzonica – un’enorme area di biodiversità che ha un impatto su molto più del solo Brasile.

In una recente intervista alla CNN, alla domanda se fosse d’accordo sul fatto che il patrimonio dell’Amazzonia fosse un patrimonio mondiale e dovesse quindi essere gestito dalle Nazioni Unite, Lula ha risposto senza esitazione di essere d’accordo sul trasferimento dell’area amazzonica a un’organizzazione protettrice delle Nazioni Unite (il riferimento è stato poi rimosso da internet).

Questa è chiaramente un’ammissione di globalismo, soprattutto sapendo – o dovrebbe sapere – che l’ONU ha smesso da tempo di essere l’organismo mondiale indipendente per cui era stato creato, che lavorava per la pace, l’uguaglianza e la protezione della Madre Terra e dei diritti umani.

Negli ultimi 20-30 anni l’ONU è andata dolcemente alla deriva sotto il controllo dell’Occidente, con la leadership di Washington, per eseguire gli ordini del G7, del Complesso Corporativo Digitale, Finanziario e Militare.

I brasiliani che hanno votato per Bolsonaro – circa la metà della popolazione – vogliono assolutamente un Brasile sovrano e autonomo.

Rifiutano il globalismo imposto dall’Occidente. La stragrande maggioranza di coloro che hanno votato per Lula la pensa allo stesso modo: un Brasile sovrano, padrone delle proprie risorse.

Non si sono ancora resi conto che, sotto la pressione di Washington e dei suoi alleati occidentali, la Sinistra si è trasformata in un clan di globalisti neoliberali.

Non è mai troppo tardi per resistere a questa tendenza guidata dal Grande Capitale.

Il tempo ci dirà se Lula manterrà la sua promessa di essere il Presidente di TUTTO il Brasile – e l’impegno, una volta tanto durante il suo primo mandato presidenziale, di proteggere la regione amazzonica come patrimonio sovrano brasiliano – per la sopravvivenza a lungo termine della Madre Terra.

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

Foto: Katehon.com

9 novembre 2022

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