Il vertice dei pastori climatici

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di Roberto Pecchioli

Confessiamo di essere tra coloro che non hanno capito granché della recente conferenza sul clima. Sappiamo poco di protocolli di Kyoto, Cop 26 e cambiamento climatico, se non che vi è divergenza di vedute tra gli scienziati sia per quanto concerne il riscaldamento globale, sia per la sua origine, che la vulgata ufficiale, la neo-ideologia climatica, attribuisce senz’altro all’azione umana. Hybris, arroganza dell’uomo-Dio o interesse di qualcuno – i soliti noti dell’oligarchia occidentale – a cambiare in profondità il modello di sviluppo per tornaconto facendo pagare il conto ai popoli? Per di più- data l’evidente importanza dei temi all’ordine del giorno – è assai deludente un incontro definito mondiale a cui non partecipano la superpotenza in ascesa, la Cina, il secondo paese del mondo per popolazione, l’India, e la Russia. Sembra piuttosto la riunione di una compagnia di giro senza il potere e la volontà reale di cambiare le cose, ossia limitare in maniera significativa il riscaldamento globale (se c’è) e le emissioni di anidride carbonica.

Come ha sottolineato uno dei grandi assenti alla conferenza, Vladimir Putin, il cambiamento climatico e il degrado ambientale sono così evidenti che nessuno può ignorarli. Si può continuare a impegnarsi in dibattiti sui meccanismi alla base dei processi in corso, ma è impossibile negare che questi processi esistano e che qualcosa debba essere fatto. Il punto è che fare del clima un’ideologia non serve a nulla, se non a chi vuole vendere a caro prezzo le sue dubbie ricette salva-pianeta. Tanto meno ha senso avere inventato la corrucciata eroina verde Greta Thunberg, affiancata da qualche tempo – forse per par condicio etnica – da Vanessa, la pasionaria ugandese che difende – non senza buone ragioni – la sua Africa saccheggiata.

Sarà che ogni volta che un’idea diventa ideologia obbligatoria patrocinata dall’alto ci assale il sospetto di essere ingannati. Sarà il riflesso condizionato di chi è convinto di vivere in un totalitarismo morbido, ma ci siamo fatti l’opinione che le ricorrenti passerelle dei potenti d’Occidente che si chinano sul malato climatico siano adunate di pastori impegnati a decidere dove condurre il gregge. Hannah Arendt affermava che i sudditi ideali dei regimi totalitari sono coloro che non sono capaci di individuare la differenza tra finzione e realtà e per i quali il vero e il falso hanno cessato di esistere.

Greta Thunberg ci ricorda sempre di più Regan Mac Neil, la ragazza posseduta, protagonista del film L’esorcista. Stesso sguardo, stesso odio, stessa bile. Uguale possessione, con la differenza che il diavolo veste ambientalista. È indispensabile preoccuparsi della salute del pianeta. Ma può essere mortale aderire a un’agenda che cerca solo di impoverire questa parte di mondo. Meno produzione industriale, meno bestiame, meno agricoltura, meno pesca, meno nascite. In più, a ogni vertice sul clima si evidenzia il grado di cinismo dei potenti mascherati da ambientalisti: ottantacinque i veicoli a benzina al seguito del presidente americano Biden; ben quattrocento gli aerei utilizzati dai nostri cari leader per andare e venire da Glasgow; assenti gli Stati che più inquinano: il conto incalcolabile, a cui i governanti si impegnano allegramente, sul groppone delle prossime generazioni.

Ci sono verità che ci vengono nascoste. La prima è che non ci sono abbastanza quattrini per realizzare la decantata “transizione ecologica” e superare la nostra dipendenza dagli idrocarburi, tanto meno porre fine all’era del petrolio. Su un punto gli esperti sono unanimi: le energie rinnovabili – solare, eolica geotermica, idroelettrica, biomasse, energia oceanica – non sono e non saranno in grado di soddisfare il fabbisogno. Se poi decidessimo di smettere di mangiare carne, di muoverci a piedi, fare a meno di elettricità, plastica e di quasi tutto quanto fa parte della quotidianità, gli stessi che oggi si stracciano le vesti al capezzale di Gea, la madre terra, cambierebbero rapidamente parere. In più, la quantità di elettricità necessaria a sostenere la quarta rivoluzione industriale informatica e tecnologica, a cominciare dalla fibra 5G, è in crescita e bisogna pur produrla, pena il black out generalizzato. 

Anche per questo restiamo sconcertati dal rifiuto programmatico degli occidentali nei confronti dell’energia nucleare. Comprendiamo i rischi e le paure ancestrali – noi stessi non abbiamo un’opinione radicata in materia – ma sembra davvero strano il rigetto totale dell’unico modo per produrre energia sufficiente, economica e non inquinante. È chiaro che ci nascondono qualcosa. La seconda questione che resta celata è che a beneficiare dei nostri sacrifici non è il pianeta, ma i paesi che vendono il petrolio e il gas che noi non vogliamo più. Chi possiede fonti energetiche non solo se le fa pagare, come è giusto, ma impone la sua agenda geopolitica e ci colonizza economicamente. È questo che vogliamo? Dum Roma consulitur, Saguntum expugnatur, scriveva Tito Livio: mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata. Il tempo passa, le decisioni non arrivano: Cina, India e resto del mondo usano quantità enormi di energia, inquinando per lo stesso motivo per cui lo facciamo noi: non vogliono rinunciare alla loro marcia verso la ricchezza.

L’unica opzione ragionevole per preservare il pianeta e il nostro tenore di vita è non seguire Greta, ma prendere atto che l’energia economica, pulita ed efficiente oggi è l’energia nucleare. Dopodiché, ogni cautela sarà obbligatoria, ma le centrali nucleari odierne sono ben più sicure che nel passato. Il disastro di Chernobyl fu causato dalla corruzione e dall’arretratezza del sistema sovietico. A Fukushima ci fu uno tsunami imprevedibile con migliaia di morti, ma il Giappone si rialzò. In Italia, dove il nucleare è stato abbandonato da decenni nonostante fossimo all’avanguardia, dipendiamo dall’energia prodotta da centrali nucleari nei pressi del nostro territorio, in Francia e in Slovenia. In caso di incidente, bloccheremo le radiazioni alla frontiera?

Basta dunque con la politica dello struzzo e, quantomeno, discutiamo nel merito. Diciamolo senza paura di Greta e Vanessa: il cambiamento climatico esiste ma non è l’apocalisse, né l’agenda scelta per combatterlo è efficace. Gli stessi governanti non ci credono, visti i loro comportamenti. Riusciranno solo a renderci la vita impossibile. Che i difensori della lotta al cambiamento climatico rifiutino categoricamente l’unico modo per produrre energia sufficiente, economica e non inquinante, mostra che il loro interesse a salvare il pianeta diffondendo paura e sensi di colpa nasconde qualcosa. Il climatismo è l’ideologia dei nemici della libertà e della prosperità.  

Splendide le auto elettriche, il cui processo produttivo, peraltro, è inquinante quanto ogni altro, ma non saranno la salvezza della Terra. Quanta elettricità occorre per alimentare il parco automobilistico di una nazione come la nostra? Come la produrremo? L’inquinamento, semplicemente, viene spostato: una forma nuova di delocalizzazione. Da mesi nelle isole Canarie è in corso una devastante eruzione vulcanica. Quanto ci vorrà per compensare gli scarichi nell’atmosfera del vulcano La Palma? 

I catastrofisti climatici sono al lavoro da tempo. Il 18 settembre 1995, gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPPC) assicuravano che la maggior parte delle spiagge della costa orientale degli Stati Uniti sarebbe scomparsa entro 25 anni. “Stanno già scomparendo a una media di due o tre piedi all’anno” (da sessanta a novanta centimetri). Le spiagge non sono scomparse e godono di discreta salute. Gli ultimi dati assicurano che nell’ultimo secolo sono andati perduti trenta centimetri di costa, ad un ritmo di circa quattro millimetri l’anno.

Il 29 giugno 2017, l’allora capo del clima delle Nazioni Unite, Christiana Figueres, insieme a tre eminenti scienziati del clima e due esperti di sostenibilità delle imprese, firmò un documento in cui assicurava che “quando si tratta di clima, il tempismo è tutto”, allertando i politici che si sarebbero incontrati al G20 di Amburgo nel luglio 2017. Il 2020 fu indicato come punto di non ritorno per agire contro il cambiamento climatico. Pochi giorni fa hanno ripetuto la stessa cosa per prossimi anni. Avremo un altro appello dello stesso tenore alla prossima riunione del G20? 

Nel 2019 il Principe Carlo d’Inghilterra, in dichiarazioni rese alla BBC, affermava di essere “fermamente convinto che i successivi diciotto mesi avrebbero deciso la nostra capacità di mantenere il cambiamento climatico a livelli di sopravvivenza e ripristinare la natura all’equilibrio di cui abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza. “Il termine è scaduto da poco, e Sua Altezza Reale ha dichiarato che “la scala e la portata della minaccia che dobbiamo affrontare richiede la creazione di una soluzione globale basata sulla trasformazione radicale della nostra economia basata sugli idrocarburi, ad un’altra genuinamente rinnovabile e sostenibile”.

Abbiamo altri esempi: l’allerta per la sparizione delle nevi dei monti Cambrici del Galles stimata per il 2017, ma ancora presente, o la scomparsa entro il 2016 dell’acqua del lago Mead in America. Il livello dell’acqua è sceso di ben dieci metri, ma rimane al di sopra dei trecento metri nonostante la siccità della scorsa estate. Nessuno, stranamente, parla di un autentico disastro ambientale, la quasi scomparsa del lago di Aral, che era il secondo più grande al mondo, quello sì per follia umana, le scelte industriali, energetiche e agricole dissennate dell’ex Unione Sovietica.

Mancano notizie delle super tempeste che avrebbero dovuto travolgere gli Stati Uniti secondo Al Gore, l’ex vice presidente Usa guru ecologista. Pare invece che la sua fortuna personale sia aumentata di cinquanta volte grazie agli investimenti “sostenibili” e alle conferenze sul clima per le quali richiede, oltre a un ricco compenso, un’indennità “dietetica” di circa 800 dollari al giorno e voli di prima classe. Non inquinanti? Il sistema politico, la stampa, l’oligarchia economica alzano i toni ogni giorno, con un accanimento che ci piacerebbe vedere a tutela del mondo rurale, dell’autosufficienza energetica, disoccupazione, sovranità delle nazioni, cura degli anziani e lotta all’immigrazione clandestina.

In tempi di grave crisi economica causata da un virus uscito dalla Cina, il pomposo incontro chiamato summit sul clima è diventato un’allegra brigata di milionari e attivisti di sinistra collusi con politici che emanano leggi che svuotano le tasche dei cittadini senza risolvere i problemi. Sono l’adunanza periodica dei pastori del clima intenti a guidare il gregge dei popoli contribuenti mentre portano sulle loro elastiche coscienze il futuro del pianeta.

La conservazione della Terra, compito ineludibile, è diventata una religione laica antropocentrica di ricchi in declino, molto costosa, che richiede fede cieca e senso di colpa permanente. Il prezzo ricade su chi tenta di superare la crisi economica, pagare la bolletta della luce e riempire il serbatoio dell’auto. Che il vertice sul clima si sia concluso senza un cenno sullo sviluppo dell’energia nucleare e con l’obbligo per l’Unione Europea di tassare le emissioni di CO2 di alcuni prodotti, compresa la generazione di elettricità, sono spropositi che pagheremo cari. Tutti, tranne i potenti europei e americani che dopo la conferenza sul clima si sono tolti il vestito ecologista per salire soddisfatti su auto blindate alimentate a combustibili fossili e su aerei inquinanti per tornare nei loro palazzi e aumentare le tasse. Per il nostro bene, ovvio.  

Foto: Idee&Azione

13 dicembre 2021