In morte di Benedetto XVI: un altro Segno Divino

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di Massimo Selis

Dio si sta chinando sugli uomini, ma gli uomini dove guardano?

La morte di questo grande Pontefice, avvenuta proprio alla chiusura dell’anno solare è un ulteriore Segno che Dio manda alla presente umanità. Così come aveva inviato un altro Segno attraverso gli eventi che hanno accompagnato gli ultimi tre anni. I due Segni vanno letti in continuità perché fanno parte di un unico Discorso Divino.

Il primo Segno è stato completamente mancato, ci dispiace doverlo ribadire ancora una volta. Confidiamo che la “ripetizione” però giovi e porti finalmente qualche frutto visibile. Benedetto XVI lascia questo mondo visibile. Ma a dire il vero, in maniera “più che visibile” aveva accompagnato la Chiesa e l’umanità negli ultimi nove anni.

Ogni Segno ha però una duplice lettura: una in negativo ed un’altra in positivo.

Gli argini, quelli spirituali e perciò comprendenti ogni aspetto della vita, inizieranno presumibilmente a dissolversi, un poco alla volta. Le prove, che per molti sciocchi parevano quasi concluse, aumenteranno di numero e intensità. Per dirla in modo ancor più semplice: ci avviciniamo ormai alla fine di questo Ciclo umano-terrestre (sette o dieci anni circa, salvo interventi della Provvidenza per abbreviare o allungare questo tempo). Tutte le istituzioni umane e spirituali non oltrepasseranno la deflagrazione finale. Non solo quindi gli Stati ma anche la Chiesa così come la conosciamo terminerà il compito per il quale è stata divinamente istituita: preparare gli uomini dei Tempi Ultimi al passaggio verso il nuovo Ciclo, dove saranno per l’appunto Cieli Nuovi e Terra Nuova. Il Cristianesimo è infatti la Tradizione Paradigmatica costituita da Nostro Signore con un preciso senso escatologico: è la Tradizione della fine e del nuovo principio. La Tradizione che deve condurre l’uomo verso la restaurazione dello Stato primordiale e poi oltre, fino alla deificazione (si leggano i Padri della Chiesa). E già arrivati qui sappiamo che molte gambe staranno tremando e molte menti avranno iniziato a vacillare. Ma la fine, con le prove e le devastazioni che la precederanno, è soltanto in apparenza un quadro fosco e desolante. Essa al contrario porta con sé un aspetto incredibilmente luminoso e pieno di Speranza.

Benedetto XVI condivide il nome con il patriarca dell’Occidente, con il Santo monaco proclamato da Paolo VI patrono d’Europa. Colui che ci lasciò una regola universale di vita. Ricordiamo anche che S. Benedetto si diresse da Subiaco a Montecassino nel 529, lo stesso anno in cui l’Imperatore Giustiniano chiuse la scuola platonica in oriente. La scuola di Sapienza si spostava dunque al centro dell’Europa, in Italia e da questo centro ha irradiato il mondo per quindici secoli. Papa Benedetto XVI ha approfondito e portato a maturazione la grande tradizione filosofica e teologica dell’Occidente risvegliando l’intelletto sopito di una generazione di “credenti” e non, divenuti asfittici e sedotti da un ben più “comoda” emotività.

Secondo la profezia di Malachia contenuta nel Lignum Vitae, Benedetto XVI potrebbe corrispondere alla divisa del De Gloria Olivae. Una delle possibili chiavi di lettura ci rimanda al Cristo-Oliva che si lascia spremere – Passione e morte – per poter rilasciare il succo prelibato, la gloria dell’oliva: con la Resurrezione Egli ci dona il cibo divino, l’Eucaristia. Allora la dipartita terrena del Papa emerito indica sì un’agonia per la Chiesa, per il mondo intero, ma prelude anche ad una Glorificazione: Cristo appunto sta per tornare – Parusia – nella gloria.

E attraverso il suo nome e l’impegno profuso durante il suo pontificato ci rammenta che nello scontro finale che sta iniziando a compiersi, un ruolo fondamentale lo deve giocare l’Europa. O meglio, la rinnovata consapevolezza della Cristianità-Europa, poiché non esiste alcuna Europa che non sia appunto Cristiana. La sua funzione centrale e per l’appunto pontificale nei confronti del mondo intero dovrebbe far superare una volta per tutte il dualismo, oggi imperante anche in ambienti sedicenti tradizionali, fra Occidente e Oriente. «Cristo è romano» sentenzia Beatrice, la sapienza metafisica, nel penultimo canto della Commedia. Dobbiamo allora attenderci – ma altresì operare instancabilmente in tal senso – una rifioritura mistica e spirituale della Cristianità-Europa.

Le parole del profeta Daniele, sempre troppo male intese, ci donano un’ulteriore conferma: «Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre» (Dn 12, 2-3). Dal letargo in cui giace, all’apparenza inerte, questa umanità, molti si desteranno splendendo come gli astri nel cielo, riportando la Giustizia.

Se andiamo ora al libro dell’Apocalisse che chiude la Scrittura vediamo come la settima Chiesa a cui viene inviata la lettera è appunto la Chiesa di Laodicèa, la Chiesa della Giustizia al Popolo (laos), ma anche e forse di più la Chiesa del popolo Giusto. Nello sfaldarsi degli argini vi è quindi un disegno provvidenziale. Dio sta chiamando i suoi, sta preparando la sua nuova umanità, il suo nuovo popolo (laos). È quindi dal basso della polvere che ricopre la terra che deve iniziare una nuova fioritura. Come? Tornando all’Eucaristia, il pane divino che nutre proprio il nostro corpo sottile che il diavolo vuole distruggere. Cibarsene con fede per divenire eucaristie viventi, questa è la prima chiave.

E poi invocando «la Sapienza che scende dall’alto» (Gc. 3,17). Dio ci sta chiamando a qualcosa di talmente grande e nuovo che non basteranno più le iniziazioni dal basso, ma Lui che ha predisposto ogni cosa per il fine ultimo, non mancherà di dispensare grazie e sapienza a coloro che le domanderanno con cuore ardente. E i due Benedetto, ora entrambi divenuti invisibili ai nostri occhi, intercederanno con ancora maggior forza per noi. Il passaggio dal visibile all’invisibile non è infatti portatore di debolezza o di abbandono, ma come testimonia il Cristo con la Resurrezione, è potenza e splendore senza più limiti, è presenza totale e continua, è vicinanza in ogni istante.

In ultimo, la dipartita celeste di Papa Benedetto XVI ci vuole spronare a recuperare il dialogo (dia-logos) con Dio che noi abbiamo smarrito completamente. Dialogo che è esperienza del suo camminare con gli uomini lungo la Storia di cui Lui è Re e Signore. Dialogo che si fa ascolto vigile ai Segni che Lui ci sta inviando con intensificata frequenza, ma a cui noi forse non crediamo più.

Ecco che allora, questa ora triste, diviene al contrario, un momento di immeritato splendore. Questa non è affatto l’ora delle tenebre, ma è l’Ora di Dio che vuole condurre le sue creature alla rinascita, oltre la fine, nel nuovo inizio.

Grazie a Benedetto. Grazie a Dio.

Foto: AP Photo/Pier Paolo Cito, modifiche Idee&Azione

1° gennaio 2023

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