Indagine sul fattore francese nell’ultima fase del conflitto congolese

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di Andrew Korybko

Il dilemma della sicurezza, le risorse e le ragioni etniche, in quest’ordine, sono in effetti in gran parte responsabili dell’ultima fase del conflitto congolese, ma la complessa relazione invisibile tra Francia e Ruanda potrebbe in realtà aver giocato il ruolo più importante nel catalizzare gli eventi recenti.

L’ultima fase del conflitto congolese, ancora in corso e irrisolto, rischia di degenerare in un’altra “guerra mondiale africana” nel peggiore dei casi, dopo che le ultime dinamiche suggeriscono che gli attori regionali si stanno nuovamente schierando militarmente contro il Ruanda, proprio come nel periodo precedente la seconda guerra del Congo. I dilemmi di sicurezza preesistenti, le risorse e le ragioni etniche, in quest’ordine, spiegano in gran parte le ultime tensioni, ma potrebbe esserci anche un fattore francese dietro gli ultimi eventi che non dovrebbe essere trascurato.

Il Congo Research Group (CRG), un progetto di ricerca indipendente senza scopo di lucro con sede presso il Center on International Cooperation (CIC) della New York University, ha pubblicato a giugno un rapporto che affronta questo tema. Prima di procedere, è importante informare il lettore che il CIC non può in alcun modo essere descritto come collegato alla cosiddetta “propaganda anti-occidentale”, poiché è parzialmente finanziato da alcuni governi europei, dalla Open Society Foundation e dalle Nazioni Unite.

Avendo preventivamente screditato la prevedibile reazione istintiva di alcuni spettatori alla presente analisi, è ora il momento di passare al rapporto del CRG stesso. Intitolato “L’operazione Shujaa dell’Uganda nella RDC: Fighting the ADF or Securing Economic Interests?”, si concentra sull’intervento militare del Paese vicino nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), coordinato da Kampala con Kinshasa. Gli esperti sostengono che si tratta di un intervento motivato principalmente da ragioni di connettività, risorse e sicurezza.

Tutti e tre, tuttavia, hanno inavvertitamente esacerbato la percezione di minaccia della potenza militare regionale del Ruanda, che potrebbe così averla influenzata a rianimare la fazione del movimento ribelle M23 che si ritiene sia rimasta sotto il controllo di Kigali. Queste dinamiche fanno parte del ciclo di sospetti che si autoalimenta tra tutti gli attori principali della RDC orientale, ricca di risorse e in gran parte priva di leggi, che non ha bisogno di alcuna ingerenza straniera per esplodere occasionalmente in un conflitto caldo a causa di errori di calcolo.

Ciò che differenzia il rapporto esaminato del CRG da altre ricerche sull’ultima fase del conflitto congolese è che cita meticolosamente quasi 40 notizie credibili nel suo capitolo finale per evidenziare l’interesse della Francia negli eventi attraverso gli investimenti regionali di TotalEnergies. Secondo gli autori, Parigi vuole evitare preventivamente lo scenario del Mozambico in Uganda, dove attori non statali (NSA) hanno interrotto il progetto multimiliardario del suo campione energetico nazionale.

A tal fine, l’egemone dell’Europa occidentale ha cercato di garantire la sicurezza dei suoi oleodotti Tilenga e East Africa Crude Oil Pipeline (EACOP) nella regione ugandese del Lago Alberto, a cavallo del confine con la RDC, addestrando le forze di sicurezza di entrambi i Paesi. Ciò aggiunge una dimensione di sicurezza energetica estera all’Operazione Shujaa di Kampala nel vicino Paese dilaniato dalla guerra, che, per ricordare al lettore, ha inavvertitamente esacerbato la percezione di minaccia di Kigali nei confronti del suo partner-rivale a nord e l’ha probabilmente influenzata a far rinascere l’M23.

L’intuizione precedente suggerisce che la Francia ha involontariamente peggiorato il dilemma della sicurezza del Ruanda con l’Uganda nella RDC e quindi ha involontariamente messo in moto l’ultima fase del conflitto congolese, ma uno degli ultimi dettagli del CRG aggiunge una svolta a questa impressione. I suoi esperti hanno ricordato come il Presidente francese Macron si sia incontrato con il suo omologo ruandese Kagame prima dell’intervento militare del Ruanda in Mozambico del luglio 2021, su richiesta di Maputo, che ha garantito gli investimenti della Total in quel Paese.

Inoltre, il rapporto ha citato sospetti credibili che la Francia stia indirettamente sovvenzionando l’operazione del Ruanda attraverso un aumento degli aiuti allo sviluppo a quest’ultimo, nonostante Kigali lo neghi. Ha anche aggiunto che la Francia ha cercato di convincere l’UE nel suo complesso a finanziare la stessa operazione. Queste informazioni lasciano intendere che Parigi abbia cercato di collaborare con Kigali in una certa misura su alcuni affari regionali, il che, se fosse vero, implicherebbe l’esistenza di una relazione complessa tra i due Paesi che potrebbe essere minacciata dai recenti eventi.

La Francia probabilmente prevedeva che la sua cooperazione militare informale con il Ruanda per garantire gli investimenti energetici della Total in Mozambico dalle minacce dell’NSA avrebbe rassicurato Kigali sulle intenzioni non ostili di Parigi nel cooperare strettamente con la RDC e l’Uganda su questioni energetiche-militari correlate. Probabilmente Parigi non si sarebbe mai aspettata che Kigali avrebbe reagito al secondo sviluppo, rianimando l’M23 e mettendo così a rischio la sicurezza degli investimenti della Total in Mozambico, nonostante la sicurezza degli investimenti in Mozambico.

In realtà, sembra che il Ruanda possa avere una certa influenza strategica sulla Francia, minacciando potenzialmente di ritirarsi dall’operazione militare in Mozambico con qualsiasi pretesto, come punizione per il fatto che Parigi abbia inavvertitamente peggiorato la sua sicurezza nella RDC. In questo scenario, due importanti investimenti energetici francesi potrebbero essere minacciati in un colpo solo: Quello del Mozambico, per ragioni evidenti, mentre quello dell’Uganda potrebbe essere destabilizzato dalle minacce dell’NSA che emanano dalla RDC.

Per quanto riguarda quest’ultimo punto, l’M23 di per sé non minaccia il progetto francese in Uganda, ma la conseguente destabilizzazione della RDC orientale nel corso del ritorno del gruppo ribelle alla ribalta regionale potrebbe creare un’opportunità di ascesa anche per le Forze Democratiche Alleate (ADF). Questo gruppo anti-ugandese, collegato all’ISIS, è considerato una delle principali minacce alla sicurezza del Paese vicino e potrebbe quindi diventare abbastanza forte da attaccare il progetto energetico del suo nemico. 

La ragione di questa previsione è implicita nel rapporto della CRG, quando i suoi esperti hanno rilevato l’importanza sproporzionata del successo del progetto per le future prospettive elettorali del partito al potere. Nel caso in cui il progetto rischiasse di fallire, come stava per fare quello del Mozambico prima dell’intervento militare del Ruanda, che avrebbe cambiato le carte in tavola e sarebbe stato facilitato dalla Francia, la stabilità politica dell’Uganda potrebbe tornare a essere messa in discussione, con un conseguente riverbero sull’intera regione dell’Africa orientale.

Tenendo presente tutto ciò, inizia a emergere un’impressione intrigante delle dinamiche di sicurezza dell’Africa centro-orientale contemporanea. Sebbene l’intuizione precedente secondo cui il dilemma della sicurezza, le risorse e le ragioni etniche, in quest’ordine, siano responsabili dell’ultima fase del conflitto congolese rimanga accurata, ora sembra che la complessa relazione invisibile tra Francia e Ruanda possa aver giocato il ruolo più importante in questo senso.

Dopo tutto, se l’intervento militare approvato dall’Uganda nella RDC, che ha inavvertitamente peggiorato la percezione della minaccia regionale del Ruanda, è stato in gran parte guidato dall’interesse di Kampala a garantire i suoi investimenti energetici congiunti con Parigi nella regione di confine del Lago Alberto, ne consegue che la Francia ha messo in moto gli eventi. Parigi ha probabilmente calcolato che Kigali non avrebbe reagito nel modo in cui ha reagito dopo aver riferito di aver collaborato con lei in segreto quando si è trattato dell’intervento militare del Ruanda nel vicino Mozambico, che ha cambiato le carte in tavola.

Ciononostante, sembra proprio che la Francia abbia fatto male i suoi calcoli e abbia così accidentalmente destabilizzato la regione dell’Africa centro-orientale in cui il suo campione energetico nazionale ha un evidente interesse per la stabilità. Non avrebbe senso che Parigi volesse dividere e governare questa parte del continente come ha fatto tradizionalmente nella sua storica “sfera d’influenza” in “Françafrique”, dato che la stabilità in questa parte opposta dell’Africa è imperativa per il successo dei suoi investimenti energetici strategici multimiliardari.

Se così fosse, l’ultima fase del conflitto congolese sarebbe ancora più tragica, perché tutto ciò che sta accadendo sarebbe in gran parte il risultato di un errore di calcolo di una parte straniera. Con questo non si vuole sminuire il dilemma della sicurezza, le risorse e le ragioni etniche che sono responsabili, nell’ordine, della perpetua instabilità della RDC, ma solo attirare l’attenzione su come la posta in gioco di un attore extra-regionale legato all’energia li abbia esacerbati, rischiando così di scatenare una guerra più ampia.

Pubblicato in partnership su One World – Korybko Substack

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto:

10 novembre 2022

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