“+ INRI + Il Mistero del Regno”, di Attilio Mordini. Una libera ed articolata sintesi [2]

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a cura del Sodalitium Equitum Deiparae Miseris Succurrentis

Una estesa parte centrale di +INRI+ è dedicata da Mordini ad un’indagine del profetismo veterotestamentario ed al suo adempimento nel Cristo incarnato, crocefisso, sepolto, risorto e asceso al Cielo. Secondo tale particolareggiata disamina, due sono gli esiti a cui pervengono le nazioni che non hanno riconosciuto suddetto adempimento: l’uno è quello del popolo ebraico, contro la propria stessa tradizione profetica; l’altro è quello delle nazioni moderne, laiciste e sconsacrate, materialiste ed atee, le quali hanno misconosciuto la propria comune storia derivante da Roma.

La storia cristiana, invece, in quanto “storia dell’adempimento”, è divenuta “storia dello Spirito Santo, del fermento dei tempi”. Dunque, da parte sua, l’umanità cristiana deve orientarsi «verso il porsi di quelle condizioni concrete che saranno occasione e possibilità alla manifestazione palese della Redenzione già adempiutasi nel Mistero. Dunque, essa deve ordinarsi all’Impero universale in vera e autentica gerarchia civile, per la semente della stessa gerarchia sacerdotale di Pietro, per la semente, cioè, dell’Apostolato. La Chiesa dei battezzati in Cristo Gesù è il Corpo mistico dello stesso Cristo; e l’Impero civile è la veste inconsutile, il tessuto naturale di cui quello stesso corpo ha da vestirsi. La gerarchia sacerdotale, dal Papa, per i vescovi, fino all’ultimo parroco, è somiglianza della gerarchia celeste di luce; è somiglianza delle gerarchie angeliche sul mondo; e l’Impero civile ne è immagine; è quell’immagine concreta senza di cui la somiglianza, priva di un supporto su cui profilarsi, resterebbe pura astrazione»[1].

L’immagine della “veste inconsutile” rimane strettamente legata con gli esiti escatologici del Millennio. Mordini sottolinea, infatti, quanto l’avvento anticristico rimarrà impossibile sin tanto che «la gerarchia sacerdotale e la gerarchia civile saranno ben ancorate al cielo; sin quando, cioè, l’ordinarsi dell’Impero romano e cattolico sarà veste della Chiesa; sarà veste del Corpo mistico del Cristo; e, come già la sua veste, ‘senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo dall’alto in basso’ (Gv 19,23). Il che significa che la gerarchia si stende dal cielo alla terra, come già la scala di Giacobbe ed in senso del tutto contrario alla torre di Babele che avrebbe voluto levarsi dalla terra al cielo come le moderne rivoluzioni sociali. […] Satana non potrà mai riuscire nel suo tentativo di scalata al trono dell’Altissimo, così non potrà riuscire mai a sopraffare l’uomo sin quando la sua (scilicet dell’uomo) gerarchia sarà tessuta d’un sol pezzo da cima a fondo, dall’alto in basso, dal cielo alla terra»[2].

Dunque, ecco spiegato perché il primo scopo di satana sia quello di insidiare la gerarchia dell’Impero Romano, tendendo attraverso uno “pseudo-profetismo progressista” ad uno pseudo-Impero internazionale su tutta la terra (che peraltro tanto assomiglia al cosiddetto odierno progetto per un nuovo ordine mondiale). Tuttavia, tale progetto, profeticamente individuato e posto all’indice da Mordini già sessant’anni or sono, «non potrà mai essere veramente universale, non essendo il Cristo misura della sua unità. […] Dunque, approfittando dell’espandersi dell’Impero del Cristo, satana si fa anticristo, non tanto a unire, quanto a pianificare e a uniformare tutte le più disparate formazioni demoniache e rivoluzionarie. […] Questa l’affermazione del profetismo dell’anticristo, a cui si può giungere soltanto attraverso una negazione metodica, continua, costante e progressiva della tradizione del Sacro romano Impero. E la Chiesa? Senza l’Impero, che della Chiesa è attuazione sul piano civile, senza l’Impero, attuazione concreta di quel Regno di Dio che essa stessa reca già in sé quale dynamis spirituale e soprannaturale della Grazia, essa resta priva di concretezza, resta astrazione. […] La Bestia dell’Apocalisse non è dunque anticristo in quanto antipapa, bensì in quanto anti-imperatore; poiché sarà appunto come Imperatore che il Cristo ha da tornare nel mondo; mentre sarà eminentemente quale Pontefice che trionferà, sotto le specie dell’Agnello, nella Gerusalemme celeste»[3].

In merito a ciò, ci sembra opportuno aprire nuovamente una nostra piccola digressione.

Il riconoscimento dell’Imperium come figura del Katechon, così come condiviso ed affermato anche da Mordini, prende intanto le mosse dal passo di S. Paolo in 2Ts 2,3-7, notoriamente caposaldo di tutte le argomentazioni escatologiche: «Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia (ἀποστασία) e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione (τῆς ἀπωλείας), colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio. Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, venivo dicendo queste cose? E ora sapete ciò che impedisce (τὸ κατέχον) la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità (τῆς ἀνομίας) è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo (ἐκ μέσου) chi finora lo trattiene (ὁ κατέχων)».

Nel corso del tempo, innumerevoli e varie sono state le proposte esegetiche volte ad interpretare tale enigmatico passo, nonché a comprendere, in special modo, a chi e a che cosa debba venir riferito quel termine Katechon. Tuttavia, tra di esse, spesso ci si dimentica che la spiegazione tradizionalmente più accolta da tutti i Padri, Latini e Greci, è stata certamente quella secondo cui τὸ κατέχον indica una forza, un potere: l’“Impero Romano”; la qual cosa si concretizza allo stesso tempo in una persona: ὁ κατέχων, l’“Imperatore”.

Mentre S. Leone Magno[4] e S. Tommaso[5] proclamavano la “sacralità” di Roma, da parte loro Tertulliano[6], Giovanni Crisostomo[7], Giovanni Damasceno[8], Lattanzio[9], S. Cirillo Gerosolomitano[10], S. Girolamo[11], S. Ambrogio[12], S. Agostino[13], S. Beda il Venerabile[14] (e molti altri) tutti concordavano nell’indicare l’Impero Romano come “ciò che impedisce, trattiene, frena, contiene, regge” il manifestarsi dell’anticristo. Ebbene, alla luce di ciò, rimane allora indubitabile come sia il Sacrum Romanum Imperium a dover essere riconosciuto quale Katechon nella sua più peculiare identità ontologica, avendo esso raccolto, appunto, la sostanziale eredità dell’antico Imperium latino, dopo averlo cristianizzato.

Oltre a ciò, il fatto che tale funzione risulti di effettiva quanto esclusiva pertinenza della Potestas Regale lo attesta chiaramente la natura di ciò a cui detta funzione si oppone: intendiamo quel “mistero di iniquità” a cui si allude nel passo succitato della Seconda Lettera ai Tessalonicesi. Il testo greco rende infatti il significato di “iniquità” con ανομια, come abbiamo già visto; ma pure con αδικια, come compare in un successivo versetto del medesimo capitolo[15]. Orbene, se il primo termine (anomia) traduce letteralmente “senza legge”, il secondo (adikia) significa “senza giustizia, senza equità”.

L’iniquitas di cui in questione, la “mancanza di equità”, si costituisce pertanto come l’esatta inversione dell’Imperium, la cui peculiare prerogativa è appunto quella di emanare la Lex ed amministrare l’equità della Iustitia. La funzione Regale, in analogia con la sapienziale funzione ordinatrice del Creatore, è insomma quanto concorre al mantenimento dell’ordinata ed equilibrata (equa) disposizione del Mondo. Il venir meno al proprio ruolo di “medianità equale” tra il temporale e lo spirituale dell’uomo (laddove il Sacerdotium media tra la parte spirituale dell’uomo e Dio), il suo esser “tolto dal mezzo”, l’esser “allontanato” (apostasìa) dalla propria posizione “mediatrice” quale re-medium contro l’infirmitas peccati[16], tutto questo è ciò che causa la venuta del “figlio della perdizione”: l’anticristo. Questi è “figlio” proprio in quanto conseguenza dell’“abolizione” dell’Impero (infatti, il termine che traduce ‘perdizione’, ἀπωλεία, deriva dal verbo ἀπόλλῦμι, che non a caso è a sua volta in relazione con il lat. aboleo, “abolire”); esso è quindi l’esito della distruzione e della perdita dell’ordinamento: il che è a sua volta causa di rovina, in quanto caduta al di fuori da quel rectum stabilito dal Celeste Rex (lett.: “colui il cui compito è regere”) e che deve poi essere amministrato dal Rex terreno.

In definitiva, l’apostasìa (dal verbo gr. ἀφίστημι, “allontanare, disgiungere, rimuovere, far sparire”) che si dice debba di necessità precedere la venuta dell’anticristo, significa per l’appunto l’“allontanamento”, la sparizione dell’Imperium dalla sua funzione di Katechon.

Un’ulteriore, capitale intuizione mordiniana risiede nella riflessione avanzata a proposito della cedevolezza sempre di più mostrata dall’autorità ecclesiastica a riguardo del contesto politico di cui può far parte la civitas christiana. Difatti, essa autorità oramai riduce l’opzione repubblicana come altrettanto possibile rispetto alla monarchica, quando a volte non addirittura preferibile a questa[17].

Questa posizione ecclesiastica rimane motivata dalla preferenza che essa autorità pone limitatamente all’aspetto morale “individuale”, alla salvezza della “singola” anima; per la qual cosa, purché venga garantita al cittadino cristiano la libertà di professare la Fede cristiana – oltre a non venir impedito il libero propagarsi di essa Fede – non comporta insomma differenza il preferire la monarchia o la repubblica.

Osserva tuttavia Mordini: «se prendiamo ad occuparci seriamente della salvezza del genere umano, affinché sia come tale, in tutta la sua compagine, più vicino a Dio, allora non potremmo allontanarci dalla dottrina di Dante, che, nel De Monarchia afferma come: ‘…genus humanum maxime Deo assimilatur quando maxime est unum’ (I, VIII, 3)[18]. Ecco porsi dunque non soltanto la necessità della Monarchia come potere nelle mani di una sola e medesima persona, bensì della Monarchia come potere unico, come potere, cioè, universale: è il porsi della Monarchia del Sacro romano Impero; istituzione insostituibile affinché il potere, anziché imporsi a opprimere un’indefinita quantità di cittadini, e perciò di individui umani, si distribuisca, come la luce e come il fuoco, a ordinare nazioni, popoli, città, famiglie e soprattutto persone, alla gerarchia cattolica, alla gerarchia universale; e ciò affinché gli uomini siano tutti uno in Cristo, così come il Cristo, il Figlio, è uno col Padre»[19].

Ed aggiunge ancora: «Credere che il Cristianesimo possa riaffermarsi sul mondo anche attraverso uno pseudo-ordinamento civile sorto dalle moderne rivoluzioni; credere che ogni regime cosiddetto civile sia battezzabile di pieno diritto solo purché consenta liberamente alle espressioni del culto; giuocare insomma sull’equivoco e credere o lasciar credere che ogni regime tollerato dalla tradizione cristiana debba perciostesso dirsi senz’altro cristiano esso medesimo, significa tendere fatalmente alla vanificazione della Santa Messa sul mondo. Grazie a Dio, vanificare gli effetti del santo Sacrificio è di fatto impossibile! Ma non per questo possiamo dirci autorizzati a farne la riprova. E quei sacerdoti che incoraggiano il mondo a proseguire per la disastrosa china verso forme sempre più sconsacrate di vita, mentre perseverano nei loro riti, sono eredi diretti di quei farisei che gridavano al Cristo di scendere giù dalla Croce a dar prova di esser Figlio di Dio; sono altresì discepoli di quell’Avversario che, tentando Gesù nel deserto, gli chiese di gettarsi giù dal pinnacolo del Tempio per dimostrare d’essere Figlio dell’Altissimo. E perciò possono andare d’accordo con quell’ideologia demoniaca sempre solerte a tentare il Cristianesimo affinché le pietre si facciano pani»[20].

In definitiva, «è altrettanto vero che l’unica forma di ordinamento civile, di per se stessa naturaliter christiana, è quella della gerarchia dall’alto, non soltanto per il rispetto, ma addirittura per la difesa dell’autentica libertà dell’uomo, che non consiste nel fare ciò che ciascuno desidera, bensì nell’essere ciò che ciascuno è chiamato ad essere»[21].

Giunti al termine di questa rapida sintesi del saggio che noi riteniamo costituire il vero testamento spirituale di Attilio Mordini, rimaniamo consapevoli della inevitabile incompletezza con cui si sono dovuti affrontare i suoi diversi contenuti. Se ci siamo tuttavia resi disponibili a farci carico di tale lacunosità, ciò è stato per non venir meno al doveroso atto di omaggio che comunque ci sentivamo di offrire a tale autore ed alla sua opera appena edita, condividendone in maniera piena tanto le tematiche affrontate quanto i procedimenti di indagine adottati.

Ad ogni modo, rimane possibile trarre una conclusione di fondo soprattutto in merito alla piena attualità delle riflessioni mordiniane, giacché queste vertono su principi eterni, su archetipi che nessuna mistificazione antitradizionale potrà oscurare, o peggio sopprimere del tutto, innanzi alla coscienza del popolo di Dio.

Attilio Mordini è e rimarrà uno di quegli autori “ispirati” che testimoniano il vero, perché della Verità si sono fatti disinteressati araldi; ed attraverso di lui ed il suo esempio, sia intellettuale che di vita sofferta, a noi, che beneficiamo di tale testimonianza, rimane il preciso dovere di accoglierne l’invito ad agire: non tanto per cercare – vanamente – di impedire che il corso escatologico sancito da Dio non giunga al proprio inevitabile compimento, quanto piuttosto per evitare che il sopraggiungere di tale compimento ci colga impreparati ad accoglierlo. 

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reginaequitum@gmail.com

www.reginaequitum.it

 

[1] Ivi, p. 304.

[2] Ivi, pp. 229 sg.

[3] Ivi, pp. 318 sg.

[4] S. LEONE MAGNO, Sermo I in natali Apostolorum.

[5] S. TOMMASO, In 2.am ad Thessalonicenses, c. II, lect. 1.

[6] TERTULLIANO, Apologeticum, XXXII, 1.                   

[7] S. GIOVANNI CRISOSTOMO, Homilia IV in II ad Thessalonicenses, coll. 485-486.

[8] S. GIOVANNI DAMASCENO, La seconda ai Tessalonicesi, col. 923.

[9] LATTANZIO, Divinae institutiones, XXV, coll. 812-813.

[10] S. CIRILLO GEROSOLOMITANO, Katechesis  XV, 12.

[11] S.GIROLAMO, Ad Algasia, 11.

[12] S. AMBROGIO, In Epistolam Beati Pauli ad Thessalonicenses secundam.

[13] S. AGOSTINO, De Civitate Dei, XX, 19, 3.

[14] S. BEDA IL VENERABILE, Expositio ad Thessalonicenses II.

[15] E’ significativo che, nel versetto qui menzionato, l’“iniquità” intesa come “mancanza di giustizia” venga posta in relazione con la mancanza di “verità”: «e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» (2Ts 2,12).

[16] E’ sintomatica l’ambivalenza del termine remedium, in cui compare sia il riferimento al verbo medeor, “medicare, sanare”, che all’aggettivo medium, che indica “ciò che sta in mezzo, al centro”.

[17] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1999, nn. 1901-1904.

[18] “Il genere umano massimamente si assomiglia a Dio, quando massimamente è uno”.

[19] +INRI+, cit., p. 350.

[20] Ivi, pp. 386 sg.

[21] Ivi, pp. 382 sg.

 

Parte 2 di 2

Foto: Edizioni Cantagalli, Siena, modifiche di Idee&Azione

2 gennaio 2022