Jules Verne e il suo Viaggio interiore nel Centro della Terra di Mezzo [1]

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di René-Henri Manusardi

Incipit

     Queste povere righe testimoniano di un racconto fondato sulla precisione storica dell’epoca in cui esso è ambientato e su personaggi immaginari cercatori del Divino del XIX secolo, che ne velano altri realmente esistenti o esistiti nel XX e XXI secolo. Ispirato ad una visione multipolare, rispettosa delle diversità religiose e culturali dei vari popoli e delle multiformi etnie presenti sul pianeta Terra, questa narrazione, seppur limitata alle singole esperienze di dialogo interreligioso e interculturale vissute dall’autore del testo come pellegrino alla ricerca dell’Assoluto, resta comunque scevra da qualsivoglia sincretismo religioso. È un racconto che cerca di descrivere il senso della vita che accomuna uomini di fedi diverse nella ricerca della verità del Divino e della sua manifestazione all’essere umano improntata al dialogo metafisico e spirituale, al rispetto reciproco e, soprattutto, a rinsaldare la lotta comune contro il signore del male e contro i suoi accoliti transumani di Davos. Come ci ricorda Aleksandr Dugin: “Nella battaglia contro il liberalismo, la Modernità politica occidentale e il mondo unipolare, ritengo necessario creare una sorta di ‘rete’ per i moderni kshatriya. La Quarta Teoria Politica esorta tutti gli kshatriya a lottare non tra loro ma contro il nostro comune nemico. Non dunque cinesi contro indiani, indiani contro pakistani, sciiti contro sunniti, cristiani contro mussulmani, africani contro bianchi, una nazione contro l’altra, e così via: questa è precisamente la strategia ‘divide et impera’ adottata dai liberali, i quali quando notano emergere uno spirito guerriero nella società, cercano di manipolarlo e riorientarlo contro altri potenziali nemici della ‘società aperta’. Non dobbiamo cadere in questa trappola; al contrario, occorre promuovere la solidarietà tra gli kshatriya di tutto il mondo. Una rete comune volta alla loro formazione e alla promozione della solidarietà tra di essi, è oggi di cruciale importanza.”. (Aleksandr Dugin, Contro il Grande Reset. Manifesto del Grande Risveglio, pp. 100-101, AGA Editrice, 2022).

Il Risveglio della Coscienza

     Si racconta che correva l’anno 1886, quando Jules Verne (noi in Italia lo conosciamo come Giulio Verne) il notissimo scrittore francese che ha fatto sognare coi suoi romanzi molte generazioni di bimbi e di adulti, iniziava un nuovo viaggio, questa volta un po’ insolito e diverso. Un viaggio all’interno di sè stesso e di quell’universo interiore, che nel lontano 1864 aveva metaforicamente descritto con piglio vivace e substrato scientifico accurato nel libro Viaggio al centro della Terra, romanzo “fantastico” che lo lancerà come autore di notorietà mondiale, precursore della odierna fantascienza.

     Jules, alla non più giovane età di 58 anni, stava attraversando un periodo tenebroso. Prostrato dalla morte di alcuni veri amici, tra cui l’editore Pierre-Jules Hetzel vero artefice del suo successo planetario, privo di autentici stimoli e di ispirazione letteraria giaceva sprofondato con malinconico pallore nei ricordi del passato. Mentre si rimordeva più volte le labbra davanti al camino fuligginoso, immerso nel bagliore giallastro di un fuoco che sembrava avvolgerlo e acuirgli il dolore per le amicizie perdute, improvvisamente scansò da sé il gatto nero lucido accoccolato sul caldo plaid che gli ricopriva le gambe, il quale con uno stupito miagolio di protesta andò a rifugiarsi dentro la sua cesta a lato del camino.

     Menando avanti e indietro la sedia a dondolo con ritmo più serrato, in quel momento Jules con lucida coscienza pensò che alla sua anima, ancora divorata da un forte desiderio di sapere scientifico, avrebbe dovuto dedicare qualcos’altro, donarle un percorso alternativo, una via d’uscita capace di trovare quella pace interiore che la scienza stessa con le sue scoperte e le sue novità gli aveva finora negato. Jules si rendeva conto che il mondo della scienza aveva solo attizzato in lui una sete infinita, l’avidità del sapere. Questa medesima avidità ora lo faceva vagare errabondo e senza meta nelle sterminate solitudini del sapere, in cerca di una introvabile sorgente, con la morte nel cuore e il delirio nella mente. Incapace così di possedere e gustare la vera pace, quella in grado di estinguere ogni sete, la quale proviene dal dominio di questa bruciante avidità, e permette infine di arrivare alla vera sapienza. In quel frangente di estrema limpidezza interiore, Jules si sentiva come sulla zattera del mare Lidenbrock, al centro della Terra, solo, perso, assetato e senza speranza.

      Per associazione di idee, alla sua mente si presentarono antichi presagi ancora scarsamente decifrabili, da lui ricevuti anni prima attraverso la testimonianza di colti personaggi, dopo il successo editoriale del suo Viaggio al centro della Terra – Voyage au centre de la Terre. In primis quello del suo amico Antoine, massone parigino e avvocato di fama, il quale tessendone le lodi diceva che quel libro era un vero e proprio cammino iniziatico. Tuttavia, Jules a fatica riusciva a comprendere questo linguaggio oscuro e così poco scientifico, che gli portava alla mente la personale conoscenza di classici quali Socrate e Plotino, mutuata dagli studi liceali.

     Gli tornava anche alla memoria la chiara profezia del sapiente ed erudito domenicano fra Alberic de la Rochejaqueline, confessore ordinario dell’Abazia di Notre-Dame a Parigi e attualmente consigliere personale del Vescovo mons. François de la Vergne, il quale dopo la lettura del Voyage ebbe a sentenziare: «Il giorno ancora lontano in cui, caro Jules, questa era moderna della scienza e della tecnica non sarà che un pallido ricordo nel fiume della storia, il suo libro verrà considerato all’altezza e al fianco dell’Odissea di Omero, come il viaggio dell’uomo moderno verso il suo destino». Ma Jules, allora imbevuto di esclusivo sapere scientifico non arrivava a capire la profondità di tali parole e, girando il discorso sul versante a lui più familiare, approfittava dell’erudizione universale di fra Alberic per farsi da lui spiegare le nozioni tecniche di volo utilizzate da Leonardo da Vinci qualche secolo prima, il quale col suo inarrivabile genio era stato in grado di ideare e progettare le macchine volanti.

     Già appariva alla finestra l’imbrunire, e Jules, profondamente assorto e alquanto raffreddato, si alzò con automatismo solo per alimentare il fuoco con nuova legna secca e schioppettante, che dopo un sordo tonfo sulle braci ardenti emise una serie di botti secchi, fischianti e gassosi che fecero balzare impaurito il gatto nero dalla cesta, orientandolo verso la più rassicurante porta dello studio. Le sue labbra ora, come guidate da lingua ignota, si misero a ripetere in latino ed infinite volte le parole del messaggio cifrato del Voyage, quelle che l’alchimista islandese del XVI secolo Arne Saknussem aveva scritto in runico sulla pergamena trovata e poi decifrata dal professor Otto Lidenbrock, protagonista principale del romanzo… IN SNEFFELS YOCULIS CRATEREM KEM DELIBAT UMBRA SCARTARIS JULII INTRA CALENDAS DESCENDE, AUDAS VIATOR, ET TERRESTRE CENTRUM ATTINGES. KOD FECI. ARNE SAKNUSSEM… (Nel cratere Yökull dello Snæffels che l’ombra dello Scartaris tocca alle calende di luglio, scendi, coraggioso viaggiatore, e raggiungerai il centro della terra. Ciò che feci. Arne Saknussem).

     Assorbito come in assenza di tempo dalla nenia in latino che gli ronzava senza sosta nella testa, Jules d’improvviso vide e pensò all’Alighieri. Stava avendo un altro flashback di uno dei lunghi colloqui avuti a Notre-Dame con fra Alberic molti anni prima. Vedeva l’umile e dottissimo frate dirgli sottovoce: «Lei deve sapere  – ma questa è una tesi che non pronuncio in pubblico per non esser tacciato di eresia dal mio vescovo o di credulità dai benpensanti – che sono profondamente convinto che molti scrittori, come Dante per la Divina Commedia, scrìvano senza consapevolezza sotto ispirazione divina o abbiano delle visioni naturali che poi traducono in opere letterarie meravigliose, diventando così pietre miliari nella storia della letteratura e dell’umanità. Penso, senza ombra di dubbio, che anche il Voyage sia da inserire tra queste opere d’arte». A Jules, ora sembrava lentamente dipanarsi una nuova realtà, un lato del suo essere che finora l’amore per la scienza aveva adombrato e tenuto da parte, il lato della coscienza, quel centro di sé stessi dove esiste la capacità di vedere oltre la mente, dove c’è un mondo non visibile a occhio nudo ma tutto da scoprire.

     Purtroppo questo luminoso pensiero, si trasformò rapidamente in avidità di conoscenza e in brama di esplorazione del nuovo orizzonte interiore or ora percepito. Questa avidità e questa brama, che col passare dei minuti stavano rapidamente mutando in emicrania muscolo-tensiva e in una incontrollabile passione, rappresentavano il limite della formazione scientifica di Jules e un reale ostacolo per potersi aprire alla realtà interiore. Si sarebbe infatti molto presto accorto che lo spazio della coscienza non è esplorabile con l’indagine scientifica strumentale e con il pensiero razionale, ma ci si può in esso addentrare soltanto attraverso la porta del silenzio, il sentiero della discesa interiore, la quotidiana pratica del vuoto della mente, l’apertura totale alla realtà visibile e non visibile. Comunque Jules, almeno da questo momento in poi si sarebbe trovato a concordare con il pensiero di fra Alberic. Adesso si rendeva pienamente consapevole del fatto che tutti i suoi romanzi erano stati dono di visioni scaturite dalle intuizioni della sua coscienza, da cui poi aveva ricamato originali trame con dovizia di particolari scientifici a lui così tanto cari. Decise così di raggiungere presto il frate a Parigi, avendo saputo in seguito tramite missiva di un suo amico, il celebre fotografo Nadar da lui interpellato, che fra Alberic era ancora vivo, godeva di ottima salute e continuava a svolgere il suo incarico di confessore ordinario a Notre-Dame.

     Era quasi giunta intanto la fine di ottobre e Jules senza esitare decise che avrebbe preso il treno per Parigi agli inizi di novembre, dopo le festività di Ognissanti e dei defunti, quando i primi freddi d’autunno si sarebbero forse temperati nell’estate di San Martino e gli alberi che correvano lungo la Senna avrebbero così mostrato in tutto il loro splendore i colori da tela impressionista di quella nostalgica stagione.

Foto: Idee&Azione

26 dicembre 2022

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