Jules Verne e il suo Viaggio interiore nel Centro della Terra di Mezzo [2]

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di René-Henri Manusardi

Andando a Parigi cercando la verità

     Jules Verne, piombò d’improvviso a Parigi come suo solito all’insaputa di tutti il 5 novembre 1886, viaggiando in anonimato, senza dover così sopportare l’insofferenza dei codazzi di gente curiosa, dei reporter che l’avrebbero subissato di domande e delle autorità parigine, le quali accoltolo in pompa magna non l’avrebbero poi esentato da un’infinità di inviti a manifestazioni pubbliche, inaugurazioni e noiosi ricevimenti. Uomo dal carattere schivo, Jules non amava soprattutto che la stampa parlasse del suo privato. Si erano infatti spenti da poco gli echi dell’attentato da lui subito il 9 marzo di quell’anno, dinanzi alla sua porta di casa ad Amiens. I giornali parigini, i primi giorni furono sobri nel riportare lo stupore generale suscitato da questa terribile notizia.

     Tuttavia, dopo la morte del suo amico l’editore Hetzel avvenuta qualche giorno dopo, il giorno 17 marzo a Montecarlo, i quotidiani si misero invece a farneticare e a fare tremende illazioni. Guidati da un sodalizio di avverse e ignote mani, sicuramente interessate ad aumentare i propri introiti editoriali con il culto del mistero, alcuni giornalisti senza scrupoli scavarono a fondo nelle discrepanze che Verne ed Hetzel avevano avuto nel corso degli ultimi anni. Costruendo così ad arte uno strano groviglio di notizie sensazionali, che rasentavano lo scandalistico e che rimbalzavano turbolente da un capo all’altro della dinamica ma altrettanto tranquilla vita della bourgeoisie parigina.

     Si parlò di iniziazioni a oscure sette, di pratiche occultistiche, di appartenenze a ignote confraternite del mistero, la qual cosa fece soffrire molto il sentimento cristiano di Jules, il quale sebbene non più stretto praticante si riconosceva comunque ancora nei valori cristiani del cattolicesimo. Come si permettevano di muovere queste accuse a lui?

     Proprio a lui, che seppur nato nella repubblicana Nantes nell’anno 1828, era figlio di Sophie Allote de la Fuÿe, madre di origini vandeane da cui aveva respirato la religione come l’aria e di Pierre Verne, un magistrato bretone la cui famiglia aveva dato tanti Chouans alla causa royaliste?  Il padre di Jules d’altra parte, come ogni monarchico di tendenza orleanista aveva poi aderito ai princìpi della Rivoluzione francese, non dimenticandosi però di tramandare al figlio sia gli orribili racconti degli anziani sia i suoi ricordi personali, riguardanti gli stermini di massa perpetrati nella Vandea e in Bretagna dalle “colonne infernali” degli eserciti repubblicani bleu provenienti dalla capitale, i quali avevano causato diverse vittime anche nel suo esteso clan familiare.

     Tutte queste cose pensava in quella mattina piovosa Jules, nel suo tragitto ferroviario da Amiens a Parigi, guardando assente il finestrino del vagone ferroviario madido di fine e gocciolante pioggia. Portava alla memoria con dolore anche il volto burbero del buon amico Hetzel, che non avrebbe più rivisto e con il quale non avrebbe purtroppo avuto occasione di riconciliarsi in questa vita. Il buon Pierre-Jules, artefice del suo successo universale di scrittore del fantastico, ma anche tanto esigente nei suoi confronti come un precettore d’antichi tempi. In fondo questa sua durezza di carattere, mescolata al senso per gli affari e alla percezione dei desideri e delle voglie futuristiche insite nella audience borghese parigina, era stata l’unico reale motivo di disaccordo e di contrasto tra lui e Jules. Vicino ad Hetzel, Verne ormai da molto tempo si sentiva con le ali tarpate, soffriva nell’incapacità di esprimere la sua ormai consolidata maturità artistica, doveva sottostare a progetti editoriali che non gli appartenevano più, mentre il suo cuore in modo sempre più preponderante gli ordinava invece di scrivere in libertà. Solo questo, quindi, era stato il motivo della loro finale separazione, nulla di più!

     Di certo, Jules sapeva che il suo editore era un massone di alto grado. Come faceva a non esserlo in tale posizione di vertice imprenditoriale nella nuova libera Francia, figlia della Encyclopédie, di Voltaire, del codice napoleonico, della III Repubblica e delle logge? Jules aveva partecipato più volte alle riunioni dei liberi muratori, espressamente invitato da Hetzel per esporre le sue novità editoriali e le sue idee fantastiche sul mondo futuro, in un ambiente ristretto e intellettualmente di nicchia. Era molto affascinato dagli aspetti filantropici e umanitari della massoneria, tuttavia il suo rigoroso spirito scientista non amava i rituali e le riunioni segrete, che considerava solo una perdita di tempo, quel tempo notturno prezioso e fecondo dove Jules concepiva e portava a termine la maggior parte dei suoi scritti i quali, tra l’altro, facevano poi letteralmente sognare e mandare in visibilio molti framassoni.

     Questo produrre in continuità opere atte a far sognare agli uomini un futuro migliore, era l’unico contributo che lui si sentiva in grado di donare alle logge parigine, come personale ringraziamento per la loro disponibilità ad ascoltarlo e a donargli il loro sostegno intellettuale. Comunque, per tutta la durata del loro sodalizio editoriale, Jules troverà sempre il modo di accontentare Hetzel, accondiscendendo nella stesura dei suoi romanzi a temi simili a quelli dell’iniziazione massonica, ispirati però più che altro alla conoscenza che egli aveva di Omero e di alcuni classici della civiltà greca e latina tra cui spiccavano Socrate, Platone, il grande Plotino e Virgilio.

     Una conoscenza questa, mutuata dai ricordi dei suoi severi studi liceali a Nantes con l’anziano Abbé Rostand, un coltissimo ex gesuita accolto in seguito nel clero locale per divergenze intellettuali coi superiori del suo Ordine. Rostand era stato infatti un attento studioso degli scritti di Meister Eckhart, il grande domenicano medioevale tedesco padre dei mistici renano-fiamminghi, condannato per alcune sue ardite tesi teologiche prontamente ritrattate, ma mai sconfessato dalla Chiesa anche se parecchio inviso alle gerarchie gesuitiche, più che altro per motivi di rivalità storica coi domenicani nella leadership intellettuale del mondo cattolico e nella cura pastorale delle élite del potere civile. L’Abbé Rostand, usava Eckhart come strumento di dialogo e di apostolato nei confronti dei colti teisti francesi, molti dei quali erano liberi muratori, per mezzo di un nutrito carteggio con alcuni di essi, tramite intensi colloqui personali e attraverso cicli tematici di conferenze.

     Il suo dialogo ante-litteram non piacque comunque a nessuno ai tempi del Re d’Orleans Filippo Egalité e venne ritenuto prematuro in un periodo, quello appunto, in cui Chiesa e Massoneria si odiavano a morte. Rostand venne aspramente criticato dalle testate giornalistiche di Parigi ove risiedeva e, obbligato a dimettersi dalla Compagnia di Gesù, venne infine accolto dalle braccia comprensive del vescovo di Nantes Mons. Jean-François de Hercé, il quale credendo alla sua buona fede gli permise di continuare con tranquillità, lontano dai rumori della stampa e dai malumori della capitale, la sua coraggiosa opera di evangelizzazione. L’Abbé Rostand, trasmise poi integralmente agli allievi del liceo di Nantes questa sua capacità di dialogo e di rispetto per le idee altrui e Jules ne seppe fare tesoro in ogni occasione della vita. Per questo motivo non si pose mai il problema di fare una scelta di campo o di posizionarsi in modo inequivocabile da una parte o dall’altra dello schieramento allora culturalmente in voga. Nella sua vita di grande scrittore infatti c’era spazio per tutti: massoni e cattolici, buddhisti e atei, credenti e agnostici, tutti potevano convivere benissimo attorno al suo desco e lui si gloriava delle loro differenze umane e culturali, da cui tra l’altro sapeva trarre sempre grandissimi spunti per la stesura dei suoi romanzi.

     Invece, in quel funesto 1886 una tenebrosa crudeltà si era abbattuta su di lui, sulla sua fama e su quella dei suoi amici. Ma Jules non percorse la strada delle azioni legali. Solo si raccomandò al suo buon amico Antoine, ora Presidente dell’Alta Corte di Giustizia, il quale anticipando di qualche giorno le richieste epistolari di Jules, aveva già convocato tutti i direttori delle testate parigine. Obbligandoli in nome della legge a più saggi comportamenti e a ribadire, con un articolo di scuse a Verne e agli allarmati lettori, che la magistratura aveva già chiuso il caso dell’attentato al nobile scrittore, avendo da subito arrestato il colpevole nella persona del giovane Gaston Verne, nipote di Jules e figlio di suo fratello Paul. Il quale aveva sparato allo zio per motivi di estorsione di somma di denaro che lo scrittore teneva materialmente con sè nel momento del tentato omicidio, in quanto appena incassata dalla vendita di un panfilo di sua proprietà.

     Stralunato da questi ormai gravidi pensieri, Jules venne colto di sorpresa dall’improvvisa apertura del portone della carrozza, dove un capostazione austero e baffuto annunciò il suo arrivo alla Gare du Lyon di Parigi e proclamò con voce metallica nella tipica inflessione dialettale dell’argot parigino, la fine della corsa. Si avviò dunque con il suo modesto bagaglio verso il piazzale delle carrozze e montato su di un calesse disse al vetturino di dirigersi verso l’atelier dell’amico fotografo Nadar, al n. 35 di Boulevard des Capucines. Con stupore e grande gioia, Nadar accolse l’amico scrittore nell’enorme atelier di quattro piani costellato da un numero indefinito di stanze che pullulavano di personale. Era nel cuore di un importante lavoro, stava infatti sviluppando alcune riprese geografiche fatte con il pallone aerostatico, una mongolfiera di cui era orgoglioso proprietario, su commissione dell’Istituto geografico militare. Ma nel momento in cui gli venne annunciato l’arrivo di monsieur Verne, Nadar uscì incredulo dalla camera oscura, abbracciò l’amico e diede disposizione allo sviluppatore capo di portare a termine la delicata opera.

     Amanti entrambi delle vecchie tradizioni, più che delle tendenze chic e orgogliosamente raffinate a cui si era lasciata andare la facoltosa classe borghese dell’epoca, Nadar e Jules decisero di cenare in una fumosa osteria del Quartiere Latino, frequentata da una moltitudine di artisti, per lo più pittori e poeti. Lì si mangiava molto bene e, inoltre, in quanto pullulante delle celebrità artistiche del momento, nessuno certamente in quella bettola avrebbe disturbato la notorietà di Jules, se non per accennargli un cortese saluto. Tra il fumo di sigari cubani e le esalazioni della mescita di vino rosso, il tutto frammischiato al forte odore di pesce fritto proveniente dal retro cucina, Nadar raccontò per filo e per segno a Jules la vita parigina dell’ultimo periodo. Dalla cronaca nera costellata di truffe e furti clamorosi a quella dei duelli con lama o pistola ad avancarica; dai pettegolezzi nei salotti de le grand monde alle funamboliche imprese del campione di boxe française Charles Charlemont, che di continuo sfidava ed atterrava con possenti ed altissimi calci i campioni d’oltremanica di boxe anglaise, venuti appositamente da Londra per sfidarlo coi loro temibili pugni.

     Vedendo però Jules incapace di mascherare il suo stato di fibrillante attesa, Nadar intuì i sommersi pensieri dell’amico e distraendolo per un attimo gli mostrò da lontano il viso faceto e profondo di un suo cliente, il poeta Stéphane Mallarmé, che Jules e Nadar si alzarono per salutare con un profondo inchino subito corrisposto dal poète maudit. Nadar venne dunque al sodo, e dopo aver confermato la scontata presenza di fra Alberic a Notre-Dame e la sua inossidabile salute – d’altra parte il pio religioso aveva solo pochi anni in più di Jules – cominciò a proferire in modo misterioso e sommesso: «Al Carmelo di Avenue de Saxe, vive una giovane monaca proveniente da uno sperduto paesino della Bretagna che ha fama di essere una grande mistica. Pare si chiami suor Maria Francesca del Sacro Cuore, almeno questo sembra essere il suo nome da religiosa».

     Incalzando con la sua adorabile e prolissa eloquenza tipicamente parigina, prosegui dicendo: «Ti chiederai perchè uno come me sia interessato a questa monachella di campagna: è presto detto! Parigi è cresciuta, l’industrializzazione l’ha resa territorialmente enorme, come non mai. Il Barone Haussmann con il suo piano regolatore ai tempi del Secondo Impero, diede alla città più di duecentomila nuovi alloggi. Così facendo però, la nostra vecchia e amabile Cité si è spopolata, siamo scesi a meno di cinquemila abitanti, mentre una volta eravamo più di quindicimila. Questa era la realtà dell’antico borgo, prima che la calcolata paura di Napoleone III spostasse il popolino fuori dalla Cité verso i nuovi quartieri periferici, per dominarlo coi suoi cannoni in caso di rivolta. Ora in quel che resta della Cité abitano solo i ricchi, mentre i tanti piccoli laboratori artigianali, le minuscole attività commerciali coi loro mille espedienti, e ciò che ancora restava delle illustri corporazioni provenienti dall’Ancien Régime e della vecchia anima parigina, sono scomparsi per sempre con larga parte dell’antico e malsano borgo medioevale, demolito da Haussmann per creare i grandi parchi odierni, salubri e ricchi di aria pura».

     Con un sorriso ironico, Nadar aggiunse: «Per non lasciare ad Alexander Dumas il privilegio di essere l’unico cantastorie dei tempi andati, e affinché possa restare ancora qualcosa da confrontare con la frenetica diversità del tempo presente, mi sono dunque attrezzato e fatto coraggio, prendendo la non facile decisione di immortalare con una monumentale opera fotografica la Parigi di ieri e di oggi, così da poterla tramandare ai posteri e in questo modo essere per sempre ricordato dai parigini e dai francesi dei secoli a venire. Un’opera non tanto focalizzata sull’architettura antica e moderna, ma sui volti e sui lavori dei personaggi vecchi e nuovi di questa grande città che per me è il vero ombelico del mondo. Durante questo secondo mandato alla Presidenza della Repubblica del libero muratore Jule Grèvy vero amante della pace, siamo divenuti ancor più un crogiuolo di razze e di culture, di popoli e di modi di vita antitetici e pure conviventi. Dunque, tanti nuovi volti da ricordare e rendere perenni, di gente che arriva dalle campagne di Francia e da ogni parte dei territori francesi d’oltremare per cercare lavoro o per realizzare commercio».

     Fattosi quindi improvvisamente serio, affermò con sicurezza: «Il volto religioso di Parigi non è meno importante di quello degli operai delle filature e delle fonderie, o di quello di magistrati, avvocati e militari che si aggirano per i vicoli e calcano le grandi arterie di questa magnifica metropoli. Anzi, in un certo senso la Parigi dei frati, dei preti e delle monache è quella che più di tutti ci ricorda i volti della nostra tradizione antica, quella dei castelli e delle cattedrali. Del tempo in cui noi tutti fummo sudditi per secoli dei Re d’unzione divina, intrecciati alla Chiesa ma quasi sempre ostili al suo potere. Prima che la Rivoluzione del 1789 spazzasse via il loro potere divenuto ormai assolutista e corrotto, ma che resta pur sempre un mondo incantato e senza tempo nell’immaginario di molti francesi, il mondo di Giovanna d’Arco e dei tre moschettieri!».

     Guardando ora Jules come esperto attore dallo sguardo mendicante, Nadar soggiunse supplichevole: «Per immortalare questo pezzo pulsante e antico, quello della Parigi religiosa, mi serve anche il tuo aiuto caro Jules. Per questo dovresti cortesemente chiedere a fra Alberic con cui hai una confidenza maggiore della mia, di avere un permesso per entrare al Carmelo di Avenue de Saxe, per fare qualche foto alle monache e alla cosiddetta mistica». Jules, assentì entusiasta col capo alla convincente e arguta dialettica dell’amico fotografo, e oltremodo incuriosito dal suo abituale acume investigativo, gli chiese come diavolo avesse fatto a trovare ancora una volta un nuovo ago nel confuso pagliaio della vita parigina. A sapere cioè dell’esistenza di una cosiddetta suor Maria Francesca del Sacro Cuore nella Parigi della Belle Époque, una metropoli distratta dagli eventi politici internazionali, insuperbita dal suo stupefacente sviluppo urbano e scientifico-culturale, ma non certamente attenta a beghe mistico-religiose dal sapore medioevale.

     Con un lampo dei suoi grandi occhi curiosi ed investigatori, Nadar con fare ironico e sottile pettegolezzo replicò: «Ma mio caro Jules, da quando hai rarefatto le tue apparizioni a Parigi e te ne stai tra le zucche e i vitigni della Piccardia ti sei perso la vera vita, il cuore pulsante della Francia. Anche gli amici della nostra associazione di ricerca sul volo aereo dicono che il loro segretario, monsieur Verne, progetta il futuro del volo tra i mulini ad acqua e le cipolle, disertando le loro interessanti riunioni!». Esplosero entrambi in una sonora risata, mentre il cuoco italiano portava loro pesce di fiume fritto, una lunga baguette e una grande brocca stracolma di vivace chardonnay insieme a delle untuose stoviglie. Nadar, ancora sorridente e con le lacrime agli occhi, ebbe improvvisamente uno scatto di reni da vero artista di strada e in un batter d’occhio si ricompose, in una espressione tra il serioso e l’ilare.

     Guardando in questo modo Jules, che lo stava ammirando silenziosamente per la sua versatilità teatrale abilmente messa in opera ogni volta che chiacchierava, Nadar gustò il suo primo sorso di vino dopo averlo lungamente annusato e disse: «Ma non sai che questa suora è la seconda mistica che abbiamo qui al Carmelo di Parigi in meno di vent’anni? La prima, suor Maria Amata di Gesù, nonostante la sua morte avvenuta nel 1874 all’età di soli trentacinque anni, è ancora a suo modo una specie di celebrità qui in città, anche se i giornali non ne hanno quasi mai parlato, perchè per questo tipo di argomenti, come anche per le apparizioni di Lourdes del 1858, vige una sorta di omertoso silenzio stampa su pressione delle autorità governative».

     Continuò: «Non è certo per la sua ipotetica santità comunque che Suor Maria Amata di Gesù è diventata famosa, il motivo è un altro. Nel 1863, il grande Ernest Renan, che come tutti gli spretati non è certo un campione di equilibrio umano – pensa alle affermazioni razziste che, scimmiottando Voltaire, di tanto in tanto rilascia ai giornalisti e nei suoi scritti – aveva dato alle stampe quel libro che anche tu conosci bene, dal titolo “La Vita di Gesù”. Scandalizzava così il mondo cattolico francese per le sue ardite tesi su Gesù Cristo da lui considerato solamente un uomo e non Dio, nulla più di un rabbino galileo perseguitato dalla casta sacerdotale dei suoi tempi e morto in croce senza essere poi veramente risorto. Ebbene, sai che fece allora quella suora di clausura? Dopo essersi letta il libro, prostrata interiormente dalle ardite e per lei offensive tesi del Renan, priva di qualsiasi cultura di tipo teologico o filosofico – era infatti una ex orfanella senza dote e sai che in quei posti finisci a lavare i piatti e a fare le pulizie se non sei figlia della buona società – prese inchiostro e penna d’oca e gli rispose con un manoscritto di altissimo profilo teologico e intellettuale, dal titolo “Gesù Cristo è il Figlio di Dio”, dove affermava la divinità di Cristo e la sua risurrezione».

     Vedendo un Jules molto interessato, Nadar proseguì dicendo: «Il volume di suor Maria Amata venne poi dato alle stampe con la benedizione del compianto arcivescovo di Parigi mons. Georges Darboy, ed ebbe un buon successo, a causa della fama che nutriva allora il sommo prelato. Di idee repubblicane e gallicane, inviso a Roma, mons. Darboy sedette in Parlamento come senatore e Grande Elemosiniere di Sua Maestà Napoleone III, per volere esplicito dello stesso Imperatore, fino alla sua morte violenta avvenuta per mano della Comune parigina nel 1871.  Anche se queste cose le conosci già, caro Jules, sappi comunque che il dialogo e la mano tesa che il dotto mons. Darboy ha stabilito da allora con la scienza e la cultura laicista francese, oltre la sua personale amicizia con qualche massone di alto rango, hanno permesso la nascita di un clima di confronto tra dotti di entrambi gli schieramenti, nonostante in alcuni casi esso resti oggi ancora molto difficile, anche per le politiche anticlericali condotte dal Presidente Grèvy e dal suo Primo Ministro De Freycinet e per la solita intransigenza vaticana».

     Mentre Jules scuoteva la testa per manifestare la sua disapprovazione verso la politica anticlericale, Nadar ebbe un sommesso sorriso e continuò a raccontare in tono ilare: «A quei tempi tuttavia, nonostante i buoni rapporti che intercorrevano tra Napoleone III e Papa Pio IX, l’aria qui a Parigi era comunque pesante e lo scontro verbale in materia religiosa si presentava sovente alla porta dell’uscio. Ad esempio, durante una brillante conferenza di presentazione del libro di suor Maria Amata all’alta società, fra Angelico un dotto domenicano confratello di fra Alberic e direttore spirituale della monaca, venne accusato da due liberi muratori del Grand’Oriente di Francia di essere l’estensore materiale di quel libro. Nonostante il pio frate replicasse loro bonariamente che lo stile eclettico usato dalla suora non collimava affatto con il rigore logico-scolastico proprio del modus domenicano di comporre i testi teologici, si arrivò presto ai ferri corti, lì dove l’impulsività reciproca delle parti travalica la ragione ed il buon senso dei contendenti».

     Visibilmente divertito, continuò a narrare: «Dopo una serie di insulti verbali da entrambe le parti, mentre la gente lì presente alternava a ritmi serrati divertimento e stupore, infine il domenicano venne invaso come da un raptus di sapore medievale. Rivolgendosi ipnotico ai due inquieti massoni, disse loro che per affermare la verità della sua estraneità alla stesura del conteso libro, avrebbe sostenuto il giudizio di Dio attraverso la prova del fuoco. I due accusatori cominciarono allora a ridere in modo frenetico e smodato, additando il frate a tutta l’assemblea come uno spostato, un pazzo retrivo e fuori tempo, che invocava la superstizione del miracolo per sostenere la sua bugiardaggine. A quel punto sai che combinò quel matto? Sceso dalla cattedra e toltisi i sandali, a piedi nudi si incamminò verso l’enorme camino che alimentava il calore del salone, infilando i suoi piedi tra le braci ardenti».

     Divenuto rosso come un peperone, per evitare di ridere in modo sguaiato e così offendere il sentimento religioso di Jules, dopo essersi ripreso velocemente con un altro bicchiere di buon vino, Nadar concluse finalmente la sua interminabile conversazione, con la voce tremolante di un riso volutamente sottotono che gli contraeva lo stomaco, e disse: «Prontamente soccorso dal nostro amico Antoine, allora giovane avvocato e da un generale di cavalleria che sfilò prontamente il mantello per spegnere il fuoco che stava attizzando la sua tonaca, fra Angelico con il coraggio del suo gesto inconsulto riuscì a spostare l’opinione dell’uditorio dalla sua parte. La gente presente in sala cominciò a mormorare e ad inveire contro l’estremismo dei due malcapitati framassoni i quali, scornati e a testa bassa, raggiunsero rapidamente la porta di uscita».

     Si era intanto fatta mezzanotte e mentre i lampioni a gas illuminavano tutta la città, i due amici si incamminarono felici verso l’atelier di Nadar, dove Jules avrebbe pernottato nella stanza degli ospiti del suo appartamento privato. Nadar infatti aveva necessità di dormire laddove lavorava, visto i suoi lampi di genio che lo svegliavano nel cuore della notte a sperimentare nuove tecniche fotografiche o a scrivere articoli per i giornali e per le primissime riviste specializzate dell’epoca. Chiacchierando tranquilli e a passo circospetto sulla strada verso casa, Jules rassicurò Nadar del suo reale interessamento riguardo il desiderato servizio fotografico che l’amico intendeva porre in essere anche al Carmelo di Avenue de Saxe, per incastonare anche la Parigi religiosa a memoria delle generazioni future. Jules, avrebbe infatti fatto visita a fra Alberic l’indomani mattina, e avrebbe usato la richiesta di Nadar come esordio nel suo personale colloquio con l’erudito domenicano. Aveva così tanta voglia di vedere il dotto frate e tanto bisogno di parlargli, che quella notte non riuscì quasi a chiudere occhio.

Foto: Idee&Azione

27 dicembre 2022

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