Jules Verne e il suo Viaggio interiore nel Centro della Terra di Mezzo [3]

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di René-Henri Manusardi

La Porta del Silenzio

     Quando Jules, di buon mattino da uno dei portoni laterali penetrò nella navata nord di Notre-Dame, sul cielo di Parigi si era alzato un tiepido sole novembrino e qualche abbozzata nuvola qua e là, ad indicare che presto o tardi anche in quel giorno il tempo avrebbe perso la sua vivacità e si sarebbe nuovamente mutato nel plumbeo piovoso autunno, caratteristico dell’Ile-de-France. L’interno di Notre-Dame, rispetto all’indifferenza di molti anni prima gli faceva ora una profonda impressione, quella di un’ombrosa foresta spirituale popolata da santi di pietra, e stagliata dai raggi di un tenue sole in grado di incendiare ancora i mosaici multicolori, incastonati nelle esili finestre gotiche della cattedrale. Camminando al suo interno, a passo affrettato Jules raggiunse presto l’altare laterale dedicato alla Madonna, dove ogni mattina dei giorni feriali fra Alberic celebrava la santa messa per un nutrito numero di fedeli, per lo più commercianti della zona e suoi penitenti. Il dotto frate aveva appena finito la celebrazione e vedendo Jules, un po’ brizzolato ma sempre uguale nella sua robusta foggia nantese, gli rivolse un largo sorriso facendogli cenno da lontano con mano rapida di seguirlo in sacrestia. A Jules, come ad un ragazzino di fronte al maestro di scuola, tremarono le gambe e pulsò il sangue veloce. Da questa trafelata emozione si contenne con grande sforzo, salutando con un visibile inchino il pio religioso e incamminandosi dietro di lui verso la sacrestia, con l’andatura un po’ impacciata dello studente prima degli esami.

     Superati i convenevoli, Jules informò fra Alberic del grande progetto fotografico sui volti umani di Parigi a cui Nadar teneva così tanto, spiegandogli nei dettagli lo spirito che animava il famoso fotografo a realizzare tale monumentale impresa. «Non mi dite caro Jules – esordì il frate – che siete venuto da Amiens solo per perorare una causa a favore del vostro amico, cosa che avreste potuto fare benissimo anche per lettera. Vedo invece nelle vostre pupille e nel vostro volto, un punto interrogativo che è visibile ad occhio nudo anche a centinaia di chilometri». Jules trasalì, come da un sogno e, nascondendo a malapena sotto un sincero ed imbarazzato sorriso il profondo intuito con il quale il domenicano aveva colto nel segno il motivo della sua venuta, prese il coraggio di dire a fra Alberic che nonostante fosse quasi un attempato sessantenne, per certi versi era rimasto come un bambino, incapace cioè di nascondere le proprie emozioni. Il pio religioso percependo il suo lieve impaccio, si fece serio e dopo aver tolto il camice e riassettato la sua tonaca, con mano esperta sistemò infine l’antico cappuccio medievale e disse: «Comprendo appieno e condivido le nobili intenzioni di Nadar, infatti il suo lavoro potrà considerarsi vitale per le generazioni future, dove anch’io prevedo come già fece lei nel suo libro sulla futura Parigi, il largo uso che tali generazioni faranno di strumentazione tecnica legata all’immagine, rispetto alle tecniche odierne tuttora ancorate alla carta stampata. L’era di Gutenberg sembra infatti essere quasi arrivata al viale del tramonto, ma uomini come lei e come me non tramonteranno mai, neanche dopo la loro morte, perchè hanno sempre guardato avanti».

     La menzione della morte, diede nuovamente uno scossone alla fragilità interiore che Jules viveva dopo l’attentato subito quell’anno e la dipartita da questo mondo del suo editore e amico Hetzel. Jules, solo ora che fra Alberic glielo aveva ricordato, ripensò ai vecchi tempi in cui fece leggere all’amico frate un suo romanzo composto nell’anno 1863 e che non venne mai pubblicato da Hetzel, dal titolo Parigi nel XX secolo, dove descriveva tra l’altro anche una serie di apparecchi fantastici basati sull’immagine animata. Da quel giorno, dopo che ebbe letto tale manoscritto, fra Alberic all’insaputa di Jules, coniò appositamente per lui il nomignolo “Leonardamus”, volendo così indicare alla cerchia degli amici più intimi del romanziere, quei tratti mentali caratteristici che accomunavano Verne al grande Leonardo da Vinci e al celebre astrologo visionario Nostradamus.

     Fra Alberic, continuando il discorso, aggiunse: «Tuttavia non è facoltà di fra Angelico quale confessore delle carmelitane scalze, il fare entrare o meno uomini in clausura. Lui stesso non la viola mai se non nel caso di agonia di qualche monaca, per impartirle l’estrema unzione. Il potere di fare entrare Nadar con tutto il suo armamentario e, beninteso, senza giovani garzoni, dipende solo dall’arcivescovo di Parigi. Conoscendo però molto bene Mons. de la Vergne e la sua discreta apertura verso gli aspetti positivi della modernità, non penso sia per me difficile ottenere da lui un permesso scritto e così convincere anche la madre superiora che, come al solito, saprà essere molto ossequiente e pronta ad obbedire alla volontà del suo vescovo». Jules emise un grande sospiro di sollievo, essendo debitore a Nadar non solo di amicizia, ma anche di ispirazione letteraria, visto la sua inventività creativa e il suo coraggio nello sperimentare di persona le nuove macchine dell’epoca, soprattutto quelle volanti. Nadar relazionava poi a Jules nei minimi dettagli la cronologia e la tempistica di questi suoi azzardati esperimenti, e Jules aveva materiale da accumulare per le sue future creazioni letterarie.

     Vedendo Jules felice e pieno di buon umore, fra Alberic soggiunse: «Stamane è per me giorno di riposo, non so neanche per quale motivo abbia tenuto la giornata libera da impegni. Già da tempo meditavo di andare al Carmelo di Avenue de Saxe, le farebbe piacere accompagnarmi lì, così lungo la strada potrà parlare liberamente di tutto ciò che le pesa sul cuore?». Jules assenti di buon grado e così a piedi, secondo le antiche consuetudini domenicane, i due amici si avviarono parlando del più e del meno verso la meta stabilita.

     Nel corso del loro tragitto verso il Carmelo, Jules esternò all’amico frate di aver recentemente scoperto la realtà del “silenzio”, il suo valore e la sua importanza, ma che in tale realtà per lui nuova non riusciva molto a districarsi. Su questo profondo tema dai risvolti sia spirituali sia psicologici, lo informò che aveva anche dato un occhio alla Regola di San Benedetto, agli scritti di Bossuet, ad alcuni testi indiani antichi come i Veda e le Upanishad, oltre che ad alcune relazioni neurologiche del grande Charcot e di alcuni studiosi del mesmerismo che conservava nella sua enorme biblioteca. Ma, sinceramente parlando, come si suol dire, non ne aveva cavato un ragno dal buco. Ammetteva in questo la sua ignoranza in ambito teologico ed esoterico, tuttavia egli ricordava a fra Alberic anche la partecipazione ad alcune conferenze sul tema del silenzio come accesso alla scienza dello spirito, che anni prima aveva ascoltato dalla bocca di madame Blavatskj alla Royal Society di Londra, durante un suo breve soggiorno nella capitale dell’Impero britannico per ricevere una onorificenza. Ne aveva ricavato però molto poco, se non la certezza che la Realtà non è tutta e solo quella visibile, e che per questo motivo, esistono parti invisibili della Realtà che non possono essere poste al vaglio della strumentazione scientifica e dei suoi parametri d’indagine. Lo mise a conoscenza anche della sua attuale consapevolezza di avere il dono delle visioni, come sosteneva da sempre il buon frate. Fra Alberic, compiaciuto dalle esplorazioni alquanto insolite per la personalità scientifica di Jules, gli disse che forse visitando il Carmelo avrebbe conosciuto qualcosa di più vitale ed immediato per le sue ricerche. E, con il sorriso stampato sulla bocca, aggiunse felice: «Tra le belle anime che popolano il Carmelo qui a Parigi, ne esiste anche una molto giovane ma che già possiede autentiche doti mistiche, si chiama suor Maria Francesca del Sacro Cuore, ha per caso sentito parlare di lei?». Jules fece slittare la domanda, simulando di non saper quasi niente della monaca, anche per non suscitare da parte del pio frate falsi sospetti sulla bontà delle intenzioni che animavano Nadar, ritirandosi così dal perorare la sua causa presso il vescovo de la Vergne.

     «Mi sembra davvero strano che una lingua lunga come quella di Nadar non le abbia riferito la cosa, ribatté divertito fra Alberic. Sono in realtà pronto a crederle come si può credere alle favole di un bambino in età adulta. Comunque non si preoccupi Jules, la mia parola è una e quando l’ho data non torno più indietro. Ci penserà il vescovo ad inquisire – e qui si mise a ridere compiaciuto – sulle reali intenzioni di Nadar, dicendomi di tornare una seconda volta da lui con il nostro impareggiabile fotografo. Mons. de la Vergne, infatti, da buon nantese come lei, non lascia mai le cose a metà e non delega ad altri ciò che ritiene di sua strettissima competenza. É meticolosamente analitico e studia a fondo i casi con l’abilità del suo più celebre conterraneo il grande medico Renè Laennec, inventore dello stetoscopio. Sono comunque sicuro che Egli ci darà senza difficoltà il suo autorevole permesso. D’altra parte – aggiunse sicuro – la prova che suor Maria Francesca sia colma di Spirito Santo e trabocchi della sua unzione l’ho avuta più volte anch’io. Approfondendo i miei studi di ricerca nella teologia, mi sono trovato spesso davanti a nuove questioni dogmatiche e spirituali per me irrisolvibili, nonostante da mesi le studiassi da ogni angolazione e sotto ogni punto di vista. Le discussioni su tali argomenti con altri dotti confratelli cattedratici e ricercatori, seppur in grado di sviscerare il problema e di metterlo a nudo, tuttavia non permettevano di farne intravedere una possibile soluzione e così ogni volta mi ritrovavo al punto di partenza. Dopo che sentii parlare di suor Maria Francesca e dei suoi doni da fra Angelico che è tuttora cappellano del Carmelo, sapendo tra l’altro da lui che gli studi teologici della carmelitana in questione erano praticamente inesistenti, decisi sanamente di fare un atto di umiltà, chiedendo infine udienza alla giovane monaca. Venni da lei accolto come se fossi il Signore in persona e restai completamente strabiliato dall’entusiasmo con cui questa minuta suora mostrava di credere, molto più del sottoscritto, alla grandezza del mio sacerdozio ministeriale. Suor Maria Francesca, lodando Dio con le braccia aperte ed esultando visibilmente, mi fece finire in ginocchio con le mani appese alla grata della clausura, conscio di essere spettatore di una potente irruzione di Spirito Santo che si stava manifestando in lei. La monaca, allora disse in modo molto gentile e intelligente di alzarmi, perchè gli esseri umani devono piegare il ginocchio solo davanti alla presenza di Dio. Dopo di che mi fece accomodare sulla sedia del parlatorio e, stando in piedi dietro la grata, mi chiese per quale motivo un dotto domenicano si era mosso per venire a trovare una povera ignorante carmelitana. Pregammo quindi insieme, la benedissi, poi esternai a lei il mio insoluto problema teologico in tutta la sua profondità, ampiezza ed estensione. Suor Maria Francesca, dopo essere stata per alcuni istanti che sembravano eterni in silenziosa preghiera, rispose al mio quesito con una semplicità disarmante, dandomi di esso la soluzione alla luce della Sacra Scrittura e della più fine teologia tomista. In quel momento nel mio spirito sentii il fragore di un tuono portentoso e una luce intensa illuminò la mia piccola intelligenza. Da quel memorabile giorno, vengo regolarmente a trovare la suora per il medesimo motivo e ogni volta ne torno consolato e con le mie questioni teologiche risolte. Oggi però andiamo per lei, caro Jules e vedrà che dal colloquio con suor Maria Francesca non ne uscirà deluso».

     Stranamente, non per lei ma per loro, quel mattino suor Maria Francesca li stava aspettando. Li accolse piena di felicità e, nonostante l’eccitata emozione di Jules, lei seppe metterlo a suo agio con la sua mitissima dolcezza. A Jules, in quel momento la monaca gli sembrò assomigliare a quel razzo diretto verso la luna da lui descritto in uno dei suoi romanzi, così esile ma carico di una misteriosa energia capace di spingersi inesorabilmente verso la meta lunare. Dopo i convenevoli e le solite preghiere di rito guidate da fra Alberic in fluente latino, suor Maria Francesca chiuse gli occhi, assorta in preghiera e quando li riaprì, guardando nel vuoto come se realmente vedesse qualcosa, proferì queste parole: «Stanotte ho sognato il suo arrivo qui da noi al Carmelo, monsieur Verne. Dio mi dice che lei è sulla buona strada perchè è animato dalla sete di verità. Per questo motivo deve continuare liberamente la sua ricerca sulle realtà dello spirito, senza alcun condizionamento da parte di chicchessia e, da parte sua, senza giudicare o essere prevenuto nei confronti della religione o delle convinzioni filosofiche dei suoi futuri interlocutori. Nostro Signore Gesù Cristo le sarà sempre vicino e le manda a dire che Lui è Dio, infinitamente paziente e misericordioso, e che quando lei vorrà tornare a Lui, senza vincoli o costrizioni di sorta, Lui sarà già lì ad aspettarla come un buon padre che aspetta il ritorno del proprio figlio a braccia aperte».

     Detto questo, la suora, mettendo la mano sotto la tonaca all’altezza del cuore e sfilandovi una piccola pergamena arrotolata, aggiunse: «Monsieur Verne, si avvicini, la prego. Col permesso della reverenda Madre superiora, Gesù mi dice di darle questo piccolo scritto sul Silenzio, composto da suor Maria Amata di Gesù mia consorella qualche anno prima della sua morte. Esso è stato miniaturizzato in caratteri gotici da una nostra monaca abile nella scrittura antica. Qui troverà la risposta al problema che ora affligge la sua anima e alla sete di conoscenza che le brucia nel petto. Appena pronta ne faremo avere un’altra copia anche a lei, fra Alberic. Sua Eccellenza Mons. de la Vergne, ha già dato l’imprimatur per la stampa. Per ora ci mancano i fondi, ma Dio certamente provvederà».

     Questa misteriosa ma reale manifestazione del divino nei suoi confronti, lasciò Jules letteralmente sbalordito. Egli era in grado solamente di ripetere a iosa un sommesso “Grazie!”, senza riuscire ad esprimere nient’altro per lo stupore che provava. Fra Alberic, visibilmente sorridente e commosso, picchiò amichevolmente con il palmo della mano la schiena dell’amico come per dirle che era stato molto fortunato, o meglio, provvidenzialmente guidato da una mano misteriosa. Prima del congedo finale, suor Maria Francesca disse ancora a Jules: «Monsieur Verne, coraggio ché il cammino è lungo ma anche breve. Per trovare quello che lei sta cercando, oltre l’aiuto di Dio, sarà necessaria da parte sua molta costanza, la stessa che lei impegna per scrivere i suoi libri. Lei dovrà diventare all’interno di sè stesso, nella sua anima, il laboratorio sperimentale dove il silenzio potrà attecchire, svilupparsi ed insegnarle ogni cosa. Pregherò ogni giorno per lei, affinché Dio la benedica ora e sempre. Non dimentichi mai che la misteriosa Porta del Silenzio, si valica e si oltrepassa solo attraverso un lavoro interno, costante, continuo e quotidiano».

     Usciti dal Carmelo, Jules e fra Alberic srotolarono con venerata curiosità il minuscolo manoscritto. Il dotto frate lo lesse avidamente, poi lo mise con marcata indifferenza nell’ampia tasca del suo saio, mentre Jules che stentava a capire la sua mossa teatrale e palesemente istrionica, lo guardava con aria interrogativa. L’erudito religioso, sorridendo per questa sua burloneria lo rasserenò subito, dicendogli che sarebbero andati immediatamente al suo convento, in tempo per l’Angelus e per un pranzo spartano nel refettorio conventuale assieme alla comunità religiosa. Dopo le preghiere di rito e il ringraziamento nel coro della chiesa, mentre i confratelli si sarebbero recati alla ricreazione, loro invece avrebbero diretto i loro passi verso lo scriptorium, dove fra Alberic, presa penna e calamaio, avrebbe ricopiato velocemente il breve manoscritto, prima di riconsegnarlo nelle mani di Jules. E così avvenne. Questo, è il contenuto del prezioso manoscritto di suor Maria Amata di Gesù, chiamato:

I Dodici Gradi del Silenzio

     La vita interiore potrebbe consistere in una sola parola: Silenzio! Il silenzio prepara i santi, li inizia, li sviluppa, li perfeziona. Dio, che è eterno, non dice che una sola parola, è il Verbo. Ugualmente sarebbe da desiderare che tutte le nostre parole esprimessero Gesù direttamente o indirettamente. Quanto è bella questa parola: Silenzio!

1° Grado: Parlare poco con le creature e molto con Dio.

     Questo è il primo passo, ma indispensabile, nelle vie solitarie del silenzio. A questa scuola s’insegnano gli elementi che dispongono all’unione divina. Qui l’anima studia e approfondisce questa virtù nello spirito del Vangelo, nello spirito della regola che ha abbracciata, rispettando i luoghi consacrati, le persone e soprattutto la lingua, dove così spesso si riposa il Verbo o la Parola del Padre, il Verbo fatto carne! Silenzio al mondo, silenzio alle notizie, silenzio con le anime anche più giuste: la voce d’un Angelo ha turbato Maria…

2° Grado: Silenzio nel lavoro, nei movimenti.

     Silenzio nell’andatura: silenzio degli occhi, delle orecchie, della voce; silenzio di tutto l’essere esteriore per disporre l’anima a trattare con Dio. Con questi primi sforzi l’anima merita, per quanto è da lei, d’intendere la voce del Signore. Come questo primo passo è ben compensato! Egli la chiama nel deserto, ed ecco perché in questo secondo stato, ella si toglie da tutto ciò che potrebbe distrarla; s’allontana dal rumore, fugge sola verso Colui che è solo. In Lui gusta le primizie dell’unione divina e la predilezione del suo Dio. È il silenzio del raccoglimento o il raccoglimento nel silenzio.

3° Grado: Silenzio dell’immaginazione.

     Questa facoltà è la prima che bussa alla porta chiusa del giardino dello Sposo; l’accompagnano i turbamenti inesplicabili, le impressioni vaghe, le tristezze. Ma in questo luogo appartato, l’anima darà al diletto prove del suo amore. Essa presenterà a questa potenza che non può essere annientata le bellezze del cielo, gl’incanti del suo Signore, le scene del Calvario, le perfezioni del suo Dio. Allora ella pure resterà nel silenzio, essa sarà l’ancella silenziosa dell’Amor divino.

4° Grado: Silenzio della memoria.

     Silenzio del passato… dimenticanza. Bisogna saturare questa facoltà col ricordo delle misericordie di Dio… È la riconoscenza nel silenzio, è silenzio del ringraziamento.

5° Grado: Silenzio con le creature.

     Oh, miserie della nostra condizione presente! Spesso l’anima, attenta su sé stessa, si sorprenderà a conversare interiormente con le creature, rispondendo in loro vece. Oh, umiliazione che ha fatto gemere i santi! Allora quest’anima deve ritirarsi gradatamente nelle più intime profondità di quel luogo nascosto, ove riposa la Maestà inaccessibile del Santo dei santi e dove Gesù suo consolatore e suo Dio, scoprirà a Lei, le rivelerà i suoi segreti e le darà un saggio della beatitudine futura. Allora Egli le infonderà un amaro disgusto per tutto ciò che non è Lui, e tutto ciò che è della terra cesserà a poco a poco di distrarla.

6° Grado: Silenzio del cuore.

     Se la lingua è muta, se i sensi sono calmi, se l’immaginazione, la memoria, le creature tacciono e stabiliscono la solitudine, se non attorno, almeno nell’intimo di quest’anima sposa, anche il cuore farà poco rumore. Silenzio degli affetti, delle antipatie, silenzio dei desideri troppo ardenti; silenzio dello zelo indiscreto; silenzio del fervore esagerato; silenzio perfino dei sospiri! … Silenzio dell’amore in ciò che ha di esaltato, non di quella santa esaltazione di cui Dio è l’autore, ma di quella in cui si frammischia la natura! Il silenzio dell’amore è l’amore nel silenzio! … È il silenzio davanti a Dio, bellezza, bontà, perfezione! … Silenzio che non ha nulla di impacciato, di forzato: tale silenzio non nuoce alla tenerezza, alla vigoria di questo amore, come la confessione dei falli non nuoce al silenzio dell’umiltà, come il frullo delle ali degli angeli, di cui parla il profeta, non nuoce al silenzio della loro obbedienza, come il Fiat non nuoce al silenzio del Getsemani, come il Sanctus eterno non nuoce al silenzio dei serafini! … Un cuore nel silenzio è un cuore di Vergine, è una melodia per il cuore di Dio! La lampada si consuma senza rumore davanti al tabernacolo e l’incenso sale in silenzio fino al trono del Salvatore; tale è il silenzio dell’amore! Nei gradi precedenti, il silenzio era ancora il lamento della terra; in questo l’anima, per la sua purezza, comincia ad imparare la prima nota di quel santo cantico che è il cantico del cielo.

7° Grado: Silenzio della natura dell’amor proprio.

     Silenzio alla vista della propria corruzione, della propria incapacità. Silenzio dell’anima che si compiace della propria bassezza. Silenzio alle lodi, alla stima. Silenzio davanti ai disprezzi, alle preferenze, alle mormorazioni: è il silenzio della dolcezza e dell’umiltà. Silenzio della natura davanti alle gioie o ai piaceri. Il fiore sboccia in silenzio ed il suo profumo loda in silenzio il Creatore: l’anima interiore deve fare lo stesso. Silenzio della natura nelle pene o nelle contraddizioni. Silenzio nei digiuni, nelle veglie, nelle fatiche, nel freddo e nel caldo. Silenzio nella salute, nella malattia, nella privazione di ogni cosa: è il silenzio eloquente della vera povertà e della penitenza; è il silenzio amabilissimo della morte a tutto ciò che è creato ed umano. È il silenzio dell’io umano che passa nel volere divino. I fremiti della natura non potranno turbare questo silenzio perché esso è al di sopra della natura.

8° Grado: Silenzio della mente.

     Far tacere i pensieri inutili, i pensieri piacevoli, naturali; questi solamente nuocciono davvero al silenzio della mente e non il pensiero in sé stesso che non può cessare di esistere. La nostra mente vuole la verità e noi le diamo la menzogna! Ora la verità essenziale è Dio! Dio basta alla sua intelligenza divina e non basta alla povera intelligenza umana! Una contemplazione di Dio sostenuta, immediata non è possibile sull’infermità della carne, senza un dono particolare della divina bontà; ma il silenzio negli esercizi propri della mente è, rispetto alla fede, l’accontentarsi della sua luce oscura. Silenzio ai ragionamenti sottili che indeboliscono la volontà e inaridiscono l’amore. Silenzio nell’intenzione: purezza, semplicità; silenzio alle ricerche personali; nella meditazione, silenzio alla curiosità; nell’orazione, silenzio alle proprie operazioni, esse non fanno che intralciare l’opera di Dio. Silenzio all’orgoglio che si ricerca in tutto, ovunque e sempre, che vuole del bello, del bene, del sublime; è il silenzio della santa semplicità, dello spogliamento totale, della rettitudine. Una mente che combatte contro tali nemici è simile a quegli angeli che vedono senza interruzione il Volto di Dio. Il Signore innalza fino a Sé questa intelligenza, sempre nel silenzio.

9° Grado: Silenzio del giudizio.

     Silenzio quanto alle persone, silenzio quanto alle cose. Non giudicare, non lasciar scorgere la propria opinione. Non averne talvolta, cioè cedere con semplicità, se non si oppone la prudenza o la carità. È il silenzio della beata e santa infanzia, è il silenzio dei perfetti, è il silenzio degli angeli e degli arcangeli quando eseguono gli ordini di Dio. È il silenzio del Verbo incarnato.

10° Grado: Silenzio della volontà.

     Il silenzio ai comandamenti, il silenzio alle sante leggi della regola non è ancora, per così dire, che il silenzio esteriore della propria volontà. Il Signore ha qualche cosa di più difficile e di più profondo da insegnarci: il silenzio dello schiavo sotto i colpi del padrone. Ma felice schiavo, visto che il padrone è Dio. Questo silenzio è quello della vittima sull’altare, è il silenzio dell’agnello che si lascia spogliare della sua lana, è il silenzio nelle tenebre, silenzio che impedisce di domandare la luce, almeno quella che rallegra. È il silenzio nelle angosce del cuore, nei dolori dell’anima; il silenzio di un’anima che s’è vista favorita dal suo Dio e che, sentendosi respinta, non pronuncia neppure questa parola: “Perché?”, “Fino a quando?”. È il silenzio nell’abbandono, il silenzio sotto la severità dello sguardo di Dio, sotto il peso della sua mano divina; il silenzio senza altro lamento che quello dell’amore. È il silenzio della crocifissione, è più che il silenzio dei martiri, è il silenzio della agonia di Gesù Cristo. Sì, questo silenzio è il suo divino silenzio e niente è paragonabile alla sua voce, nulla resiste alla sua preghiera, nulla è più degno di Dio di questa specie di lode nel dolore, di questo “Fiat” sotto il torchio, di questo silenzio nel lavoro della morte! Mentre questa volontà umile e libera, vero olocausto d’amore, si spezza e si distrugge per la gloria del nome di Dio, Egli la trasforma nella sua volontà divina. Allora, che manca alla sua perfezione? Che occorre ancora per l’unione? Che c’è di bisogno per il compimento del Cristo in quest’anima? Due cose: la prima è l’ultimo respiro dell’essere umano; la seconda è una dolce attenzione all’Amato, il cui bacio divino è l’ineffabile ricompensa.

11° Grado: Silenzio con sé stesso.

     Non parlarsi internamente, non ascoltarsi, non compiangersi, non consolarsi. In una parola: tacere con sé stesso, dimenticare sé stesso, lasciarsi solo, tutto solo con Dio, fuggirsi, separarsi da sé stessi. Ecco il silenzio più difficile e non di meno essenziale, per unirsi a Dio così perfettamente come lo può una povera creatura che, con la grazia, supera spesso tutti i gradi precedenti ma si arresta a questo non comprendendolo e ancor meno praticandolo. È il silenzio del nulla, più eroico del silenzio della morte.

12° Grado: Silenzio con Dio.

     In principio Dio diceva: “Parla poco con le creature e molto con me!”. Ora le dice: “Non mi parlare più!”. Silenzio con Dio è: aderire a Dio, presentarsi, esporsi davanti a Dio, offrirsi, annientarsi davanti a Lui, adorarlo, amarlo, ascoltarlo, comprenderlo, riposarsi in Lui. È il silenzio dell’estremità, è l’unione dell’anima con Dio.

   Intanto con una generosa ed anonima offerta pervenuta a mons. de la Vergne, Jules prima del suo ritorno ad Amiens fece sì che le monache potessero avere i soldi necessari a stampare il prezioso manoscritto.

Foto: Idee&Azione

28 dicembre 2022

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