Jules Verne e il suo Viaggio interiore nel Centro della Terra di Mezzo [4]

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di René-Henri Manusardi

La Discesa nel Profondo

     Da mesi, nella sua pacifica Amiens, Jules si dedicava con solerzia quotidiana alla pratica del silenzio, alternandola al duro lavoro di scrittore e traendone anche benefici in termini di vigore fisico e serenità mentale. Si accorse tuttavia che la pratica cristiana del silenzio benché sublime sotto molti aspetti, si era allontanata negli ultimi secoli da una attenzione verso il corpo, cosa che invece il nostro scrittore ritrovava nella lettura della Bibbia o nella storia del monachesimo antico. Scrisse di queste cose a fra Alberic che gli rispose subito, confermando la bontà delle sue vedute. Il dotto domenicano gli ricordava inoltre le parole di Suor Maria Francesca riguardo al fatto di non lasciarsi condizionare da nessuna tradizione, ma di proseguire serenamente la sua ricerca scientifica auto-sperimentale, andando là dove il suo intuito l’avrebbe condotto. «Le vie dello Spirito sono infinite – gli scrisse fra Alberic – e verrà un giorno in cui noi cristiani dovremo raccogliere i pezzi che abbiamo lasciato per strada nel corso della nostra bimillenaria storia, senza indulgere per questo all’apostasia. Saranno le altre religioni e le filosofie orientali a farci ricomporre e a reintegrare nel nostro bagaglio teologico questi importanti pezzi di “verità naturale”, che la disarmonica civilizzazione subita dall’Occidente ha posto nel dimenticatoio».

     Il magistrato Antoine, intanto, che era diventato maggiormente vigilante nei confronti dell’amico Jules dopo l’attentato da lui recentemente subito, oltre ad aver dato in merito disposizioni alle autorità locali affinchè proteggessero efficacemente l’incolumità del grande scrittore, decise di andarlo a trovare ad Amiens. Da poco Antoine era rimasto vedovo e coi figli ormai già grandi ed in carriera, egli, riscoprì il legame dell’amicizia e quello della libera muratoria, che per via del suo intenso lavoro di procuratore aveva alquanto trascurato. Discutendo con interesse delle novelle attenzioni che Jules da mesi rivolgeva verso l’insolita scienza dello spirito, gli propose di tornare con lui a Parigi suo ospite per qualche settimana. Voleva tra l’altro fargli conoscere un suo caro amico, Mauro De Marquis, mèntore dei massoni parigini e guida sicura per molti liberi muratori della terra di Francia. Jules accettò di buon grado l’offerta e prese il treno per la capitale con il buon Antoine confermandogli, tra l’altro, che la fama di Monsieur De Marquis era giunta anche alle sue vigili orecchie, sempre attente alle novità e al mistero. Giunti a Parigi, i due amici appresero con dolore la notizia della improvvisa morte del caro fra Alberic. Prima di lasciare questa terra per il cielo a causa di una polmonite fulminante, il dotto frate fece in tempo a scrivere di suo pugno con somma fatica un bigliettino di commiato per Jules che consegnò a fra Angelico, pregando di recapitarlo a Monsieur Verne dopo la sua terrena dipartita da questo mondo. Il confratello, glielo consegnò mestamente il giorno delle sue esequie e Jules lo aprì all’interno della Chiesa con grande venerazione, mentre il corteo funebre dei frati si avviava processionalmente verso il chiostro e il cimitero del convento, per la sepoltura dell’illustre domenicano. Leonardamus, come lo chiamava affettuosamente fra Alberic, si inginocchiò sulla balaustra del presbiterio, davanti al volto un po’ stupito e corrugato del sindaco di Parigi e di altri maggiorenti, ma egli venne prontamente circondato dall’amichevole comprensione dell’amico Antoine che, per toglierlo dall’imbarazzo, andò subito a porsi al suo fianco, condividendo così la pietà di Jules per il comune amico defunto. Aprì così il minuscolo biglietto e vi trovò scritta soltanto questa breve frase: «Caro buon Jules, ora me ne torno a Dio, verso l’immortalità e l’eterna giovinezza!». Il volto di Jules e quello di Antoine si rigarono di calde lacrime, ma anche di consolazione sapendo che, con quella frase, fra Alberic dava da intendere all’amico che moriva felice e che dall’Alto avrebbe continuato a seguirlo con la sua amicizia.

     Mauro De Marquis era di origine italiana, figlio di un medico della piccola nobiltà torinese e di una donna dell’alta borghesia napoletana. Fin da piccolo scoprì di avere un forte calore nelle mani ed imitando fanciullescamente la professione paterna, Mauro giocava con i suoi compagni facendo il “medico degli animali”, imponendo le mani a gatti e cani malandati, guarendoli molto spesso dai loro mali. Nell’adolescenza cominciò ad unire questo suo dono a quello della madre: lei vedeva delle macchie scure all’interno di persone malate che a loro accorrevano gratuitamente e Mauro, su quelle stesse macchie, imponeva le mani per guarire o alleviare il dolore dei convenuti. Questo sodalizio di bontà madre-figlio, continuò ancora per parecchio tempo in età adulta quando Mauro, iniziato ad una delle più antiche logge torinesi, svolgeva con successo la carriera di dirigente di una primaria compagnia assicurativa, che tutelava gli interessi mercantili delle compagnie navali del novello Regno d’Italia.

     Arrivato al 18° grado della sua iniziazione massonica, Mauro, spinto da un misterioso impulso, decise di cercare qualcosa di più profondo di un semplice ritualismo esteriore, il quale pur presentando affascinanti lati di iniziazione al mistero, tuttavia riteneva insufficiente a mutare radicalmente le interiorità dell’anima. Per questi motivi, si congedò dalla Massoneria e assunse la posizione di dormiente. Mantenne tuttavia un ottimo rapporto con i suoi fratelli che continuarono a mandargli nuovi adepti, affinchè egli potesse seguitare a svolgere l’apprezzata attività di formatore di coscienze iniziatiche. Alla fine del suo percorso professionale, raggiunta l’età pensionabile, Mauro conosciuto ed apprezzato dai liberi muratori francesi, su loro invito decise di migrare oltralpe verso la libera terra di Francia, per continuare lì il suo mandato di méntore. Quando Antoine presento Jules a Mauro De Marquis, questi lo accolse con un largo sorriso e poiché era un uomo che giungeva subito al sodo delle questioni, domandò gentilmente: «Mi spieghi monsieur Verne, come mai uno come lei che non appartiene al nostro stretto entourage, riesce a descrivere mirabilmente nei suoi romanzi, tra luce e ombra, molti elementi della nostra tradizione iniziatica?». Jules rispose serenamente che i suoi scritti, una miscela di visioni interiori e discreta conoscenza filosofica, storica, culturale e cultuale di Omero e del mondo tardo classico, avevano questo taglio misterico per compiacere alle esigenze editoriali e ai gusti esoterici del suo compianto amico ed editore Hetzel. De Marquis fece un cenno di assenso con la testa e condusse gli ospiti nel giardino fiorito della sua magione, alle porte di Parigi. Offrendo loro un te scuro e forte secondo la costumanza inglese, Mauro lo sorseggiava con ostentato gusto e, intanto, con anelito missionario parlava ai due amici della necessità di attivare lo spirito e di lavorare nella propria officina interiore. Con la scusa di andare a vedere nelle scuderie di De Marquis i magnifici cavalli Mustang e Appaloosa da lui acquistati e provenienti dalle verdi pianure americane, Antoine trovò infine il modo di lasciarli soli.

     «Monsieur Verne – disse composto De Marquis – la sua presenza onora molto me e questa umile dimora. Se potessi esserle utile in qualcosa… Ho saputo che i suoi soldi hanno permesso la pubblicazione de “I Dodici Gradi del Silenzio”, della giovane mistica carmelitana Maria Amata di Gesù, piamente trapassata anni orsono. Lo so perchè me l’ha confidato il segretario del vescovo de la Vergne, omaggiandomene una copia alcuni giorni fa, in occasione di una mia conferenza a Parigi». E sorridendo, diede a un Jules dall’espressione ingenua e imbarazzata, il consiglio di fare offerte anonime sempre per interposta persona, visto che il suo volto di scrittore aveva fatto il giro del mondo tanto quanto i suoi romanzi. Ricomponendosi all’istante, memore del motivo che l’aveva spinto a visitare De Marquis, Jules gli espose le sue perplessità sull’utilizzo del corpo da parte della tradizione contemplativa cristiana. Il Maestro constatò amabilmente che quello era il limite di tutto l’Occidente, anche della tradizione esoterica massonica, probabilmente influenzati dallo spirito giansenista che nei secoli precedenti aveva riportato in auge la dicotomia corpo/anima di alcune eresie gnostiche cristiane. Poi, in relazione al discorso sulla corporeità, De Marquis ebbe come un sussulto, guardò improvvisamente verso il cielo in un punto non ben definito e fattosi triste cominciò a raccontare: «In realtà, caro monsieur Verne, molti usi corporei della tradizione esoterica dei liberi muratori come digiuno, meditazione sopra la morte e altre pratiche rituali assomigliano molto a quelle dell’ascetismo cristiano. Ci sono poi alcune obbedienze che, per mio sommo dispiacere usano il corpo in modo indebito, praticando culti orgiastici e riti occultisti di invocazione agli spiriti delle tenebre, allontanandosi così, anzi, tradendo sommamente la purezza della tradizione massonica dell’esoterismo. Ho scoperto che qui in Francia non esiste la Massoneria ma esistono invece due massonerie che io chiamo massoneria bianca e massoneria nera».

     Dilatando i polmoni in un intenso sospiro, continuò affermando: «La prima è quella che, come qui in Francia, esiste anche in Italia e nelle altre parti d’Europa ed è esoterica, ritualista, aperta al progresso, al dialogo interreligioso e interculturale, amante della democrazia e delle libertà civili, aperta alle novità, filantropica. La seconda, per nostra fortuna, l’ho  trovata solo qui in Francia e in parte in Baviera ed è occultista, orgiastica, cultrice del satanismo, chiusa ad ogni dialogo e mediazione, spietata ed efferata nel suo muoversi come i sanculotti dell’ ’89, che si prefigge lo scopo di togliere dal mondo civile tutte le monarchie e la presenza della Chiesa, e che vuole instaurare regimi politici autoritari di terrore basati, come una volta sul culto della Dea Ragione, così oggi su quelli più in voga del materialismo o del razzismo biologico».

     Con tono serio e determinato, De Marquis aggiunse: «Tra queste due massonerie la tensione è molto alta innalzandosi fino ai vertici di altissime disquisizioni filosofiche, che riguardano la stessa concezione metafisica di Dio. La massoneria bianca riconosce Dio come creatore e per essa raggiungere il Trono di Dio, significa riceverlo da Lui in dono dopo un lungo e costante lavoro iniziatico, basato sull’umiltà e che porta infine alla sapienza». Poi incalzò, dicendo: «La massoneria nera, invece, riconosce come proprio Dio solo Lucifero, l’angelo ribelle e pretende di raggiungere il Trono del Dio Altissimo per usurparlo con la prevaricazione del suo “Non serviam!”. Per questo motivo, i suoi adepti si lasciano così andare a pratiche occultistiche che sfociano nelle messe nere, nei sacrifici pagani, nella magia nera e nelle assurde credenze che riguardano la reincarnazione. Illudendosi infine che l’esercizio del lavoro interiore e la crescita dei poteri, possano essere ottenuti con la pratica di tali macabre blasfemie».

     In alcune sue visioni, Jules aveva intravisto, senza tuttavia comprendere, gli esiti storici di questo torbido futuro demoniaco e totalitario che premeva sulla terra d’Europa, e faceva già sentire i suoi miasmi intellettuali di razzismo biologico e di ateismo materialista, tuttavia le parole di De Marquis lo inquietarono alquanto. Il Maestro, in apparenza indifferente allo stato emotivo di Jules, lo acquietò subito spostando totalmente il discorso sui suoi attuali interessi, proclamando con voce franca e rassicurante: «I Dodici gradi del Silenzio sono di per sè una dottrina completa, anche corporea, ma che lei scoprirà nella sua interezza man mano che la sua esperienza del silenzio diverrà più profonda. Vedrà che le stesse parole del manoscritto rilette nel corso degli anni a venire, assumeranno per lei nuovi e più profondi significati. Da un po’ di tempo lei è entrato nella porta del silenzio, ora deve imparare a scendere nel profondo di questo silenzio. La tradizione massonica potrà darle a riguardo un notevole aiuto attraverso un esercizio che io le insegnerò nei dettagli e che abbina immaginazione, parola e respirazione.  Parlo qui di immaginazione e non di fantasia, poichè l’immaginazione è portare alla memoria fatti avvenuti od oggetti esistenti in natura, la fantasia invece è la costruzione ex novo di un artefatto utile a scrivere romanzi o a stimolare potenzialità creative, ma non certo a scendere nel profondo della nostra interiorità. Chiuda gli occhi, dunque, si metta comodo e mi ascolti!».

   Il piglio deciso del Maestro rassicurò alquanto Jules, il quale messosi al riparo dal caldo sole primaverile sotto un largo ombrellone, accomodò meglio la sedia di vimini che lo accoglieva e chiuse gli occhi, abbozzando un leggero sorriso. «Vedo che comincia bene – esordì De Marquis con voce tranquilla – il sorriso naturale e non forzato è il preambolo necessario ad una serena discesa nel profondo di noi stessi. Ebbene, iniziamo questo viaggio! … Tu ora ti trovi all’interno di una Cattedrale, un po’ buia e toccata da un raggio di sole che la penetra. La Cattedrale è il tuo corpo e il raggio di sole rappresenta l’aiuto dall’Alto, quello del Grande Divino Architetto dell’Universo, utile per compiere il lavoro interiore. Il raggio, proveniente da sud lambisce ora il pavimento della Cattedrale e la sua luce va a poggiarsi sul pavimento di uno scivolo marmorizzato ai piedi del presbiterio, che nello scendere si allarga e porta ad una cripta che sta sotto l’altare».

     Poi proseguì: «La cripta raccoglie i resti di un re crociato, il cui bassorilievo in armi è lapide e coperchio della sua tomba regale. Ai piedi del re, sulla destra della cripta, c’è una porta di bronzo da cui spuntano degli aculei e un anello in ferro di grandi dimensioni per poterla aprire. Tu, afferri l’anello, con un certo sforzo tiri verso di te la porta e la apri. Nella parte interna della porta c’è un altro anello, con cui la richiuderai abbassando gli occhi senza più guardare la cripta, in essa non ci sono aculei e la sua parete è di legno liscio e oliato. Adesso sei entrato nella porta e poi l’hai richiusa dietro di te. Ai tuoi piedi c’è una lunga scala a chiocciola senza corrimano, formata da parecchie centinaia di enormi gradini di granito grezzo e illuminata da torce di fuoco ogni trentatré gradini. Cominci a scendere i gradini uno per uno, sentendo i piedi e le gambe che si muovono, che si riscaldano e che si affaticano lievemente per lo sforzo. I gradini sembrano non finire mai, tu li percorri uno dopo l’altro e li conti uno ad uno, respirando profondamente e fermandoti ogni volta sul gradino in cui devi inspirare: … 1…  2… 3… 10 … 100 … 200 … 600 … 999… 1000… e non più mille… Sei finalmente arrivato!».

     «Ora ti trovi davanti ad un’anticamera quadrata e semibuia. In fondo il percorso finisce nella vivida roccia, illuminata dall’entrata ad arco romano di una stanza laterale sulla destra. Questa stanza è rotonda, ma potrebbe anche essere ottagonale, questo dipende dalla perfezione interiore con cui tu vedi le cose. Al centro della stanza c’è un antico scranno regale di pietra e dietro lo scranno c’è una torcia accesa e incandescente. Al centro dello scranno vi è appoggiato un teschio umano. Tu ora prenderai nelle tue mani il teschio, ti accomoderai sullo scranno regale e col teschio sul tuo grembo chiuderai gli occhi e comincerai a ripetere all’infinito: Chi sono io?… Chi sono io?… Chi sono io… Chi sono io?».

     Intanto Jules aveva perso la cognizione del tempo, erano quasi le cinque del pomeriggio e Antoine, tornando dalle scuderie venne fermato a metà collina da un cenno del Maestro, che gli fece capire che l’amico era ancora in un profondo stato meditativo. Il Maestro concesse a Jules ancora una decina di minuti, poi estratta dalla tasca della sua giacca bianca uno squillante campanellino cinese dal suono cristallino, lo riportò improvvisamente nel regno dei viventi. Jules, ancora assorto e confuso, non riuscì che a dire poche parole, ammise di non esser mai sceso così tanto nel profondo del suo cuore né di essere stato così tanto assorbito dalle profondità del suo essere. Chiese al Maestro di poterlo rivedere ancora un po’ di volte per perfezionare la tecnica. Monsieur De Marquis accettò di buon grado e gli comunicò la data del successivo appuntamento, raccomandandogli di non smettere mai nel frattempo di leggere I Dodici gradi del Silenzio, vero scrigno di infinita comprensione e di praticare, come poteva, l’esercizio appena appreso. Si videro ancora diverse volte, prima del ritorno di Jules ad Amiens. Poi, improvvisamente, Monsieur De Marquis rientrò nella sua amata Torino. Si disse, ed è vero, che il Maestro era stato richiamato in Patria per volontà di Re Umberto I, con le funzioni di consigliere del generale Egidio Osio, precettore di S.A.R. il principe ereditario Vittorio Emanuele. Pero, è anche vero che l’ultimo periodo parigino di Monsieur De Marquis non si rivelò per lui molto tranquillo.

     Nel rovente clima polemico suscitato l’indomani della sua prima conferenza pubblica sulla massoneria nera, e dei suoi successivi vaticini contro il futuro pericolo mondiale rappresentato da questa scheggia impazzita del venerabile universo libero muratorio, Mauro De Marquis subì un grave attentato da cui ne uscì miracolosamente illeso. Sul limitare del bosco presso casa, tornando da una conferenza serale, la sua carrozza venne crivellata dai colpi di revolver di due malintenzionati aggressori. Il vetturino, raccontò alla stampa che alla fine della sparatoria, sentì urlare delle strane incomprensibili parole al De Marquis, come Yemin! … Adonai! … Ossa!… Hail! Quando poi egli uscì dalla vettura col mantello traforato dai proiettili e sorridente, trovarono uno dei due malviventi dilaniato dagli zoccoli dei cavalli imbizzarriti e l’altro con un femore spezzato. La notizia, che fece in un batter d’occhio il giro di Parigi, venne poi abilmente manipolata dai giornali della capitale, i quali accrebbero la fama del De Marquis affermando che egli era un potente ed intoccabile mago. L’attentato subito dal De Marquis portò alla convocazione d’urgenza del procuratore Antoine su delega del Ministro per gli affari esteri, presso l’Ambasciatore italiano a Parigi. Egli riferì allo stesso ambasciatore, con evidente disagio diplomatico, che lo Stato francese da quel momento non sarebbe stato più in grado di garantire l’incolumità fisica del suo venerato Maestro. Qualche giorno dopo, Mauro De Marquis, ricevuti gli onori e i saluti da un grandissimo numero di suoi discepoli e adepti della Franc-maçonnerie, riuniti nella loggia La Clèment Amitiè, prese così la via del ritorno verso il suo amato Piemonte. L’attentatore superstite, venne invece tradotto al carcere di Biĉetre, ma prima che il magistrato potesse interrogarlo lo trovarono impiccato alle sbarre della cella d’isolamento.

     Al momento della sua partenza per l’Italia, De Marquis lasciò ad Antoine un biglietto per Jules. Quando, poco tempo dopo, Antoine lo recapitò personalmente all’amico da cui si era recato per trascorrere qualche giorno di riposo, essi lo aprirono per leggerlo insieme, poiché Jules non aveva segreti per Antoine. Dopo una prima rapida occhiata e un colpo di tosse per poterlo meglio declamare, Jules sbiancando all’improvviso, disse all’amico se per caso non avesse mai relazionato al De Marquis il contenuto del bigliettino con cui fra Alberic si era congedato per sempre da lui. Antoine, dando la sua parola d’onore, disse che ciò non era mai avvenuto. Allora Jules, con mano tremante, consegnò il biglietto di De Marquis ad Antoine il quale, messosi gli occhialini rotondi che teneva nella giacca, lo lesse in silenzio. In esso vi era scritto: «Caro Jules, mi permetta in questo momento d’addio, di chiamarla per nome. Da come sono stato trattato a Parigi, forse devo ricredermi sul fatto che esistano due massonerie, una bianca e una nera. Intuisco che la Massoneria è una sola, con tutte le conseguenze del caso… Non so se il Grande Architetto dell’Universo ci farà incontrare di nuovo in questa vita. Io sto invecchiando e per me sarà difficile muovermi nuovamente dalla mia amata Torino. Gli impegni di corte con il principe ereditario, inoltre mi terranno bloccato per molto tempo. Venga lei, dunque a trovarmi, se potrà. Continui così caro amico, verso l’immortalità e l’eterna giovinezza…. Suo affezionatissimo maestro ed amico, Mauro De Marquis».

Foto: Idee&Azione

29 dicembre 2022

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