Jules Verne e il suo Viaggio interiore nel Centro della Terra di Mezzo [6]

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di René-Henri Manusardi

L’Apertura alla Realtà

     «Jules, che nome nobile e antico, dal significato di consacrato a Giove! Piacere, io invece sono Joseph, Joseph Breme e il mio nome di origine ebraica significa che Dio mi deve far crescere!». In questo modo piuttosto originale, un eclettico filosofo attempato ma colmo di straordinaria vitalità, si presentò a Jules una mattina di primavera del 1896, durante un congresso scientifico organizzato dalla Acadèmie des sciences all’isolotto normanno di Mont Saint-Michel, sulla Manica. L’antica abazia di Mont Saint-Michel, che durante la Rivoluzione francese si era trasformata in carcere fino alla sua chiusura voluta da Napoleone III nel 1863 e che aveva visto tra le sue sbarre famosi personaggi come il rivoluzionario politico Auguste Blanqui membro della Comune parigina, veniva ora faticosamente restaurata dalla volontà del vescovo di Coutances mons. Abel-Anastase Germain, coi soldi dell’affitto che egli ricavava da tali convegni e da altre generose elargizioni. Jules, che in quella occasione si trovava lì a presentare il suo nuovo libro Clovis Dardentor, nutrì subito una forte simpatia che presto si sarebbe trasformata in sincera amicizia, per l’originalissimo e vitale personaggio dall’inseparabile panciotto rosso, che portava il nome di Joseph Mayer Amschel Breme.

     Joseph Breme era figlio di un ingegnere civile valdese, migrato dal Piemonte verso Amburgo, dove in seguito aveva sposato una ricchissima ereditiera ebrea Rothschild, del lignaggio dei banchieri di Francoforte. Suo padre Isaia e sua madre Rebecca, erano molto religiosi pur avendo due credi diversi. Il padre di Joseph, tuttavia, lasciò alla devota moglie il compito di educare religiosamente il fanciullo. Così Rebecca, che sognava per Joseph tanti figli ed un futuro da rabbino, «mi mise alle calcagna per un’eternità di anni» – come lui spesso diceva sogghignando – un umile rabbino askhenazita dal nome Baruch Mayer. Ma Joseph, come tanti altri colti ebrei europei del secolo XIX, dall’economista e rivoluzionario Karl Marx scomparso pochi anni prima, al giovane neurologo Sigmund Freud che da qualche tempo cominciava timidamente a far parlar di sè, mal sopportava gli orpelli della sua arcaica religione ed era attratto invece dalle più moderne attrattive offerte dalla scienza e dal sapere dell’epoca. Così, ricco com’era, Joseph viveva di rendita e dopo la laurea in Filosofia alla Sorbona con una tesi su Schopenhauer, girò praticamente il mondo per moltissimi anni senza mai sposarsi. Stranamente però, forse perchè attratto da tutte le esperienze assolute che lui chiamava “di frontiera”, negli anni della sua maturità umana si dedicò anche allo studio del misticismo. Stancatosi molto presto della tradizione cabalistica, che gli riportava così spesso alla mente i traumi infantili subiti in tema di religione, tuttavia del mistico sapere racchiuso nello Sefer ha-Zohar (Il Libro dello Splendore), Joseph conserverà sempre gelosamente gli aspetti più essenziali ed interiori. Successivamente, a volo d’uccello e in modo intensivo si interessò di tutta la tradizione mistica orientale e occidentale, nell’alveo della tradizione migratoria tipica dell’ebreo errante Isaac Laquedem, personaggio romanzesco di Alexandre Dumas padre e della tradizione popolare francese. Partito nuovamente, questa volta verso Oriente, fece esperienze ascetiche con guru indiani, monaci tibetani e thailandesi, eremiti taoisti e, al suo ritorno, persino con i certosini della Grande Chartreuse di Grenoble, dove rischiò di perdere il senno. Non soddisfatto e in piena crisi esistenziale Joseph, che era coscritto di Jules ma fisicamente più giovane di lui nonostante i disagi fisici patiti nei suoi viaggi itineranti, trovò infine la pace nella visione scarna ed essenziale promossa dal buddhismo e da alcuni mistici cristiani quali il domenicano medievale Meister Eckhart e il gesuita del ‘700 francese Jean-Pierre de Caussade.

     «Così, vedo che anche tu caro Jules, pratichi assiduamente da anni il risveglio della coscienza», esordì Joseph, senza il pudore di trattarlo già come un vecchio amico. «Sono passati così veloci questi giorni del Convegno, che ancora non riesco a rendermene conto e già sento la nostalgia della tua mancanza. Ma verrò presto ad Amiens, caro Jules, contaci, te lo prometto! Ma dove ho messo il foglietto che m’hai dato con il tuo indirizzo?», e cominciò a frugare spazientito le tasche della sua enorme giacca e quelle del panciotto rosso damascato. «Sì, ecco qua! Ehmmm… 44, boulevarde Longueville, vero?». Jules, con amabile sorriso, rispose di sì, sperando vivamente che l’estrosità di Joseph l’avrebbe ricondotto presto da lui e non verso qualche altro interminabile viaggio. «Per la prima volta, mi trovo davanti ad un uomo della mia stessa esperienza e questa è stata per entrambi una luce nella notte, caro amico – disse commosso Joseph. –  Confessiamolo pure: noi siamo ancora delle mosche bianche in un mondo di uomini che seguono altro. Spero invece che le future generazioni siano in grado di alimentare scienza e tecnica con la pratica interiore, diversamente non è difficile prevedere il declino di un’Europa destinata lentamente a perire sotto le macerie del suo stesso progresso, insieme al mondo occidentale d’oltreoceano che essa ha contribuito a generare. Troppi uomini si sono fermati alla crosta della scienza dello spirito, desiderosi dei suoi poteri, lasciandosi ingannare da forme spurie di autosuggestione, di ipnosi e di magia, le quali poco o nulla hanno a che fare con la vera scienza dello spirito. Mentre nello Zohar e nella tradizione cabalistica, è scritto a chiare lettere che solo il risveglio della coscienza, la neshamah, parte più alta dell’anima che si dischiude solo con una vita integerrima e con il desiderio di Dio, è in grado di dare potere. Di attivare cioè i poteri superiori dell’uomo, quelli di comprendere Dio e i segreti della natura e dell’universo, quelli di aprirsi alla Realtà e di arrendersi ad essa».

     Preso da un forte senso di nostalgia, continuò: «Quanto a noi Jules, che dire prima di lasciarsi, in attesa di un nostro futuro incontro? Sarò sincero, torneremo alla noia di riempire il tempo seguendo le novità dell’epoca, ma non perché non sappiamo cosa fare come due viziati e vecchi borghesi. Ma perchè i primi tempi belli, in cui la coscienza si era risvegliata sono ormai lontani e noi abbiamo assaporato entrambi il dolore di non essere ancora giunti alla meta, che sappiamo non potersi realizzare in questo mondo. Abbiamo infatti sperimentato, come dice Eckhart, che la coscienza non viene toccata dalla morte ed è divina, e in essa Dio arde incessantemente nella sua abbondanza, dolcezza e beatitudine. E noi da questa abbondanza, dolcezza e beatitudine prima attratti, siamo infine stati respinti, anche se ora la nostra coscienza per mezzo di tali prove ha carpito il dono del “risveglio perpetuo”, che ci permette di esser un po’ meno soggiogati dalle tecniche interiori».

     Come un filosofo esperto dell’anima, Joseph Breme proseguì ispirato: «Ma proprio questo continuo e interminabile risveglio è causa del nostro dolore, perchè siamo ormai giunti all’equinozio, sapendo che il nostro “qui ed ora” in questa vita non è tutta la Realtà a cui tendiamo, pur essendo totalmente aperti a questa stessa Realtà come un fiore dischiuso in pieno meriggio. Abbiamo un piede di qua e uno di là, abbiamo raggiunto la meta ma la porta non l’abbiamo ancora sorpassata, vediamo la Luce affacciarsi e poi subito scomparire per lasciarci nell’oscurità e nella nauseabonda quotidianità che non ci permette di gustare più nulla, se non la nostra amicizia di “esseri” ormai strani per l’umano genere».

     Aggiunse poi con sottile vena di speranza: «Due sole cose, non salvandomi certo da questo tormento esistenziale, mi danno almeno un po’ di consolazione, come l’aceto bevuto dal Cristo sulla croce. In primis sta l’auto-osservazione dei pensieri che affollano la mente, i quali mi fanno percepire realmente come già al principe Siddhartha Buddha, che anche la natura di questo mio dolore è solo un’illusione che prima o poi esalerà. La seconda è quella dell’apertura totale alla Realtà, attraverso l’abbandono in essa, come afferma con toni vibranti Jean-Pierre de Caussade. Egli, nel suo prezioso libro “L’abbandono alla divina provvidenza”, mirabilmente afferma che nell’abbandono, l’unica regola è il momento presente; allora l’anima è leggera come una piuma, fluida come l’acqua, semplice come il fanciullo; essa è mobile come una palla da biliardo nel ricevere e nel seguire tutti gli impulsi della grazia. Le anime come questa non hanno maggior consistenza e rigidezza di quanta ne abbia un metallo fuso; e così come il metallo assume la forma dello stampo in cui lo si cola, queste anime si piegano e si adattano con altrettanta facilità a tutte le forme che Dio vuol dare loro; in una parola, la loro disposizione assomiglia a quella dell’aria, che cede a ogni alito di vento, e assume qualunque figura. Credimi però Jules, voltandomi a guardare gli ultimi anni trascorsi, devo ammettere che l’unica vera consolazione è stata quella che in questi fuggevoli giorni hai saputo darmi tu!».

     Vedendo intanto la marea della sera, alzarsi implacabilmente a circondare l’isolotto di Mont Saint-Michel, i due amici entrambi consolati si guardarono negli occhi con assorta complicità e si augurarono la buona notte. Ma una luce improvvisa proveniente da ovest, sopra l’oceano l’Atlantico, squarciò il cielo dall’alto verso il basso, mentre Jules e Joseph aderirono tremanti al muretto, che li aveva visti appoggiarsi durante la conversazione. La loro mente veniva ora gradualmente assorbita, tra bagliori di fuoco, in una drammatica visione. Sulla costa delle Americhe, lì dove prima si trovava la statua della Libertà donata dalla Francia agli Stati Uniti d’America dieci anni prima, nel 1886, in segno di perenne amicizia tra i due popoli e per commemorare il centodecimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza americana, Jules e Joseph videro al suo posto un’enorme torre almeno dieci volte più alta e più larga della Tour Eiffel, che ne imitava la foggia e che svettava sul mondo. La sua base che affondava in parte nella baia oceanica, era come quella di una piovra dai tentacoli cubici e la sua vetta come una grande base girevole, sormontata da un poligono indefinito di grandi finestre, col tetto a mezza cupola divisa a spicchi d’arancia, sormontata da un’altra piccola cupola entrambe ricoperte di rame inossidabile. Sopra i tentacoli si ergeva un grande palazzo di cristallo con moltissimi piani e più sopra, una torre sempre più sottile di acciaio e vetro dal grande spessore, che arrivava fino alla base della piattaforma, riaprendosi come il calice di un fiore. Il palazzo di cristallo pullulava di gente che lavorava intensamente, per lo più in cravatta e camicia con le maniche ripiegate verso l’alto. Quasi tutti lavoravano guardando dentro ad ampi schermi sottili e colorati, dove sembrava scrutassero altre persone. La testa girevole, che sovrastava il globo, al suo interno era come un cervello pieno di curve e di energia d’elettro color verde luminoso, capace di controllare tutti i movimenti e i pensieri di ogni essere vivente.

     Gli uomini sparsi nel mondo non sembravano essere felici ma ridotti in schiavitù, perchè quando non pensavano come questo cervello-padrone venivano uccisi e il loro corpo gettato in mare in preda agli squali. Ecco allora, che dall’alto di una montagna nell’altipiano del Caucaso, usciti da una misteriosa caverna, molti uomini e donne dalle vesti bianche, gialle, nere ed arancione si misero in cerchio mano nella mano. Il cervello puntò il suo enorme faro verso di loro per identificarli e cominciò con loro un lungo braccio di ferro mentale, che durò diversi giorni e sembrava non voler finire mai. Alla fine, la forza interiore emanata da questo cerchio vinse la titanica battaglia e il cervello, spegnendosi tra lampi e fulgori, venne disattivato. Il palazzo di cristallo piombò nel buio, andò in frantumi e si fece un grande silenzio su tutta la Terra, fino al momento in cui il cielo, gli uccelli, gli altri animali e tutti gli uomini si misero nuovamente a cantare di gioia. Poi a Jules e a Joseph apparve come una figura d’uomo diafano, luminoso, con due estese ali che disse loro: «Uomini, non vi chiedete perchè il cerchio degli eletti ha ucciso il cervello artificiale?». I due amici, atterriti dalla folgorante figura, non sapevano cosa rispondere.

   L’angelo, proseguì dicendo loro: «Questo è avvenuto perchè coloro che erano nel cerchio, con la pratica del vuoto della mente e dell’abbandono in Dio, non hanno permesso al cervello artificiale di essere ipnotizzati e di possedere la loro coscienza». Detto questo, l’angelo improvvisamente svanì. Jules e Joseph si risvegliarono improvvisamente a letto e ognuno nella propria camera. Dallo spavento, entrambi balzarono fuori dalla propria stanza correndo, ritrovandosi in camicia da notte e berretta uno di fronte all’altro, a metà corridoio. Dopo essersi abbracciati intensamente, come due fanciulli tremolanti di paura alla vista di uno spettro, dopo un po’ di tempo si scollarono l’un l’altro e guardandosi profondamente negli occhi, senza dire una parola tornarono a testa bassa nelle loro stanze, rasentando con la mano il muro del corridoio, come per trovare sicurezza e un appiglio sicuro. La mattina dopo, nel loro lungo viaggio verso Parigi prima in carrozza e poi in treno, Jules e Joseph parlarono a lungo della emblematica visione. Erano molto consolati nel sapere che un giorno, uomini del futuro praticanti il risveglio della coscienza e l’abbandono in Dio come ora facevano loro, sarebbero stati in grado di distruggere il cervello artificiale. Quest’ultimo, secondo loro, sarebbe stato creato da una folta equipe di scienziati estremamente abili in matematica, fisica, biologia, neurologia, ingegneria voltaica e di altri esperti, in grado di catturare le immagini dentro quei sottili schermi colorati da loro visti la sera precedente. Così, parlando tutto il giorno e tutta la notte, senza interruzione e senza chiudere occhio, si ritrovarono infine a Parigi il mattino dopo, sicuri che molto presto si sarebbero ancora rivisti, nonostante la miriade d’impegni e dei faticosi viaggi che essi avevano già programmato.

   Anche questa volta, Jules portava nella sua tranquilla Amiens un piccolo grande tesoro, frutto dell’esperienza ascetica di Joseph in estremo Oriente. Chiedendo per curiosità all’amico come facesse nonostante i suoi sessantotto anni ad essere ancora così giovane e vitale, Joseph ammise che era stato merito della disciplina psicofisica praticata con un lama tibetano a Takstang, un impervio sperduto monastero del Bhutan himalayano, arroccato a strapiombo su un orrido roccioso. Il lama gli aveva trasmesso un’antichissima pratica, da lui chiamata dei Cinque Tibetani, che Joseph da quel giorno in poi avrebbe quotidianamente praticato. Una tecnica di risveglio dell’energia vitale, che nel buddhismo tibetano era considerata tutt’uno col risveglio della coscienza. «Eh sì, caro Jules! Se è vero che andando a ritroso, Oriente ed Occidente sono molto più vicini di quello che pensiamo, come non ricordare a questo riguardo, l’adagio del poeta latino Giovenale, lì dove afferma nel celebre detto “Mens sana in corpore sano”, il principio classico della simbiosi corpo-mente?». Così Jules venne iniziato da Joseph a questa nobile pratica, imparando subito i cinque esercizi yogici di cui essa era composta. I primi giorni, durante il Convegno, Jules riuscì a praticarla con somma fatica, perchè essa smuoveva all’interno del suo corpo decenni di torpore e di inazione fisica. Comunque, con la sua tipica tenacia bretone, perseverò nella pratica dei Cinque Tibetani ottenendo in breve anche risultati più significativi nella pratica del risveglio della coscienza, divenuta ormai per lui condizione abituale, nonché una salute più ferma e stabile nei cambi di stagione e nei rigori invernali. La verità dei Dodici Gradi del Silenzio così si fece più profonda attraverso questa originale preparazione psicofisica e Jules ne consegnò a Joseph una copia, che da allora divenne un timone per la sua vita, perché attraverso di essa infine l’israelita arrivò a conoscere il suo Messia.

     Jules, prima di congedarsi definitivamente da Joseph lo abbracciò fortemente. Poi, stringendo calorosamente la mano dell’eclettico filosofo israelita, lo guardò intensamente con gli occhi dell’Uomo che vede oltre, e gli disse: «Mio caro amico, ancora molte volte ci vedremo, nel risveglio della coscienza, aperti per sempre al mondo del Reale, per cavalcare fianco a fianco le verdi praterie, verso l’immortalità e l’eterna giovinezza!». E il saggio amico rispose: «Amén!».

Foto: idee&Azione

31 dicembre 2022

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