Kemi Seba: la speranza africana di un mondo multipolare

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di Aleksandr Dugin

Fino a pochi anni fa, l’Africa era in una fase di stallo. Dopo la prima ondata di decolonizzazione negli anni 60, i nuovi regimi africani hanno sperimentato tutte le ideologie politiche dell’era cosiddetta “moderna”. Questo processo ha portato alla nascita di società liberali, nazionaliste, comuniste o socialiste nei paesi postcoloniali.

Purtroppo, l’applicazione rigorosa di questi paradigmi politici esogeni ha drammaticamente trascinato le nazioni africane in un declino ineluttabile, con ogni ideologia socio-politica dipendente da uno specifico contesto di provenienza. Imponendo i principi della modernità occidentale alle masse nella loro vita quotidiana, sebbene così lontane da queste correnti epistemologiche, le élite africane hanno distorto e distrutto le identità profonde dei popoli, mentre paradossalmente erano convinte di accrescerle e potenziarle. Il risultato è stato che si sono liberate dal colonialismo fisico, ma non da quello intellettuale.

Da un punto di vista semantico, ontologico e spazio-temporale, l’Africa, attraverso la sua completa alienazione, ha costituito, durante secoli di oppressione, un mondo isolato dal resto del pianeta, se si considera che questo continente è plurale e policentrico a tutti gli effetti. Un mondo isolato, va notato, ma le cui risorse minerarie purtroppo servono ancora al resto delle potenze predatrici. Tuttavia, sembra che la ruota stia gradualmente girando nella giusta direzione negli ultimi anni. La rivoluzione politico-culturale dell’auto-appropriazione sembra profilarsi all’orizzonte in Africa e se il processo sembra essere iniziato, ha trovato, tra gli altri, una forza trainante nella persona di Kemi Seba [1], un giovane leader africano carismatico e senza pari, nato e cresciuto in Francia prima di tornare a vivere in Africa, che ha fatto della difesa di questo continente la missione della sua vita.

Kemi Seba è un uomo del suo tempo: riecheggia, nei suoi discorsi, l’indignazione degli strati proletari dell’Africa e della sua diaspora; il suo parlare su di lei sono la colonna sonora di un popolo che non può più essere anestetizzato, la cui resistenza è come quella di una giovane donna che è stata pugnalata così tante volte da non sentire più i colpi che le vengono inflitti.

Nello spazio delle ex colonie francesi, era dalla morte di Lumumba e Sankara che non si vedevano giovani africani in Africa suscitare l’entusiasmo delle masse ed esprimere il desiderio di sovranità totale del popolo come fa Seba partecipando alla lotta dei popoli dell’Africa. Potremmo dire una francofonia per l’autodeterminazione.

Se riesce a rendere palpabile il Dasein africano sulla scena politica internazionale, è perché oltre al suo dono oratorio utile a catturare le folle, o alla sua impavidità, ha innanzitutto individuato intuitivamente quale sia la conditio sine qua non del risveglio del suo popolo. Il leader panafricano ha capito che lo studio congiunto della storia, della geopolitica e della metafisica del suo popolo era il presupposto fondamentale per una vera lotta per l’indipendenza. È riuscito, con la forza della strategia e la conoscenza delle strade africane, a domare un concetto ancora pensato e concepito da e per l’Occidente, ovvero la società civile. Fondendo la circonferenza di quest’ultima (generalmente costituita da ONG allattate dall’Europa o dagli Stati Uniti) con la strada reale, ha abbattuto brutalmente le barriere e disimpegnato uno spazio metapolitico che non apparteneva a un popolo radicato, ma di fatto a élite globalizzate apolidi.

Comprese lo statuto ideologico delle tre principali teorie politiche moderne, il liberalismo, il comunismo e il nazionalismo. Seguendo questa logica, arrivò, attraverso un percorso di crescita intellettuale, alla Quarta Teoria Politica, fondata sulla ricerca della tradizione primordiale nel suo significato africano e sui meccanismi concettuali della multipolarità politico-civile.

Qui è in gioco il futuro dell’Africa e, più in generale, dei popoli radicati. A nostro avviso, e tenendo conto di tutti questi elementi, all’inizio del XXI secolo, Kemi Seba non rappresenta solo un’opportunità di emancipazione per l’Africa. Rappresenta una speranza per tutte le forze della resistenza multipolare.

[1] Kémi Séba, nato Stellio Gilles Robert Capo Chichi il 9 dicembre 1981, è uno scrittore, attivista e leader politico nero panafricano. Dall’aprile 2013 è analista geopolitico per diverse emittenti televisive dell’Africa occidentale e tiene conferenze sul panafricanismo in molte università africane.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

15 febbraio 2022