Khomeini e il popolo

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di Daniele Perra

Paradossalmente credo che il modo migliore per comprendere il ruolo che l’Imam Khomeini attribuiva al “popolo” sia andare a rileggere l’intervista che, a suo tempo, rilasciò ad Oriana Fallaci.

Questa è particolarmente interessante per due ordini di motivi. Il primo motivo è il fatto che di fronte alle reiterate cattiverie, alle calunnie (ed ai tentativi di indispettirlo), l’Imam rimane impassibile (imperturbabile), non si scompone minimamente, tanto che sarà la stessa “giornalista” ad innervosirsi (non poco) non riuscendo a scalfire di un solo centimetro la calma con la quale Khomeini risponde alle sue accuse.

“Non riuscivo a scomporlo – afferma la Fallaci – perché credeva fermamente in ciò che diceva: credendoci, non aveva bisogno di ricorrere alle furbizie e alle bugie cui spesso fanno ricorso gli uomini di potere”.

Il secondo motivo è che, come anticipato, anche più che nei suoi scritti, in essa trapela con chiarezza l’idea che Khomeini aveva del ruolo del popolo all’interno del governo islamico. Infatti, quando la Fallaci accusa l’Imam di essere un dittatore, questo risponde: “L’Iran non è nelle mie mani. L’Iran è nelle mani del popolo. Perché è stato il popolo a consegnare il paese al suo servitore, a colui che vuole il suo bene”. Poi continua: “Lei ha ben visto che dopo la morte dell’ayatollah Talegani la gente s’è riversata nelle strade a milioni e senza la minaccia delle baionette. E questo significa che in Iran c’è libertà, che il popolo segue gli uomini di Dio. E questo è simbolo di libertà.”

Sempre la Fallaci poi, nel corso della medesima intervista, rimane indispettita dalle grida del “popolo iraniano” che, raccoltosi nella strada vicina all’abitazione dell’Imam, inneggia il suo nome. Così afferma che tali manifestazioni le ricordano il “fascismo”. L’Imam, da parte sua, replica: “il loro grido è lo stesso con cui cacciarono l’usurpatore, perché sono i medesimi che lo cacciarono […] Finché i nemici interni ed esterni non saranno domati […] Devono essere accesi e pronti a marciare quand’è necessario. E poi il loro è amore […] gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, per applicare i comandamenti dell’Islam. L’Islam è giustizia, nell’Islam la dittatura è il più grande dei peccati, quindi fascismo e Islam sono due contraddizioni inconciliabili”.

Ancora, quando la Fallaci chiede delucidazioni sulla “libertà di pensiero e di espressione” da lui inizialmente garantita e successivamente (sempre per la giornalista) calpestata, Khomeini risponde seraficamente: “La libertà di pensare e di esprimersi non significa libertà di congiurare e corrompere”.

A questo punto la Fallaci si riferisce ai “comunisti” ed alle personalità di “sinistra” che sarebbero state perseguitate da Khomeini, dopo un’iniziale periodo di tolleranza. L’Imam replica: “non hanno servito in nessun senso la Rivoluzione. Non hanno né combattuto né sofferto, semmai hanno lottato per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla nostra vittoria, non hanno avuto nessun rapporto col movimento islamico, non hanno esercitato alcuna influenza su di esso. Anzi, gli hanno messo i bastoni fra le ruote. Durante il regime dello scià erano contro di noi quanto lo sono ora, e ci odiavano più dello scià. Non a caso l’attuale complotto ci viene da loro e il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una vera sinistra ma di una sinistra artificiale, partorita e allattata dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e per distruggerci”.

Ora, se ci si ferma un attimo a ragionare sulla storia della “sinistra” iraniana, ci si può facilmente conto rendere che la sua evoluzione, dal comunismo al riformismo, ricorda molto la storia del comunismo italiano e di quello che il compianto Costanzo Preve (pensatore, tra l’altro, di scuola marxista) chiamava il “serpentone metaforico” PCI-PDS-PD. Non a caso, un altro personaggio politico intervistato sempre dalla Fallaci (il colonello Gheddafi), senza molti peli sulla lingua dichiarò come vi fosse una sostanziale differenza tra comunisti italiani e comunisti sovietici.

Dunque, l’Imam Khomeini non aveva poi torto (soprattutto alla luce del fatto che un’altra formazione di ispirazione “marxista”, sebbene molto sui generis e che oggi si è trasformata quasi in una setta, i Mujaheddin e-Khalq, risulta essere il principale strumento dell’imperialismo nordamericano e sionista per le operazioni di sabotaggio all’interno dell’Iran, non ultima, l’assassinio dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh).

Tornando all’intervista a Khomeini, alla domanda della Fallaci se per “popolo” intendesse solo i suoi fedeli, l’Imam risponde che il popolo è quello che si è battuto per l’Islam “e l’Islam significa tutto, anche ciò che nel suo mondo viene chiamato libertà e democrazia. Sì, l’Islam contiene tutto, l’Islam ingloba tutto, l’Islam è tutto”.

Allora, qui ci sono diversi aspetti da considerare. Il governo islamico – e questo l’Imam lo afferma a chiare lettere a più riprese nei suoi scritti e discorsi – non è un governo democratico (sicuramente non lo è nel senso in cui oggi intendiamo il termine “democrazia” nell’“Occidente” culturamente egemonizzato dagli Stati Uniti). C’è chi ha cercato, soprattutto in ambito sunnita, di coniugare Islam e democrazia sulla base del modello di Shura (ovvero, di consultazione all’interno della comunità) applicato dal Profeta Muhammad a Medina dopo l’Egira. In questo senso i pensatori più interessanti sono stati indubbiamente il marocchino Muhammad al-Jabri (autore di un libro molto interessante che si intitola La ragione araba) ed i pakistani Fazlur Rahman ed Abul ala Maududi. Quest’ultimo, ben più radicale, sostenne apertamente la Rivoluzione islamica iraniana (questo avvenne prima che l’influenza wahhabita portò agli scontri settari tra sciiti e sunniti in Pakistan) e coniò il termine “teodemocrazia” ricordando come nel governo islamico (sebbene con impostazione democratico-elettorale) la sovranità spetta solo ed unicamente a “Dio” e non può essere attribuita ad altri.

Dal canto suo l’Imam Khomeini affermava che “il governo islamico è il governo della legge resa esplicita dal nobile Corano”. La parola Islam – secondo l’Imam – non aveva bisogno di altri aggettivi o attributi.

Allora, qui è utile ricordare un altro pensatore (questa volta palestinese) che ha definito l’idea di “Stato islamico” come una “contraddizione in termini”. Si tratta di Wael Hallaq (e quando parla di “Stato islamico” non si riferisce naturalmente al gruppo terroristico). La sua tesi è abbastanza interessante e merita una breve esposizione. Parafrasando il grande giurista tedesco Carl Schmitt, Hallaq afferma che lo Stato moderno (creazione del tutto europea) è costruito sulla base di un dominio centrale (paradigmatico) che si pone in netto contrasto rispetto a quanto prodotto nel corso dei secoli dall’Islam. Il progresso tecnico-scientifico che ha accompagnato la nascita dello Stato moderno ha costituito il “dominio centrale” dello stesso Stato ed ha influenzato la società europea in tutti i campi: economico, politico, filosofico e morale. La Modernità stessa ha rappresentato un cambio di paradigma: la vittoria di un dominio inizialmente subalterno e periferico (la tecnica) su quello centrale (che era rappresentato dalla religione). Il progresso tecnico, non solo ha sostituito la religione, ma è divenuto esso stesso religione. Una religione che ha promesso che ogni altro problema (e di conseguenza tutti gli altri “domini”) venissero risolti automaticamente attraverso lo stesso progresso.

Ora, il problema intrinseco di questa costruzione metafisica della modernità sorge nel momento in cui il suo “paradigma” viene imposto all’infuori della precisa localizzazione spaziale, temporale e culturale in cui è sorto (l’Europa) attraverso il colonialismo/imperialismo. La Shari’a ha storicamente rappresentato il dominio centrale paradigmatico della civiltà islamica almeno fino al XIX secolo. Tutto era ad essa connesso, comprese le materie più propriamente “scientifiche” (come l’astronomia ad esempio). Attraverso, l’incontro/scontro con la modernità, la Shari’a ha perduto questo “dominio centrale”, è stata distorta dalla codificazione voluta dalle amministrazioni coloniali in taluni casi; in altri casi è stata ridotta al mero spazio della morale.

La Rivoluzione islamica in Iran (una rivoluzione popolare e non di una ristretta “avanguardia”, come il caso della rivoluzione russa), al contrario, ha restituito alla Shari’a il suo essere storicamente “dominio centrale” a cui tutto è sottoposto, compreso il potenziale avanzamento scientifico. Jalal Al-e Ahmad, uno dei più influenti intellettuali della Rivoluzione islamica, ad esempio, riteneva che fosse necessario distruggere gli effetti tossici della modernità attraverso la sua trasfigurazione: ovvero, mettendo la tecnologia al servizio del governo islamico, subordinandola al potere di una tradizione autentica.

Dunque, la Rivoluzione islamica, superando (o addirittura abolendo il paradigma della modernità), supera anche l’affermazione di Hallaq sulla “contraddizione in termini” tra Stato e Islam che, tuttavia, rimane valida per altri esempi (in primis il modello saudita, in cui la “religione” fa da mero contorno al potere “politico” monarchico).

L’intervista di Oriana Fallaci all’Imam Khomeini, infine, merita un’ultima citazione. Si è sottolineato in precedenza l’affermazione “L’Iran non è nelle mie mani. L’Iran è nelle mani del popolo. Perché è stato il popolo a consegnare il paese al suo servitore, a colui che vuole il suo bene”.

Cosa vuole dire qui l’Imam? Sta semplicemente affermando che il popolo ha scelto il governo del giureconsulto: un qualcosa che, nella prospettiva dell’Imam, appartiene alla tradizione sciita sin dalle sue origini, ed un qualcosa di valido soprattutto nel periodo dell’occultamento dell’Imam del tempo. L’ingiunzione coranica “obbedite a Dio, al Profeta, ed a coloro i quali hanno tra voi hanno autorità”, nella prospettiva khomeinista, va intesa come precisa indicazione volta a garantire l’obbedienza ai mojtahed (i giuristi). Tuttavia, nel caso iraniano, è stato il popolo a scegliere la sua Guida. L’avanguardia non ha indicato al popolo la via ma è stato il popolo a sceglierla.

Se il popolo deve comunque obbedienza, i religiosi ed i giuristi hanno dei doveri altrettanto chiari rispetto al popolo. Nel libro dell’Imam “La più grande lotta. Per liberarsi dalla prigione dell’ego e ascendere verso Dio” (pubblicato da Irfan Edizioni) sono raccolte alcune raccomandazioni che l’Imam rivolgeva agli studenti delle hawzat (le scuole religiose tradizionali per la formazione degli ulema sciiti). Tra queste si legge: “il popolo si aspetta che voi siate ruhani (spirituali), beneducati nella condotta dell’Islam e siate hizbullah (partito di Dio). Trattenetevi dallo sfarzo, dal luccichio della vita e dall’artificiosità, e non lesinate alcun tipo di sacrificio sulla via dell’avanzamento degli ideali islamici e del servizio alla nazione dell’Islam”.

Il giurista (così come il religioso), dunque, deve sempre essere al servizio del popolo. E deve essere sempre un esempio integerrimo, perché un suo peccato rappresenta un grave danno per la società islamica nella sua interezza. Racconta un hadith che l’Imam as-Sadiq affermò: “settanta peccati di un ignorante saranno perdonati prima che sia perdonato il peccato di un alim”.

Ciò si può ricollegare nuovamente alla famosa intervista ed al momento in cui la Fallaci chiede all’Imam cosa egli intenda per “democrazia” e perché, in vista del referendum con il quale il popolo iraniano optò per il modello della Repubblica Islamica, scelse di eliminare l’aggettivo “democratica” dal nome ufficiale della Nazione.

Qui, l’Imam, dopo aver affermato ancora una volta che per lui il termine Islam non ha bisogno di altri aggettivi, dice: “per democrazia intendo quella che intendeva Alì. Quando Alì divenne successore del Profeta e capo dello Stato Islamico, e il suo regno andava dall’Arabia all’Egitto, e comprendeva gran parte dell’Asia e anche dell’Europa, e questa confederazione aveva ogni tipo di potere, egli ebbe una divergenza con un ebreo. E l’ebreo lo fece chiamare dal giudice. E Alì accettò la chiamata del giudice. E andò, e vedendolo entrare il giudice si alzò in piedi. Ma Alì gli disse, adirato: “Perché ti alzi quando io entro e non quando entra l’ebreo? Davanti al giudice i due contendenti devono essere trattati nel medesimo modo”. Poi si sottomise alla sentenza che gli fu contraria. Chiedo a lei che ha viaggiato per molti Paesi e per molte genti: può fornirmi un esempio di democrazia migliore?”

Nel governo islamico, infatti, anche chi detiene il potere non è al di sopra della Legge. La Legge sta al di sopra di tutto per fare in modo che non vi sia oppressione. E questo riporta alla celebre distinzione tra oppressi ed oppressori alla quale in Occidente si è cercato di dare (erroneamente) una connotazione marxista o meglio hegeliana (anche a causa di alcune fuorvianti interpretazioni del pensiero di Ali Shariati). Il termine mustadafun (che noi traduciamo con “oppressi”), in realtà, ha dei precisi connotati teologici. Questo, infatti, si riferisce a coloro che sono privati dell’opportunità o della possibilità di sviluppare il loro pieno potenziale spirituale ed interiore. Il compito di un autentico governo islamico è quello di fare in modo che non vi siano ostacoli a questo tipo di realizzazione. Da qui deriva la necessità dell’illuminazione da costruire in modo collettivo per fare in modo che il popolo divenga forza sociale compatta che opera coniugando la via della meditazione e quella dell’azione.

Il presente articolo è l’intervento tenuto dall’autore in occasione della conferenza online Ruolo del popolo nella visione politica dell’Imam Khomeini del 2 giugno 2021, disponibile qui.

Foto: Idee&Azione

11 giugno 2021