La casa De’ Medici controbatte ad Aristocrazia Europea

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di Redazione

Riceviamo e pubblichiamo la diffida che la Casa dei Medici di Toscana ha inoltrato alla nostra Redazione in risposta all’articolo https://www.ideeazione.com/aristocraziatradizione-il-riconoscimento-dei-titoli-nobiliari-in-italia/?fbclid=IwAR1CfM_VLsITLOzA3zjyGQfFe23P6GvjfI8sc03DToIqUNcIrd0Z2LO4N7A%22 .

Seguirà una controrisposta da parte di Roberto Jonghi Lavarini per Aristocrazia Europea.

 

Gentili Signori di Idee & Azione,

in qualità di Antiquario Regio e Commissario Araldico Granducale della Casa Medici di Toscana et con l’assistenza della Cancelleria della corona Medicea siamo alfine stati indotti ad intervenire in ordine ai contenuti della Vostra testata, peraltro sotto molti profili apprezzabilissima ed estremamente curata e precisa nei contenuti.

Nostro malgrado, tuttavia, ci vediamo costretti a chiederVi formalmente di espungere dalla rubrica, cui la Vostra Home: “Aristocrazia &Tradizione: il riconoscimento dei titoli nobiliari in Italia” in cui si enumerano alcuni contenuti gravemente falsi e tendenziosi, per non dire ingiuriosi e integranti di diffamazione aggravata. Nello specifico: all’interno del Vostro Arte e Cultura del 12 giugno 2022, avete ospitato la rubrica “Aristocrazia &Tradizione, a cura di Roberto Jonghi Lavarini e degli amici di Aristocrazia Europea”, che vengono associati alla Sovrana Casa dei Medici di Toscana. ( allegato file articolo)

Mi riferisco, in particolare, al contenuto sia del secondo periodo che inizia con: “Neanche i Capi delle storiche Dinastie Asburgo e Borbone, spodestate dai loro troni, hanno mai concesso nuovi titoli nobiliari, figuriamoci se possono continuare a farlo, abusivamente e spesso solo per mercimonio, gli eredi, veri o presunti degli Aragonesi, Svevi, Este e Medici”.

 

L’estensore continua con quanto segue: “Ed infatti i loro titoli non sono riconosciuti da nessuna delle autorità elencate prima. Un titolo è quindi veramente valido solo se lo è la sua “fons honorum”, per questo bisogna sempre verificarne l’autorità e data di concessione, oltre che la legittima discendenza genealogica e la validità di eventuali riconoscimenti successivi”.

Sempre l’estensore ribadisce sul 5° periodo della seconda pagina che inizia con queste parole: Stesso discorso vale per la nobiltà bizantina, dinastie imperiale e famiglie aristocratiche che,……………. Terminando con un clamoroso e discutibile frammento di una certa non conoscenza: “ Ovviamente, in questo caso, valgono le loro specifiche tradizioni, riprese direttamente dall’antica Roma, ovvero: l’adozione araldica, la trasmissione anche matrilineare, le alleanze famigliari, il mantenimento per i soli principi imperiali della capacità di concedere nuovi titoli nobiliari, anche ereditari, ovviamente solo di valore simbolico e onorifico”.

 

Altresì è opinione errata del Signor Jonghi Lavarini di considerare come autentici nobili solo coloro che risultano iscritti negli “Elenchi Ufficiali della Nobiltà del Regno d’Italia” et altri repertori e /o Associazioni citati dallo stesso, chi si dice nobile ma non risulta su tali repertori come i libri d’Oro e l’Enciclopedia Storico-Nobiliare Italiana curata dal M.se Vittorio Spreti, viene ritenuto ”falso” ed additato come ”sedicente”. Tale opinione è errata,  codeste edizioni sono, infatti, tutte parziali ed hanno lo stesso difetto dei repertori bibliografici riguardanti l’arte, la cultura, lo sport etc. etc.

È un errore affermare o negare come insiste il signor Jonghi Lavarini, che attraverso la consultazione delle pagine di tali opere e il riconoscimento come scrive lo stesso, ma (errato usare la parola riconoscimento, al limite va usato il termine accertamento)  da parte di quelle Associazioni et Enti civili e/o ecclesiastici, tra l’altro, di buon profilo religioso-storico e culturale, ledendo il buon diritto o meno a fregiarsi di un titolo nobiliare.

Pochi, compresi coloro che pretendono essere eruditi in materia, ricordano che ogni Casa Sovrana che assurgeva al trono, obbligava tutti i sudditi nobili a sottostare a precise disposizioni di riconoscimento, i titoli di nobiltà venivano quindi riconfermati solo attraverso condizioni non sempre coerenti o favorevoli alle possibilità economiche o ideologiche degli interessati.

Soprattutto i Savoia, ancor prima dell’avvento del fascismo, ricorsero a questa esosa forma coercitiva, tramite le alte gabelle stabilite dalla Consulta Araldica del Regno d’Italia. Moltissime famiglie nobili rinunciarono quindi ad iscriversi nei Libri d’Oro regionali o nazionali tanto decantati dal Signor Jonghj Lavarini. I più disponibili furono costretti a svendere palazzi, ville e tenute per pagare il riconoscimento di ogni titolo nobiliare di loro pertinenza. Pertanto, l’esistenza del titolo è documentata dalla sua concessione, mentre il suo riconoscimento è una mera formalità burocratica. Quelli elenchi sono solo un esempio di ingiustizia legalizzata, in quanto legavano e legano l’essere nobile non solo alla concessione del titolo ma anche al fatto di essere nelle possibilità di pagarne il riconoscimento.

Il ridicolo si evince in un momento storico particolare per l’Italia, si legge dal supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n.153 dell’11 luglio 1946, titolo III Araldica, Capo I (titoli, predicati e qualifiche nobiliari) Decreto Reale  per concessione di titoli, predicati e qualifiche nobiliari o per la Regia autorizzazione all’uso di titoli, predicati  e qualifiche nobiliari stranieri, si doveva pagare per un riconoscimento di principe ben  288.000 lire e per un titolo di nobile lire 36.000 salvo il resto, per la concessione di uno stemma lire 4.500, come si può definire tutto questo? Cosa scrive il signor Jonghi Lavarini, se non mere falsità, quando parla di mercimonio etc. etc.

Basti pensare, se un avo avesse avuto una concessione dal re Carlo IX di Francia e/o dal Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici che bisogno aveva di farsi “riconoscere” dalla Casa Savoia, previo il pagamento della tassa? Ecco la mancanza dell’iscrizione sul Libro d’Oro della Nobiltà et altri repertori che lo hanno copiato. Perciò il non iscritto viene definito non Nobile e per i finti puristi un “falso” !!!

 

Benché, come ribadisco, la Vostra Testata si caratterizzi per contenuti generalmente interessanti e approfonditi, non altrettanto posso dire per l’oggetto di questa Rubrica, che porta affermazioni non vere e gravemente ingiuriose, altamente calunniose e pesantemente diffamatorie nei confronti della persona del Granduca Ottaviano de Medici di Toscana in qualità di capo di nome e d’arme della Sovrana Casa Medici di Toscana.

Probabilmente il signor Roberto Jonghi Lavarini, che certamente non conosce le considerazioni sulle pretensioni sovrane, oltre che scrivere inesattezze fuorvianti e offensive, ha pensato di auto referenziarsi non agendo con una maggiore moderazione nell’esprimere giudizi sulle qualità morali, professionali e di pretensione sovrana di raggianti Case Sovrane, e questo al fine di evitare a Voi nonché alla redazione possibili problemi penali causa diffamazione aggravata a mezzo stampa.

È quindi un dovere portare conoscenza storica, araldica, genealogica, cavalleresca, nobiliare e di pretensione sovrana dove alligna l’ignoranza su temi così pregni di significanza.

Lo scritto del Signor Roberto Jonghi Lavarini, pertanto, oltre che irriguardoso e offensivo, dimostra una non conoscenza delle materia de quo, perciò desideriamo rammentare che in linea generale, in mancanza di discendenza e qualora si estingua una dinastia, negli ordinamenti contemporanei a reggimento monarchico, caratterizzati dalla presenza di uno Statuto o di una carta costituzionale, la successione è in ogni caso regolata da un insieme di norme, e la scelta dell’eventuale nuovo sovrano è rimessa al prudente apprezzamento degli organi costituzionali e/o delle famiglie sovrane di spettanza cui la pretensione anche in linea collaterale.

Siccome però la forma è veicolo della sostanza, tutto quanto precedentemente asserito non ha significato altrettanto pregnante se tali Istituzioni Sovrane non sono in grado di riaffermare se stesse non solo storicamente ma anche giuridicamente.

Sotto questo profilo, perciò, il diritto internazionale, non le varie Associazioni oppure Enti più o meno autorevoli civili e/o ecclesiastiche, come quelle citate dal signor Roberto Jonghi Lavarini; pertanto, solo il diritto internazionale riconosce l’istituto della pretendenza al trono, che sorge se manca la debellatio, cioè la perdita della sovranità per rinuncia alle proprie funzioni e alle particolari prerogative connesse all’effettivo esercizio del potere. Spetta infatti in ogni caso al sovrano, in qualunque modo sia stato spodestato, la continuazione di alcune manifestazioni del potere regio. I titoli sovrani spettano al sovrano in quanto tale e ai suoi discendenti, e restano di questa natura anche quando il sovrano abbia perduto la effettiva sovranità su di un territorio, perché la sovranità fa comunque parte del patrimonio della famiglia, sia pur priva dello jus gladii, vale a dire del diritto all’obbedienza da parte dei sudditi, dello jus imperii, cioè della potestà di comando, e dello jus majestatis, ossia del diritto al rispetto e agli onori del rango.

Un sovrano pertanto potrà sì essere privato del trono e anche essere bandito dal Paese, ma non potrà mai essere spogliato delle sue qualità native. In questa fattispecie ha origine il pretendente al trono, che mantiene intatti quei diritti della sovranità al cui esercizio non è di ostacolo la mutata posizione giuridico-istituzionale, mentre gli altri vengono sospesi: fra i diritti conservati integri sono compresi lo jus majestatis e lo jus honorum, cioè il diritto di conferire titoli nobiliari e gradi onorifici di ordini cavallereschi di pertinenza ed ereditari facenti parte del patrimonio personale e dinastico della casata e codesto è il caso della Sovrana Casa dei Medici di Toscana.

Tuttavia si pensi all’esempio storico di Bernadotte, maresciallo di Napoleone e designato quale Re di Svezia per l’estinzione della legittima dinastia, quindi anche un generale potrebbe diventare Re! Nell’esempio citato della Svezia, la scelta fu di Napoleone e fu poi confermata dal Congresso di Vienna.

Nello scorso secolo XX, anche in Persia e in Albania si è assistito all’intronizzazione di militari nella qualità di regnanti.

Nello specifico, se cioè un re possa designare una persona di sua fiducia a succedergli in mancanza di eredi, abbiamo moltissimi casi nella storia dell’impero bizantino. Oggi ciò non è ipotizzabile, giacché è possibile immaginare che il re o il parlamento o tutti e due gli organi assieme, possano delegittimare l’erede naturale ma non indicarne un altro.

Ad esempio, la Costituzione spagnola prevede il consenso del re e delle Cortes al matrimonio dell’erede al trono, in mancanza del quale costui non potrebbe succedere: in tale evenienza, subentrerebbe appunto colui che le norme indicherebbero come posteriore nella successione al trono.

Per venire al caso italiano, si configura una discordia tecnica, araldica, nobiliare, genealogica e di pretensione sovrana con il signor Roberto Jonghi Lavarini perché ignora l’argomento in quanto scrive sull’ ultimo periodo del terzo foglio, se si stampa: “e la Commissione Araldica della Reale Casa Savoia. Punto.” Francamente, trattasi di un’affermazione priva di alcun valore. Probabilmente il Signor Lavarini si dimentica che Re Umberto II non concesse il proprio assenso al matrimonio del figlio Vittorio Emanuele, e in virtù del combinato disposto  dell’ articolo 105 del codice civile: “ Matrimonio del Re Imperatore e dei Principi Reali “ che prevede la necessità del consenso del re per il matrimonio dei principi e delle principesse reali, e di una disposizione contenuta in una regia patente della fine del 1700 – che regola la successione al trono della dinastia sabauda, dal mancato assenso discende la sanzione della perdita della capacità di succedere al trono. In Italia, ipoteticamente, è pertanto la linea Savoia – Aosta, l’unica erede naturale al trono d’Italia dopo la perdita dei diritti, per sé e per i propri discendenti di Vittorio Emanuele di Savoia.

In altre parole, Re Umberto, escludendo il figlio dalla successione, non poteva, pur essendo re, indicare persona diversa, di Sua fiducia, che potesse succedergli in violazione delle norme che regolano la successione al trono, perché il Re è il primo, proprio in quanto tale, a dover rispettare la legge.

Non vorremmo tediare Voi, Signor direttore e Capo Redattore, ma potremmo dar vigore di verità e di conoscenza alle tante astruse situazioni, a cui il signor Roberto Jonghi Lavarini si è tanto prestato per proprio interesse venendo meno alle regole del buon scrivere civile e ignorando legislazioni nobiliari e di pretensione sovrana.

L’obiettivo, peraltro, non sembra minimamente raggiunto, dato che, solo per citare alcune delle asserzioni calunniatorie di cui supra, rileviamo le parole: abusivamente e spesso solo per mercimonio, gli eredi, veri o presunti degli Aragonesi, Svevi, Este e Medici.

Dall’ultimo periodo abbiamo tratto a mero titolo esemplificativo alcune espressioni dal tono scurrile, come questa: “ridicolo e penoso proliferare di finti principi, mitomani o truffatori che vendono titoli fasulli.  Oltre: “ purtroppo questa spazzatura rappresenta oltre il 50% “. , etc. etc.”.

Appare in ogni caso evidente da tale articolo ecceda sotto molti aspetti confondendo le sovranità e chiarendo che presso le Nostre Istituzioni non si “vendono titoli” o quant’altro: chiunque lo affermi è in torto, e invitiamo chiunque a dimostrare il contrario.

Infatti ciò che prende in considerazione questa Casa Sovrana è solo lo status del Petente che agogna ad elevarsi dal volgo, se il diligente e dovizioso esame di ricerca basato su criteri personali e professionali,  genealogici, storici, araldici, cavallereschi è positivo e confà alla eventuale elevazione nobiliare S.A.R. il Granduca,  grazie alla peculiarità della fons honorum insita nella Dinastia Medici di Toscana mai debellata, lo eleva al diritto alla consona dignità sociale della nobiltà rendendoLa cosi di pubblica ragione.

Invitiamo pertanto il Signor Direttore di Codesta testata a espungere dalla rubrica i citati nonché gli altri riferimenti ibidem contenuti sulla Sovrana Casa dei Medici di Toscana ove risultino, come in tali fattispecie, gravemente calunniosi e diffamatori.

Confidando in un immediato riscontro alla Nostra richiesta e comunque non oltre il 12 luglio, riservandomi sin da ora (salvis juribus, secondo la clausola di stile) in mancanza, ogni azione anche al fine di chiedere il risarcimento dei danni derivanti dalle pesanti offese alla reputazione di S.A.R. il Granduca Ottaviano de’ Medici di Toscana e della Sovrana Casa Medici di Toscana.

Abbiatemi con i miei più cordiali saluti.

Don Francesco Alfredo Maria Mariano duca d’ Otranto e Nobile di Firenze

Antiquario Regio e Commissario Araldico Granducale della Casa Medici di Toscana

Foto: TuscanyPeople

20 luglio 2022