La caverna di Platone e la verità della storia segreta

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di Jafe Arnold

“Storia segreta”. Questo termine, o meglio nozione, evoca intuizioni e sospetti appassionati. Per alcuni, “storia segreta” suona immediatamente come uno slogan provocatorio, dietro il quale si nasconde un vaso di Pandora di “teorie del complotto” che confondono, distorcono o, come si dice ufficialmente e alla moda oggi, “disinformano” vicende umane altrimenti “spiegabili”. Per altri, invece, la “storia segreta” parla proprio della realtà “troppo umana” a un livello più profondo. Da un lato, si afferma che gli esseri umani hanno un’agenzia e che le agenzie di alcuni (o di tutti, se è per questo) non sono mai completamente trasparenti agli altri. Dall’altro lato, l’agency degli esseri umani è storica, cioè non è quasi mai puramente “individuale” o “soggettiva”, ma è piuttosto parte e realizzata all’interno di stati di cose di lunga durata, di immagini più grandiose e di forze che difficilmente possono essere spiegate dall’agency immediata di un dato numero di esseri umani in un dato momento.

Tra questi poli della reazione “fin troppo umana” alla “storia segreta”, ci si trova spesso di fronte a due estremi ben visibili: una fede cieca e rinunciataria in una “storia rivelata”, che naturalmente “si dà il caso” sia quella che ruota attorno a quella “ufficiale”, oppure la dissipazione nel caos epistemologico, nella paranoia di fronte a forze inconoscibili e ai loro attori. In entrambi i casi, si perde qualcosa di veramente umano e di veramente storico della “storia segreta”.

Un aspetto diffuso ed estremamente significativo del paradigma “postmoderno” in cui si trova oggi gran parte del mondo è il declino del linguaggio. Le parole e le idee più cariche diventano hashtag di uso comune, perdono il loro significato a favore del loro “marketing” e diventano solo altre unità in un vorticoso caleidoscopio di merci. Le evocazioni più serie e fino ad allora pericolose diventano etichette e marchi innocui. La “storia segreta” non fa eccezione. Ogni scaffale di libreria, documentario video o thread sui social media promette e vende un’altra “storia segreta”. Niente di più lontano da come tutto è sempre stato: attraverso i tempi, gli spazi e le culture, gli esseri umani hanno creduto nel potere magico della parola e del nome, la cui pronuncia può evocare, rivelare o produrre un fenomeno stesso. Alla luce di questo contrasto, uno dei pochi orientamenti significativi che ci rimangono è quello di tornare alle parole antiche e cercare di ascoltare ciò che i loro deboli echi ci dicono – e ci sfidano a pensare – ora.

Come innumerevoli altre parole della lingua inglese, “secret” si deve al latino antico. Per i Romani, ai quali il mondo moderno deve molte delle sue idee verbali inconsce, secretum era soprattutto qualcosa di nascosto, qualcosa di tenuto lontano, nel senso etimologico letteralmente qualcosa di “separato” da ciò che è già aperto e conosciuto, il sostantivo deriva dal verbo secretus, che significa “mettere da parte”, “appartarsi”, o figurativamente “distinguere”. Quest’ultimo significato è forse il più antico, poiché la radice etimologica ci riporta a ciò che, secondo la ricostruzione linguistica, i pastori proto-indoeuropei delle steppe preistoriche avrebbero detto con la radice *krei-, cioè “setacciare”, “discriminare”, “distinguere”. Nelle sottili intonazioni di queste antiche radici di parole, abbiamo a che fare non solo con il senso di qualcosa che “si distingue” da qualcos’altro, ma con il fatto stesso di riconoscere questo “distinguere”, questo “nascondere” come tale. Dopo tutto, qualcosa che è “messo a parte” non è forse “messo come parte”, “a-partito” in relazione a “parte” di qualcosa di più grande? Qualcosa che viene preso o reso “segreto”, qualcosa che viene “secretato”, non è sempre in una relazione più primordiale con ciò che è originario e aperto, cioè come l’intero che passa attraverso un setaccio in parti? C’è qualcosa di nascosto, di tenuto lontano, di separato, non sempre tale dal “resto”? La parola e la nozione di “segreto” contengono questo senso dimenticato che i “segreti” non sono sempre segreti, ma piuttosto sono in tempi e luoghi diversi “separati” e “distinti”.

Ben al di là di un semplice “gioco di parole”, queste meditazioni sono del massimo significato filosofico ed esistenziale. Uno dei più grandi pensatori del XX secolo, Martin Heidegger, ha richiamato la nostra attenzione sul fatto che la parola greca originale per “verità”, aletheia, è più fedelmente tradotta e compresa come “non nascosta” (a- è privativo, come in molti prefissi inglesi, e lethe è ciò che è “nascosto”, “dimenticato”, “nell’oblio”). Per l’originale pensiero greco antico che ha dato origine alla filosofia, Heidegger sosteneva che la verità non era il concetto moderno di corrispondenza “corretta” tra una percezione e una cosa, o un oggetto e un’affermazione, ma un’esperienza dinamica delle cose che “non nascondono”, “non nascondono”, “dis-chiudono”, “dis-scoprono” (a-letheia). Heidegger interpreta così una dimensione dimenticata, “chiusa”, delle antiche radici della filosofia: le cose non sono “vere” nel senso di “apparire” prontamente o di essere “conosciute” come tali, ma piuttosto viviamo “tra” la verità, in mezzo alla verità primordiale, esistenziale, dell’essere costantemente nascoste e non nascoste, “coperte” e “dis-coperte”. Ogni generazione ha il compito di pensare ciò che è – per tornare al secretus – “separato” e “appartato”, ciò che è “dis-copribile” o “non segreto”. Mentre la Seconda guerra mondiale scoppiava in sottofondo, Heidegger teneva i suoi studenti nelle aule della Germania nazista impegnati a meditare su come qualcosa fosse andato terribilmente storto con la filosofia, con il pensiero (e quindi con tutto il resto), dal momento in cui il senso della verità come aletheia era stato scambiato per “correttezza” di rappresentazioni, proposizioni e “fatti”. Seguendo la linea di pensiero di Heidegger, possiamo dire che la verità come aletheia è sempre e ovunque una questione di affrontare i “segreti”, in quanto ci confrontiamo costantemente con ciò che è e ciò che non è “segreto” per noi e da noi. Affrontare consapevolmente la verità significa, per dirla con Heidegger, esistere come esseri umani “autenticamente”, esistere “sinceramente”, cioè “dis-velatamente”.

Uno dei casi più famosi e importanti in cui Heidegger intimò questa antica verità fu la famosa “allegoria” della caverna di Platone. In questa “storia” tratta dalla Repubblica di Platone, la condizione della vita quotidiana è presentata come quella di prigionieri incatenati sul fondo di una caverna. A un livello della caverna, dietro e sopra di loro, c’è un fuoco attorno al quale altre persone portano vari oggetti e parlano tra loro. I prigionieri in fondo vedono solo le ombre proiettate sulle pareti e sentono l’eco: questa è la loro intera realtà, la loro intera verità o mondo “non celato”. Ma, “e se”, ci dice Socrate, un prigioniero fuggisse e trovasse la strada per salire sul fuoco, e si rendesse conto di un’altra dimensione della realtà, cioè sperimentasse un diverso “non nascondimento”, che all’inizio è accecante, confuso, persino doloroso. Solo dopo essersi abituato a questa “nuova” situazione, si rende conto del “segreto” che si cela sopra e dietro la realtà del fondo che aveva conosciuto come vera, e questa realtà oscura del fondo sembra essere essa stessa una sorta di “segreto”. Quando il prigioniero esce del tutto dalla caverna, si trova di fronte a una “realtà segreta” ancora più dolorosa, sconcertante e sconosciuta: i suoi occhi devono adattarsi alla luce dei giorni, tra i quali scopre la notte, deve abituarsi a tutti i fenomeni e gli esseri del mondo esterno, e alla fine arriva a notare gli schemi, i funzionamenti e le forme del cosmo così come sono non celati, “veri” per lui. Questo non rivelarsi, all’inizio del tutto sconosciuto e sconvolgente, diventa comprensibile. Ma, dopo la comprensione, che ne è dell’interpretazione e dell’azione? Nella storia filosofica di Platone, il prigioniero liberato decide di tornare nella caverna per liberare gli altri, ma la verità, l’aletheia, non può essere semplicemente comunicata o “esposta” a loro sotto forma di informazioni o affermazioni: essi stessi devono attraversare l’intera esperienza della caverna. Per Heidegger, la storia della caverna di Platone è “l’essenza dell’accadere della verità”: la verità è la storia, l’accadere (in tedesco Geschichte racchiude proprio questo senso duale e dinamico) del nostro esistere tra e attraverso diversi livelli, realtà, esperienze e scoperte, tra i quali gli esseri e le cose ci sono nascosti e non nascosti. Heidegger, il cui intero pensiero era incentrato su un’intima sensibilità al linguaggio e alla denominazione, definì la caverna di Platone “la prima storia essenziale”. E aggiungeva: “Ogni epoca e ogni popolo ha la sua caverna, e gli abitanti della caverna che la accompagnano”.

La nostra parola e la nostra nozione di “storia”, come è noto, vanta anche una provenienza greca antica. Per il “Padre della Storia”, Erodoto, historia, da historeo, era un impegno: “indagare”. Tuttavia, come la “verità”, la nostra “storia” moderna non potrebbe essere più lontana dalla sua origine antica. Per i moderni, la storia è volgarmente intesa come tutto ciò che è passato, “il passato”, la sua registrazione scritta e il suo studio sistematico. La “storia” diventa qualcosa di scomparso, qualcosa di più o meno stabile e conosciuto o conoscibile in contrasto con il “presente”, che si suppone finisca per ritirarsi per l’analisi, e in contrasto con il “futuro”, il cui “cambiamento” e “progresso” marcia in avanti nonostante ciò che è venuto prima e anzi grazie al “superamento” della storia passata. Su questa mappa unidirezionale, la “storia segreta” appare come il regno oscuro di ciò che è accaduto nel passato che non è o non può essere conosciuto ora (ed è quindi “a parte”), oppure è il buco nero della sovversione o della negazione della realtà di una certa Storia stabilita.

Questo senso della storia ha un luogo di nascita, un tempo e, forse presto, una morte ben definiti. Solo nell’Occidente moderno, in particolare in alcune città e saggi dell’Europa occidentale, si è sviluppata ed è diventata dominante l’idea che la storia sia qualcosa di paradigmaticamente alle nostre spalle. L’Illuminismo occidentale ha proclamato tutto ciò che lo circondava e lo precedeva, tutta la “Storia”, oscura, ignorante e arretrata, destinata a essere superata dalla giusta verità della scienza e del progresso. Si affermò un’enorme frattura tra il presente “evoluto” orientato verso il futuro e il passato “superstizioso” di tutti i patrimoni, le tradizioni, le esperienze e gli esseri delle diverse civiltà dell’umanità, compresa quella europea. Uno dei culmini più significativi di questo nuovo movimento è stata la migrazione verso il “Nuovo Mondo” e la nascita di uno Stato rivoluzionario: gli Stati Uniti d’America hanno dichiarato una rottura completa con tutto il “Vecchio Mondo” e si sono proclamati “città sulla collina” libera dalla storia ed erede del futuro. Negli anni Novanta, quando gli Stati Uniti assunsero la posizione di egemone globale dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del mondo bipolare della Guerra Fredda, si sentirono voci americane di spicco che salutavano e promettevano la “fine della storia” e un “nuovo ordine mondiale”. Miliardi di persone convivono ancora oggi con le conseguenze di questa “Fine della Storia” – senza dubbio una storia con una sua enorme “storia segreta” – tanto più che, a detta di molti, essa stessa sta giungendo traumaticamente alla sua fine.

Eppure, non è un caso che sia proprio in questa “Storia” dell’Occidente moderno che la nozione di “storia segreta” diventi un argomento diffuso. È nell’Occidente moderno, per Heidegger, che la storia diventa un problema, un messaggio da decifrare, che deve essere “destrutturato” per rivelare il suo “accadere nascosto”. È in mezzo all’ascesa e all’apice dell’Occidente moderno che sorgono gruppi esoterici e occulti con rivelazioni di “storie segrete”, “dottrine segrete” e “conoscenze rifiutate (‘secretate’)”. Ed è con l’ascesa delle scienze storiche occidentali e della ricerca che diversi autori, sia accademici che esterni alle istituzioni, arrivano a pubblicare rivelazioni di storie “segrete” e “trascurate” o “rifiutate” che “risolvono” così tante “lacune”. Con l'”esposizione” e la “riscoperta” delle “storie segrete”, è come se si trattasse solo di “de-segretizzare”, o di rimettere insieme la “storia vera” o “piena” con le più diverse “spiegazioni” della ragion d’essere dei “segreti” del passato, e poi tutto dovrebbe andare al suo posto.

La motivazione e l’intuizione alla base del ricorso alle “storie segrete” è chiara e giusta: la “Storia” che è stata formalizzata e strutturata dall’Illuminismo occidentale non è aperta, ma chiusa. Nelle sue origini, nella sua facilitazione e nella sua traiettoria, ci sono molti segreti, molte cose messe da parte e nascoste. Nella sua apertura verso un futuro esclusivamente progressivo e universale, il profondo e diverso tutto del suo passato – e il presente di tutti gli altri – è chiuso. Nel momento di massima tensione della modernità occidentale, tra la prima e la seconda guerra mondiale, non molto tempo dopo che voci potenti come quella di Oswald Spengler avevano già diagnosticato un “declino”, una “chiusura” dell’Occidente, un gruppo eterogeneo di pensatori oggi noti come “scuola tradizionalista” ha delineato in modo convincente come la modernità occidentale sia una chiusura anomala del mondo, un “ispessimento” e un “oscuramento” al punto che gli occidentali non sono più in grado di comprendere non solo altre culture, tempi e luoghi, ma anche se stessi e la propria “storia” (che ora è “segreta”) – e tutto ciò che è “prima” e “oltre”. ” Per i tradizionalisti, la “Storia” dell’Occidente moderno è un evento di occultamento, in cui la riscoperta della “storia segreta” o “sacra” è un imperativo urgente per il bene dell’Occidente stesso e di tutte le civiltà che cadono pericolosamente sotto il suo incantesimo di occultamento. Una delle direttive essenziali di questi e altri pensatori che si sono impegnati in questa radicale “disvelamento” in mezzo alla profonda “crisi del mondo moderno” è che gli innumerevoli simboli, parole e miti del “passato profondo” che sono stati messi da parte, come la caverna di Platone, ci offrono uno specchio in cui possiamo ancora riscoprire noi stessi e il significato del nostro troppo recente armeggiare con la “storia”.

La caverna di Platone è chiusa alla Storia moderna. È una vecchia “allegoria” o “mito” di un tempo e di un luogo lontani e primitivi, ormai superati da tempo. L’accusa principale è che da tempo abbiamo lasciato la caverna e che stiamo tirando fuori il resto del mondo alla luce del sole, dove la “Storia” e il “Progresso” hanno davvero il loro orizzonte. È come se quella che Heidegger chiamava la “prima storia essenziale dell’umanità” della caverna di Platone fosse già avvenuta una volta, per sempre, e da lì si va avanti. Ma, ancora una volta, “e se”, contrariamente ai recenti dogmi e pregiudizi del Progresso e al telos moderno occidentale predefinito della “Storia”, ci fossero questioni perenni ed eterne che rimangono con noi, o in cui noi rimaniamo? E se, come insegnava Heidegger, fossimo sempre in movimento nella caverna di Platone? E se la caverna di Platone fosse un'”immagine del nostro Essere più intimo”, la verità più intima della nostra storia come indagine e accadimento tra occultamento e inconfessamento? E se, invece di guadagnare tutto ciò che ci aspetta, avessimo perso tutto ciò da cui veniamo e per cui siamo ciò che siamo? E se le vere linee e il significato della nostra “storia” fossero diventati un segreto, simbolicamente celato nella caverna di Platone?

Questo “E se?” non è un ipotetico “esperimento di pensiero” o un gioco di possibilità. È una riapertura consapevole, autentica, esistenziale, un disvelamento, una scoperta di innumerevoli millenni oltre le ultime centinaia di anni turbolenti di (dis)ordine occidentale. È l’interrogatività dell’inizio e dell’intermedio che è stata brevemente negata a favore di una fine immaginata e imposta. Questo “E se?” racchiude l’essenza dinamica della storia segreta. Ciò che ora è “segreto” un tempo era aperto e conosciuto; ciò che era aperto e conosciuto ora è “segreto”. Noi esseri umani ci troviamo gettati nel mezzo di una storia di occultamento e occultamento insondabilmente lunga, profonda, pieghevole e in divenire. Nell’accadimento che si è verificato da quando la caverna di Platone è stata formulata filosoficamente per la prima volta, siamo entrati in un oscuro occultamento, in cui le “aperture” e le “scoperte” più lodate avvengono in un’oscurità chiusa, le cui ombre e i cui echi consideriamo “passati” e “dietro”, piuttosto che ancora scoperti e degni di essere indagati e sperimentati. In questo angolo buio sono state tracciate le mappe e le storie geologiche più impressionanti, sono stati affinati gli esperimenti più estesi con le sue sostanze, è stata misurata con la massima precisione matematica la costituzione della sua topografia, il tutto nella più ferma convinzione che non ci siano fuochi e voci dietro di noi, non ci sia una via verso l’alto, non ci sia un mondo al di fuori e al di là, e non ci siano altre esperienze originali della caverna e dell’esterno oltre alle misure di un angolo del buco più spesso e materialmente sezionabile al suo interno. Ora, nella sub-caverna postmoderna, tutto può essere tutto e niente al buio. 

Questa rilettura e questo riconoscimento della caverna di Platone (che, ovviamente, ne sfiora solo alcune superfici) sta avvenendo nel mezzo di un grande svelamento di ciò che fino a poco tempo fa era un “segreto”: non solo la “Storia” non è finita, ma sta emergendo la consapevolezza che questa “Storia” e la sua presunta “Fine” erano molto limitate e fuorvianti, mentre gli orizzonti della storia sono molto più profondi, molto più ampi e molto più ricchi di significati e segreti. Girando intorno e verso l’alto, tante versioni di rivelazioni e interpretazioni sono destinate a balenare e a saltare nelle fiamme accecanti del fuoco del livello superiore, ma il movimento stesso è ciò che è essenziale.

Abbiamo già notato dove l’occultamento e il “segreto” della “Storia” si sono mossi: in e verso l’Occidente. È noto che, corrispondendo al movimento del Sole, in numerose lingue e miti antichi “Occidente” è la direzione della discesa, del declino, dell’oscurità. È anche sempre più noto in quale direzione si sta (ri)volgendo la storia dopo la sua “fine” occidentale. Anche i più strenui oppositori di questa (ri)svolta hanno ammesso quello che è stato variamente chiamato “secolo asiatico” o, più in generale, “secolo eurasiatico”. In termini ancora più ampi, numerose visioni, che spaziano dai rapporti di intelligence alle visioni filosofiche, fino alle osservazioni sensibili degli eventi quotidiani, hanno rilevato che questo grandioso spostamento storico-mondiale dall’Estremo Occidente all’emisfero orientale, al vasto e variegato continente eurasiatico, sta avvenendo senza le ambizioni e l’egemonia unilineari, unipolari e “globalizzanti” che hanno caratterizzato la traiettoria dell’Occidente. Invece di uno o due poli centrati all’incirca nelle o intorno alle estremità occidentali, la “nuova” era delle civiltà si sta dispiegando, senza rivelarsi davanti a noi con molteplici poli e visioni – e, cosa ancora più importante, lo spazio per le agenzie di molti altri, cioè un “mondo multipolare”. Già nel secondo decennio del XXI secolo, non molto tempo dopo la proclamata “fine della storia”, sta diventando chiaro che ci sono molte storie ancora in corso e ancora da venire. Inoltre, queste storie e questi avvenimenti hanno il loro posto e le loro dinamiche, i loro segreti e le loro rivelazioni, le loro migliaia di lingue, culture e visioni su un’immensa terra transcontinentale le cui grotte testimoniano civiltà, storie e segreti da molto prima della “storia”. Senza dubbio, il mito filosofico della caverna di Platone è stato ispirato da pratiche e pensieri che si sono verificati fin dalla preistoria insondabilmente profonda (e ancora vivi nell’antica Grecia), quando i progenitori delle nostre civiltà scendevano abitualmente nelle caverne per riti, visioni e opere d’arte che sono diventati per noi – i loro discendenti – dei segreti.

C’è un famoso aneddoto su Picasso in visita all’arte rupestre preistorica di Lascaux: emergendo dalla grotta, Picasso avrebbe esclamato: “Non abbiamo inventato nulla!”. Secondo un’altra versione, Picasso avrebbe detto: “Hanno inventato tutto!”. Queste esclamazioni, che senza dubbio rivelano verità importanti che è meglio trattare in dettaglio altrove, sono anche veritiere in quanto ci rivelano qualcosa sullo shock travolgente che si prova entrando e uscendo dalla grotta. Ci troviamo di fronte a una “fine” vertiginosa e sconvolgente, ma anche a un “nuovo inizio” drammatico. Ci vuole tempo e fatica per abituarsi alle nuove luci e ai nuovi panorami, per registrare i vecchi e per capire e interpretare tutta questa “storia segreta”, soprattutto ciò che significa per noi adesso. Questa esperienza è indeterminata, imprevedibile, piena di dissimulazioni e dissimulazioni diverse. Difficilmente può essere contenuta in un’unica “storia segreta”; piuttosto, è l’accadimento veritiero delle nostre storie segrete.

Nei nostri nuovi millenni, assillati da un lato dalla scoraggiante prospettiva di essere chiusi in fondo alla caverna senza fuoco e senza luce esterna, e dall’altro dalla riapertura di tante altre vie, caverne e mondi dei “nuovi vecchi continenti”, molti “nuovi vecchi” segreti possono venire alla luce, mentre altri possono essere nuovamente nascosti. Questa è solo una “fine” in senso limitato, una “fine” di un mondo, di una grotta-esperienza, mentre è un ri-inizio in tutti i sensi possibili di altri finora nascosti.

L’apertura essenziale ai mondi e alle caverne possibili della storia, e l’impegno a muoversi con e in essi con la risoluta disponibilità a sperimentare e interpretare i loro svelamenti: questa è la verità illuminante e disvelante del “nuovo” confronto con la storia segreta.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

10 giugno 2022