La censura occidentale e lo zampino delle intelligence

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di Maurizio Ulisse Murelli

L’Occidente fa informazione, la Russia propaganda, ergo i media russi vanno censurati. In Italia della questione viene investito addirittura il COPASIR (Comitato per la sicurezza della Repubblica, presieduto da quel fenomeno di Adolfo Urso, discepolo di quella Meloni che con cipiglio dice non essere serva dell’atlantismo, ma di fatto è sicuramente collaborante: l’arguto tra noi trovi la differenza). Gli imbonitori che si pavoneggiano nei talk show plaudono, non prima di essersi comportati da perfetti cafoni con i giornalisti russi chiamati in collegamento (vedi, tra le altre, le oscene performance della Gruber).  Facciamo come si fa con i matti: diamo a questi fenomeni piena ragione e, come Amatore Sciesa, “Tiremm innanz”. Andiamo oltre, ma non prima di aver citato almeno un esempio della italica “deficienza” mediatica.

A sostegno del supposto eccidio di Bucha i media italiani portano una foto satellitare di ben 15 giorni precedenti l’abbandono da parte dei russi della città, una foto fornita da un’agenzia al soldo della CIA. «Questa è la prova provata che sono stati i russi, una prova inalterabile» dicono. Alzi il ditino chi ha notizia dell’esibizione da parte dei nostri giornalisti indipendenti della famosa foto satellitare fornita dagli USA all’Arabia Saudita prima dell’attacco all’Iraq in cui si vedevano imponenti armate irachene in avvicinamento alle frontiere dell’Arabia Saudita. «Vedete, dissero gli USA ai sauditi, Saddam sta per invadervi». Prontamente i sauditi concessero agli americani di far base nel loro Paese rendendo possibile l’aggressione all’Iraq. La gloriosa e democratica aviazione americana, partendo dalle basi saudite, solo a Baghdad causò un milione di morti, quasi tutti civili.  Quando chiesero alla graziosa segretaria di Stato Madeleine Albright se era stato giusto e necessario far fuori mezzo milione di bambini iracheni, seraficamente e democraticamente la signora rispose: “Fu doloroso ma necessario e inevitabile”.  Ebbene, a cose fatte quella foto satellitare con le armate irachene al confine si rivelò essere un falso. Ma quella di Bucha è certamente autentica, secondo i nostri prodi giornalisti che fanno informazione e non propaganda.

E qui viene subito spontaneo andare su un tema direttamente connesso con il diritto democratico di censurare facendo informazione e non propaganda, il tema delle democrazie vs autocrazie.

Cosa è democrazia? «Forma di governo in cui il potere viene esercitato dal popolo, tramite rappresentanti liberamente eletti», ovvero «Struttura ideale di governo di una società che si fonda sul principio della sovranità popolare, sulla garanzia delle libertà e su di una concezione egualitaria dei diritti civili, politici e sociali dei cittadini» ci dice il vocabolario partendo dal significato etimologico di democrazia. E la democrazia si realizzerebbe con il suffragio universale, attraverso il quale il popolo esprimerebbe la sua libera volontà. Ovviamente, per gli occidentali le elezioni che si svolgono nei loro rispettivi Paesi sono tutte regolari e prive di brogli, mentre quelle che si svolgono nel resto del mondo, a partire da quelle che si svolgono in Russia, sono “condizionate” quando non parodie. E lo svolgimento regolare del suffragio universale è dirimente per essere relazionatati con il democratico Occidente. Fatto salvo le interessate eccezioni, tipo Arabia Saudita. Lì il problema non si pone. Tra una partita a golf e una cena a base di pasta e fagioli è legittimo per i filantropi americani fare affari con gli emiri e chissenefrega del portato democratico.

Ma a parte questo, come si può sostenere essere libera un’elezione presidenziale americana se il candidato non ha milioni di dollari da mettere sul tavolo per conquistare la Casa Bianca? Secondo voi, a cosa servono quei milioni di dollari? Prendete Biden alle ultime elezioni. Per la sua campagna elettorale ha messo in campo con il suo comitato elettorale 531 milioni di dollari, e da fuori sono arrivati altri 253 milioni di dollari di finanziamenti per un totale di 784,3 milioni di dollari.

Il democratico presidente ha speso direttamente 136,8 milioni sui social (81 su Facebook) e i suoi supporter hanno aggiunto altri 44,4 milioni (di cui 31,5 su Facebook) per un totale di 181,2 milioni di dollari. Hanno investito su di lui Alphabet, la holding che controlla Google (3,7 milioni), Bill Gates con la sua Microsoft (2,6 milioni) e molte altre imprese. Ma il suo maggiore finanziatore è stato un gruppo re del lobbing fondato una quindicina di anni fa da uno dei cervelli della amministrazione di Bill Clinton, Eric Kessler: l’Arabella Advisors, che attraverso la controllata Sixteen Thirty Fund ha supportato Biden con 18,9 milioni di dollari. Fra i grandi finanziatori anche hedge fund come Paloma Partners (9 milioni di dollari) e l’Euclidean capital di James Simons con altri 7 milioni di dollari. Non che Trump ne abbia spesi molto meno. Sta di fatto che nella più grande libera democrazia del mondo se non sei plurimiliardario e non hai dalla tua le varie interessate lobby con piffero che puoi democraticamente diventare presidente e quindi, a cascata, tirarti dietro i vari parlamentari.

Non che nel resto dell’Occidente, e quindi in Europa, le cose stiano molto diversamente. Qui bisognerebbe soffermarsi sulle peculiarità nazione per nazione. Non è possibile farlo in questa sede, ma lo farò sviluppando questi miei interventi facebookiani per un pamphlet sulla guerra in Ucraina, ovvero un libretto che metterà in chiaro i termini dell’aggressione occidentale alla Russia. Chiudo la parentesi facendo notare che, se andate a ben vedere, la gran parte delle lobby che hanno sostenuto l’elezione di Biden sono le stesse che per dritto o per rovescio, direttamente o indirettamente, hanno mostruosi interessi in Ucraina.

La pretesa che le cosiddette autocrazie non sono “democratiche”, cioè non esprimono una rappresentanza politico-governativa che trova fondamento nella volontà popolare è una bullesca pretesa ideologica occidentale. In quelle che vengono chiamate Autocrazie il tasso di corrispondenza della volontà popolare è come minimo pari se non superiore a quello del processo che genera l’élite governativa in Occidente. In quelli che sono stati (e parzialmente sono) antichi Imperi (Russia, Cina, Iran, India, Turchia) pur avendo adottato parzialmente, quasi per niente (in Cina) o totalmente il sistema elettorale occidentale, il gradimento e dunque la propria rappresentanza è espresso con processi parzialmente arcaici (tipo quello clanico), al termine dei quali il consenso relativamente al governo è più armonico e omogeneo che non quello che si determina in Occidente. Tant’è che l’Occidente oggi deve fare i conti con l’astensionismo elettorale attestante l’insoddisfazione per la rappresentanza.

Quando i sistemi detti autocratici sostengono la multipolarità da contrapporre alla unipolarità sottolineano che loro NON sono interessati a come si determina il potere dei governi in Occidente. Dicono che non è accettabile la pretesa di importargli i sistemi che sono in palese contrasto con la loro tradizione e cultura, che quelli che per gli Occidentali sono valori per loro sono disvalori. Si tengano pure le “elezioni democraticamente condizionate” dal capitalismo e dalla Finanza, dall’economia e dalle lobby. Gli autocrati le respingono al mittente e reagiscono, reagiranno alle intromissioni. Loro vogliono filarsi la loro storia, sottolineando che l’equazione “democrazia” = libertà è una menzogna. Da millenni i loro popoli si sono sentiti liberi pur senza democrazia. E del resto pure i popoli europei, a partire dai Greci, romani e germani, si sentivano liberi in assenza “democrazia liberale”. E di fatto, storicamente, quel che hanno espresso le antiche civiltà “non-democratiche” non ha confronto, in grandiosità, grandezza, bellezza, cultura con quelle oggi imperanti. Se ne faccia una ragione la “civiltà demoliberale”.

Foto: Liu Rui/GT da globaltimes.cn

6 maggio 2022