La contro-egemonia nella teoria del mondo multipolare [1]

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di Aleksandr Dugin

L’aspetto più importante della Teoria del mondo multipolare (TMW in inglese, ovvero Theory of Multipolar World) è il concetto di contro-egemonia, formulato per la prima volta nel contesto della Teoria critica delle relazioni internazionali (IR). Nel passaggio dalla Teoria critica alla Teoria del mondo multipolare[i], anche questo concetto subisce un particolare senso di trasformazione che dovrebbe essere esaminato più in dettaglio. Per rendere possibile un’analisi di questo tipo, dobbiamo innanzitutto ricordare le posizioni principali della teoria dell’egemonia nel quadro della Teoria critica.  

 

Il concetto di egemonia nel realismo

Sebbene il concetto di egemonia nella Teoria critica si basi sulla teoria di Antonio Gramsci, è necessario distinguere la posizione di questo concetto sul gramscianesimo e sul neogramscianesimo da come viene inteso nelle scuole realiste e neorealiste di IR.

I realisti classici usano il termine “egemonia” in senso relativo e la intendono come “superiorità effettiva e sostanziale del potere potenziale di uno Stato rispetto al potenziale di un altro, spesso di Paesi vicini”. L’egemonia può essere intesa come un fenomeno regionale, poiché la determinazione del fatto che una o un’altra entità politica sia considerata un “egemone” dipende dalla scala. Tucidide introdusse il termine stesso quando parlò di Atene e Sparta come egemoni della Guerra del Peloponneso, e il realismo classico utilizza questo termine nello stesso modo ancora oggi. Questa concezione dell’egemonia può essere descritta come “strategica” o “relativa”.

Nel neorealismo, l'”egemonia” è intesa in un contesto globale (strutturale). La differenza principale rispetto al realismo classico sta nel fatto che l'”egemonia” non può essere considerata un fenomeno regionale. È sempre un fenomeno globale. Il neorealismo di K. Waltz, ad esempio, insiste sul fatto che l’equilibrio di due egemoni (in un mondo bipolare) è la struttura ottimale dell’equilibrio di potere su scala mondiale[ii]. R. Gilpin ritiene che l’egemonia possa essere combinata solo con l’unipolarismo, cioè che sia possibile l’esistenza di un solo egemone, funzione oggi svolta dagli Stati Uniti.

In entrambi i casi, i realisti intendono l’egemonia come un mezzo di correlazione potenziale tra le potenzialità di diversi poteri statali.

La concezione di Gramsci dell’egemonia è completamente diversa e si colloca in un ambito teorico completamente opposto. Per evitare l’uso improprio di questo termine nell’IR, e in particolare nella TMW, è necessario prestare attenzione alla teoria politica di Gramsci, il cui contesto è considerato una priorità importante nella Teoria critica e nella TMW (Theory of Multipolar World – Teoria del Mondo Multipolare in italiano). Inoltre, tale analisi ci permetterà di vedere più chiaramente il divario concettuale tra la Teoria critica e la TMW.

 

Il concetto di egemonia di Antonio Gramsci

Antonio Gramsci ha basato la sua teoria, in seguito nota come gramscianesimo, sulla comprensione del marxismo e della sua incarnazione pratica nella storia. Come marxista, Gramsci era convinto che la storia socio-politica fosse completamente predeterminata dal fattore economico e, come tutti i marxisti, spiegava la sovrastruttura (Aufbau) attraverso la base (infrastruttura). La società borghese è essenzialmente una società di classe in cui i processi di sfruttamento raggiungono la loro espressione più concentrata nella forma della proprietà dei mezzi di produzione e dell’appropriazione del plusvalore derivante dal processo produttivo da parte della borghesia. La disuguaglianza nella sfera economica (la base) e il dominio del Capitale sul Lavoro costituiscono l’essenza del capitalismo e determinano di conseguenza tutta la semantica sociale, politica e culturale (la sovrastruttura).

Questa tesi è condivisa da tutti i marxisti e non c’è nulla di nuovo o di originale. Ma allora Antonio Gramsci si chiede: come è stata possibile una rivoluzione socialista proletaria in Russia dove, dal punto di vista di Marx (che analizzava la situazione dell’Impero russo nel XIX secolo in una prospettiva prognostica) e dal punto di vista del marxismo classico europeo dell’inizio del XX secolo, la base oggettiva (il sottosviluppo dei rapporti capitalistici, un piccolo proletariato, la predominanza del settore agricolo sul PIL totale del Paese, l’assenza di un sistema politico borghese, ecc) escludeva la possibilità di un partito comunista al potere? Dopotutto, Lenin lo ha reso possibile e ha iniziato a costruire il socialismo.

Gramsci considera questo fenomeno di fondamentale importanza e lo chiama “leninismo”. Secondo Gramsci, il leninismo è l’avanguardia, l’azione avanzata di una sovrastruttura politica consolidata e forte (nella forma del Partito Comunista dei Bolscevichi) nella presa del potere politico. Una volta che tale avanguardia diventa un fattore rilevante e la rivoluzione ha successo, allora dovrebbe sviluppare rapidamente la base attraverso la creazione accelerata delle sovrastrutture le cui realtà economiche non sono ancora state implementate nel capitalismo, cioè l’industrializzazione, la modernizzazione, l'”elettrificazione”, l'”istruzione pubblica”, ecc. Così, Gramsci ha tratto la conclusione che, in determinate circostanze, la politica (la sovrastruttura) può stare davanti all’economia (la base). Il Partito Comunista può “mettersi davanti” allo sviluppo “naturale” dei processi storici; di conseguenza, il leninismo dimostra l’esistenza di una significativa autonomia della sovrastruttura rispetto alla base.

Ma il leninismo, come lo intendeva Gramsci, si limitava al segmento politico della sovrastruttura, in cui il funzionamento della legge e del governo e la questione del dominio sono già risolti. Gramsci insisteva sul fatto che la sovrastruttura ha un altro segmento importante che non è politico in senso pieno, cioè non è semplicemente associato ai partiti politici o legato alla questione del potere politico. Gramsci chiamava questa sfera “società civile”. Tale nozione, tuttavia, dovrebbe essere sempre accompagnata dalla qualifica di “società civile come intesa da Gramsci”, poiché il suo significato non sempre coincide con quello che gli viene assegnato nelle teorie liberali. La società civile di Gramsci è la “zona di espansione” delle parti intellettuali della società, tra cui la scienza, la cultura, la filosofia, l’arte, l’analisi, il giornalismo, ecc. Il marxista, per Gramsci, si affida alla regolarità della base in questo ambito, come per l’intera sovrastruttura. Il leninismo ha dimostrato che la regolarità della base, in alcuni casi, è superata dalla relativa autonomia della sovrastruttura, che avanza prima dei processi della base. L’esperienza della Rivoluzione russa, come esempio storico, ha dimostrato come la politica si realizzi a livello della sovrastruttura. Qui, però, Gramsci sottolinea che, se è così nel caso della sfera politica della sovrastruttura, allora perché non potrebbe accadere qualcosa di simile a livello della “società civile”? È a questo punto che compare la nozione di “egemonia” di Gramsci[iii]. Egli delinea successivamente che qualcosa di analogo alla divisione economica tra Capitale e Lavoro nella base, o alla contraddizione tra partito e governo borghese e partito e governo proletario (come nell’Unione Sovietica), può avvenire nella sfera intellettuale (la “società civile” di Gramsci). Questo terzo ambito di contraddizione è definito da Gramsci “egemonia”, dove la coscienza borghese e la coscienza proletaria si contendono il dominio in modo relativamente autonomo dalla politica e dall’economia.

Studiando la sociologia borghese[iv], il sociologo tedesco Werner Sombart ha dimostrato che il tempo libero è prezioso per questa terza categoria, o terza “classe”, che possiede parzialmente tale comodità, mentre gli altri gruppi sociali o non lo sanno o non lo hanno. La Fenomenologia dello Spirito di Hegel[v] afferma analogamente che lo schiavo non opera con la propria coscienza, ma con quella del padrone. Come è noto, questo e altri elementi di Hegel hanno costituito il fondamento dell’ideologia comunista di Marx. Continuando questa catena di pensiero, Gramsci concludeva che l’adozione o il rifiuto dell’egemonia (strutture della coscienza borghese) non dipende e non può dipendere direttamente dall’appartenenza alla classe borghese (nel senso della base) o dal coinvolgimento politico in un partito o in un sistema amministrativo borghese. Stare dalla parte dell’egemonia o contro di essa, secondo Gramsci, è una libera scelta. Nel momento in cui un intellettuale la sceglie consapevolmente, si trasforma da intellettuale “tradizionale” in intellettuale “organico”, cioè in un intellettuale che prende consapevolmente posizione nei confronti dell’egemonia.

Questo porta a una conclusione importante. L’intellettuale può opporsi all’egemonia borghese pur vivendo comodamente in una società in cui le relazioni capitalistiche sono la base e il dominio politico borghese prevale. L’intellettuale può rifiutare o accettare l’egemonia liberamente, cioè ha uno scarto di libertà simile all’autonomia del politico rispetto alla base economica (come si è visto nell’esperienza bolscevica in Russia). In altre parole, si può essere portatori di una coscienza proletaria e stare dalla parte della classe operaia per una società giusta pur essendo nel cuore della società borghese. Tutto dipende dalla scelta degli intellettuali. L’egemonia è quindi una questione di coscienza.

Lo stesso Gramsci giunse a tali conclusioni sulla base della sua analisi dei processi politici in Italia negli anni ’20-’30[vi]. In questo periodo, secondo la sua analisi, le condizioni prevalenti in Italia erano abbastanza mature per la rivoluzione socialista sia per quanto riguarda la base (lo sviluppo del capitalismo industriale e l’acuirsi delle contraddizioni e della lotta di classe) sia per quanto riguarda la sovrastruttura (i successi politici dei partiti di sinistra consolidati); ma, nonostante queste condizioni apparentemente favorevoli, secondo l’ulteriore analisi di Gramsci, le forze di sinistra fallirono nel campo intellettuale. È qui che l’Italia è stata maggiormente oppressa dall’egemonia borghese, che ha costantemente introdotto nella coscienza popolare stereotipi e luoghi comuni borghesi, anche se questi contraddicevano la realtà economica e politica e la popolarità di circoli attivi e antiborghesi. Secondo Gramsci, Mussolini applicò l’egemonia a suo favore (il fascismo era disgustoso per i comunisti, che lo vedevano come una forma di dominio delle classi borghesi) e impedì che una rivoluzione socialista “artificiale” si manifestasse secondo il naturale corso storico degli eventi. In altre parole, nonostante il (relativo) successo delle battaglie politiche, i comunisti italiani trascurarono la “società civile”, la sfera intellettuale e la lotta “metapolitica”. Gramsci vedeva in questo la causa della loro sconfitta.

Da allora il gramscianesimo è stato adottato dalla sinistra europea (soprattutto dalla Nuova Sinistra) e i movimenti di sinistra in Europa hanno applicato il gramscianesimo nella pratica a partire dagli anni Sessanta. Gli intellettuali di sinistra (marxisti) (Sartre, Camus, Aragon, Foucault, ecc.) sono stati in grado di impiantare concetti e teorie antiborghesi al centro della vita sociale e culturale, sfruttando pubblicazioni, giornali, club e dipartimenti universitari che erano parte integrante dell’economia capitalista, e hanno agito nel contesto politico del dominio del sistema borghese. Hanno preparato gli eventi del 1968 che hanno attraversato l’Europa e la svolta a sinistra della politica europea negli anni Settanta. Come il leninismo ha dimostrato nella pratica che il segmento politico della sovrastruttura ha un certo grado di autonomia, nel cui ambito l’attivismo può accelerare i processi che si svolgono alla base, così il gramscianesimo della Nuova Sinistra ha dimostrato l’efficacia e il valore pratico di una strategia intellettuale attiva nella pratica.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

23 maggio 2022