La Corona Britannica contro la Rus’ – parte I

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di Vladimir Karpets

Nella primavera 2011 (per la precisione il 29 aprile) ha avuto luogo un evento molto importante, anzi seminale. Stiamo parlando del matrimonio tra il figlio maggiore dell’erede al trono britannico, il principe William, e Kate Middleton. È ovvio che un’occasione di gioia nella casa regnante di un qualsiasi Stato monarchico dovrebbe essere anche un’occasione di gioia per i sudditi di quello Stato, soprattutto per i suoi sudditi. Questa volta, però, i media mondiali hanno rappresentato l’evento in modo completamente diverso. Il matrimonio, la cerimonia religiosa e i festeggiamenti di Stato sono stati trasmessi 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 da tutti i media elettronici mondiali (compresi quelli russi), violando di fatto la sovranità dei Paesi che stavano assistendo all’evento. Era come se ci stessero mostrando non solo una casa regnante, ma una dinastia che governa il mondo intero e il matrimonio del futuro sovrano mondiale. Il giorno dopo, sulla stampa e su Internet hanno cominciato a diffondersi notizie su un possibile invito del fratello del principe William, il principe Harry, a salire sul trono russo…

È accettato pensare (e questo pensiero è quasi diventato un modo di dire) che la “corona britannica regna, ma non governa”. Non potrebbe esserci un’idea più sbagliata. Il Regno Unito non ha una costituzione scritta e, sebbene tutte le questioni politiche fondamentali siano decise sulla base della giurisprudenza e semplicemente di tradizioni secolari, il ruolo politico del monarca britannico rimane il più importante di tutti. Il monarca ha il diritto di veto sulle decisioni del Parlamento (è proprio questo diritto che caratterizza lo Stato britannico come monarchico) e può licenziare il primo ministro e qualsiasi membro del gabinetto in qualsiasi momento. Certo, queste prerogative non sono state utilizzate per più di due secoli e sono (per usare un’espressione) “in stato di assopimento”, ma questo solo grazie alla stabilità raggiunta nel corso di molti secoli. Tutti gli atti giuridici internazionali britannici sono firmati con il nome del Re (o della Regina) ed egli (o ella) è il capo della Chiesa anglicana pienamente indipendente. Disturbi e conflitti all’interno della Casa Reale sono in grado di scuotere la nazione fino alle fondamenta. Il famoso e tragico scandalo della principessa Diana lo ha dimostrato chiaramente. Proviamo a “tirare fuori” (anche se mentalmente) la Casa Reale dalla composizione dello Stato e della società britannica, e vedremo che tutto crolla.

A parte questo, la Casa Reale britannica di Windsor, essendo uno dei “muri portanti” del governo mondiale globale, è al centro di organizzazioni come il Club Bilderberg, la Commissione Trilaterale, il Sistema della Riserva Federale degli Stati Uniti, la Banca Mondiale, ecc. ed è del tutto in grado di diventare il fondamento (puramente esterno) del futuro “Governo Mondiale”, che utilizzerà senza dubbio anche coperture tradizionali. Un movimento irreversibile in questa direzione è iniziato nel 1694, con la firma di una carta da parte del “re protestante” Guglielmo d’Orange che ha portato alla creazione della Banca d’Inghilterra e dell’intero sistema bancario centrale che ha iniziato ad agire sotto la guida della BoE. Inizialmente attraverso le Compagnie delle Indie Orientali e Occidentali e successivamente attraverso il “sistema Venezia-Amsterdam”, creato molto tempo prima (o per essere più precisi, simultaneamente e parallelamente), la Banca d’Inghilterra divenne il nucleo di quella che oggi chiamiamo “Internazionale Finanziaria”. L’espressione “Corona britannica” si riferisce soprattutto alla City di Londra, che comprende la Famiglia Reale. Solo in questo senso possiamo definire la monarchia britannica “limitata”.

È proprio l’Inghilterra a dimostrare la vitalità e l’assoluta contemporaneità della forma di governo monarchica. Tanto più pericolosa è l’espansione della “Corona britannica” alla Russia, che da anni si trova in un vicolo cieco politico e giuridico-governativo. Dopo tutto, è stata l’Inghilterra (oggi insieme agli Stati Uniti) a essere per molti secoli e ancora oggi il nostro principale avversario geopolitico. Inoltre, l’Inghilterra è il nostro principale concorrente civile. Non abbiamo semplicemente “entrate e uscite” metastoriche diverse, ma opposte.

Il confronto tra “Behemoth” e “Leviathan” (Terzo Libro di Esdra), “Terra” e “Mare” (C. Schmitt), “Eurasiatismo” e “Atlantismo” (A. G. Dugin) ecc. di cui la manifestazione più evidente oggi è il confronto tra i “due progetti imperiali” (quello russo e quello “nord-atlantico” o “anglo-americano”) affonda le sue radici nella più antica ontologia della storia mondiale. All’inizio degli anni Trenta, René Guénon pubblicò due articoli brevi ma davvero rivoluzionari: “Atlantide e Iperborea” e “Il posto della tradizione atlantica nel Manvantara”. Secondo Guénon, dalla Tradizione primordiale (che egli chiama “polare” o “iperborea”) si è separata una tradizione per così dire secondaria, “atlantica”. “Questa questione” – notava Guénon – “sembra essere legata a quella dell’inclinazione dell’asse terrestre, che, secondo alcune idee tradizionali, non sarebbe esistita fin dall’inizio, ma sarebbe stata una conseguenza di quella che nel linguaggio occidentale viene chiamata la “caduta dell’uomo””[1].

La “Tradizione Primordiale” ha origini “polari”. “È solo in un’ultima epoca che la sede della tradizione primordiale, trasferita in altre regioni, ha potuto diventare occidentale o orientale – occidentale per certi periodi e orientale per altri; e in ogni caso, l’ultimo trasferimento è stato sicuramente a Oriente e già completato molto prima dei tempi detti ‘storici’ (gli unici accessibili alle indagini della storia ‘profana’)” [2] – come nota Guénon. Inoltre: “La posizione stessa del centro atlantideo sull’asse Est-Ovest indica la sua subordinazione rispetto al centro iperboreo… Il punto di partenza che si può chiamare normale, in quanto direttamente conforme alla tradizione primordiale, è il solstizio d’inverno; il fatto di iniziare l’anno a uno degli equinozi indica l’attaccamento a una tradizione secondaria, come quella atlantidea. Poiché quest’ultimo, invece, si trova in una regione che corrisponde alla sera nel ciclo diurno, deve essere considerato come appartenente a una delle ultime divisioni del ciclo dell’attuale umanità terrestre e quindi come relativamente recente… Inoltre, non bisogna mai perdere di vista il fatto che, in base all’analogia che esiste tra un ciclo principale e i cicli secondari in cui si suddivide, tutte le considerazioni di questo ordine sono sempre suscettibili di applicazioni a diversi gradi…” [3].

Oggi, la proiezione dell’Iperborea è la regione nord-orientale dell’Eurasia, cioè la Russia.

Nei suoi studi sulla tradizione primordiale degli Ariani, lo studioso tedesco Herman Wirth (1885-1981) ha notato che la “razza atlantico-nordica” (le famose tribù dei Tuatha de Danann del mito irlandese) sono secondarie rispetto a un’altra razza “artico-nordica”, più antica e sacra. Secondo Wirth, la rottura tra i Nordici dell’antico Artico e gli Atlanto-Nordici è avvenuta in epoca preistorica, più di due milioni di anni fa. Non confermeremo né contesteremo questa cronologia: è dubbia, ma in questo caso per noi è più importante qualcos’altro.

Secondo Wirth, la fede iniziale dell’uomo era il monoteismo solare e polare del Dio-Salvatore, che era visto come la figura estemporanea del Figlio di Dio che era entrato nel tempo per morire e risorgere al suo interno. Per Wirth, il Salvatore è un archetipo edenico polare crocifisso alla croce artica che risorge una volta all’anno, un archetipo dell’Eterno Ritorno che annulla il tempo lineare e che è arrivato dall’Iperborea preistorica. Egli parla di un “protocristianesimo”, ed è facile per noi vedere che è proprio tale metafisica che riemerge nei fondamenti dell’Ortodossia integrale, nei Concili (universali) e nella Seconda e Terza Roma. Partendo da questa concezione, è facile comprendere il ruolo pre e metastorico delle isole britanniche di cui scriveva anche Wirth: quello di una non-Roma e di una anti-Roma.

Secondo le idee dell’antichità ariana, la linea reale è una dinastia solare o surya-vamsa – edin. Si pensava che il fondatore della linea, Vivasvan o Vayvasvata Manu, fosse vivo (o, per essere precisi, sia stato vivo) fin dalla creazione del mondo (questa è l’origine delle Leggi di Manu). L’unità della Linea Reale è legata alla figura metahisorica del suo “fondatore”. Come era (ed è tuttora) attribuito a Manu, i re della dinastia solare ereditano il suo titolo sulla base della primogenitura. Solo la prole più anziana del re poteva succedergli. Più tardi, già dopo Gesù Cristo, questo principio ricevette il nome di “legge salica” (legge “solare” o “del sale”) dal nome dei monarchi che lo ereditarono, i Franchi Salici. Questo è il principio delle dinastie continentali che comprendono le case reali iraniche (i Kayani e gli Achemenidi), le dinastie della “radice di Troia” (che oltre ai Merovingi comprendono i Giulii romani e i Rurikovichi; a parte l’autore di queste righe, che aveva già sollevato la questione, un numero crescente di studiosi contemporanei sottolinea la relazione tra questi tre gruppi) e (a quanto pare) i Chingisidi (questo lo possiamo dedurre dalla “Storia segreta dei Mongoli”).

È importante sapere che la parola stessa “zar” discende dal sumerico ‘sar’, che può essere letto come sur (per inciso, questa è l’origine dell’anglo-francese sur) o, quando si usa un’antica lettura inversa, come ras, ros o rus, che significa anche ‘razza’ e ‘rugiada’. Surya o Siria è il sangue degli zar, ruda, rus’ o luce del sole. Anche all’inizio del XX secolo, quando si vedeva l’alba si diceva: “Vado a vedere la Rus'”. Pertanto, “Rus'” inizialmente significava “re”: un plurale che aveva contemporaneamente un genere femminile (come in “elen” o “kamen” [4]). ‘Russo’ significava ‘reale’.

La Bibbia parla anche di un re-sacerdote, il “re di Salem”, Melchisedec (in ebraico antico “melkhi-tsedek”, cioè “re sacro”) “senza genealogia”, cioè un re primordiale. È il predecessore di Abramo e non ha una vera e propria relazione con l’haberim Melchizedek o il Manu ariano: si tratta della stessa figura metastorica. “In una vera immagine della composizione politica di una società tradizionale” – scrive A. G. Dugin nella sua Filosofia della politica – “un capo sacro o un imperatore occupa il vertice della gerarchia. Questa figura riunisce in sé due funzioni: una funzione sacerdotale, legata alla conoscenza, e una funzione regale, cioè di governo, di amministrazione… Secondo oscure leggende, la scomparsa di questa casta era legata a una sorta di catastrofe ciclica. Dopo di essa, il potere supremo si divise in due rami [5]”. Stiamo parlando dei re (e del varna guerriero, kshatriyatico, a loro collegato) e dei sacerdoti (il clero). Inoltre, la tradizione nord-orientale (continentale, “iperborea”) enfatizza la missione dei re, mentre la tradizione occidentale enfatizza quella del clero.

 

Note del traduttore

[1]: Tutte le citazioni di Guénon sono state estratte dalla traduzione di Forme tradizionali e cicli cosmici di Henry D. Fohr (Sophia Perennis; Hillsdale NY: 2004). Questa prima citazione si trova in Forme tradizionali e cicli cosmici: p. 16.

[2]: Forme tradizionali e cicli cosmici: p. 16.

[3]: Forme tradizionali e cicli cosmici: p. 24-25.

[4]: Parole che significano rispettivamente “cervo” e “pietra”.

[5]: Dugin A. G. Filosofia della politica. Mosca, 2004, p. 96.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

21 giugno 2022