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La follia della schiavitù postmoderna e l’uomo artefice di se stesso

di Lorenzo Maria Pacini

C’è qualcosa di folle nei tempi che ci troviamo a vivere. Non è soltanto la follia dei governanti che ci soggiogano e perseguitano, ma è anzitutto la follia dell’uomo postmoderno. Tale patologia si manifesta nella dimensione socio-politica attraverso il carattere, propriamente acquisito nel corso del Novecento, della popolazione dell’Occidente globalizzato che consiste nella ricerca spasmodica di un’entità di potere cui sottomettersi senza indugio, per poi lamentarsi della condizione di schiavitù e pretendere che qualcuno di indefinito, una sorta di messia o di popolo eletto, ribalti la situazione ed instauri un’era di pace e ricchezza, senza però cambiare id una virgola la propria esistenza.

Questa gigantesca egregora collettiva attanaglia il mondo contemporaneo in ogni suo aspetto: nella politica, abbiamo accettato che la democrazia, forma per sua natura degenerativa che porta inevitabilmente alla tirannia come insegnava sapientemente Platone, divenisse la configurazione politica della maggioranza delle nazioni, lasciando in mano a piccole oligarchie la facoltà di amministrare le nostre vite, con l’illusione che i partiti significassero rappresentanza e legittimità, nascondendoci dietro ad un dito o a qualche frase eclatante quando si manifestavano le drammatiche incoerenze e corruzioni, facendo finta che nulla fosse, distratti da un campionato di calcio o dalla serie televisiva in prima serata. Abbiamo delegato ciò che di più prezioso l’essere umano ha, e cioè il suo essere politico, l’organizzazione del bene comune, a persone moralmente corrotte che di anno in anno dichiaravano le loro intenzioni dispotiche attraverso documenti e proclami che venivano puntualmente ignorati dalla maggioranza della popolazione. La delega delle responsabilità individuale, che tradotto significa delle libertà, era in realtà sin da subito una trappola letale.

Nel mondo dell’economia, strettamente collegato alla politica tanto da diventarne il traino decisionale, abbiamo spinto fino all’inverosimile il capitalismo liberista, declinandolo in tutti i modi possibili, tanto da innescare un meccanismo auto-sussistente che ha divorato le forme alternative e ridotto alla più spregevole crematistica ogni principio di solidarietà, sostegno e condivisione, il tutto sempre dietro l’apparenza del filantropismo e del mutuo soccorso, guarda caso condizionato dalle regole del gioco imposte dai magnati di turno. Abbiamo permesso la monopolizzazione di tutto, privatizzando persino gli elementi primari della natura, rendendo la stessa esistenza umana un fatto di mercato, dando vita alla bioeconomia e alla biopolitica. La mercificazione è stata prima esistenziale, poi consumistica, in parallelo con la cessione dei nostri diritti e con la convinzione di un fantomatico “progresso”, parola d’ordine di un secolo, il Novecento, che ha visto l’avanzare forsennato della tecnologia come nuova matrice dei paradigmi sociali. Ci lamentiamo della sanità, dei prezzi dei beni primari, del rincaro delle bollette, degli stipendi da fame e delle crisi economiche a ripetizione, dimenticando che siamo stati noi a volere tutto questo, accettando di mangiare cibo spazzatura, di acquistare online nelle grandi distribuzioni, di pagare allo Stato l’acqua datrice di vita che scorre ciclicamente sul pianeta intero, di sottostare alle leggi finanziarie, di onorare i contratti delle ditte farmaceutiche produttrici di bisogni sanitari, di accettare i termini e le condizioni dei prodotti digitali con la svendita di ogni nostra informazione al mondo del web. Abbiamo persino accettato di inquinare all’inverosimile il pianeta che ci è casa comune, spargendo i prodotti chimici dei nostri gadget all’avanguardia, gettando le plastiche delle bottiglie di Coca-Cola in mare, lanciando bombe nucleari nell’atmosfera per esercitarsi a fare la pace nel mondo, per poi gridare “al lupo, al lupo!” non ai primi ma agli ennesimi segni di ribellione dell’ecosistema davanti alla violenza dell’umano egoismo.

Quello che stiamo vivendo nel mondo ci era già stato ampiamente prefigurato ed altro non è che il naturale esito di un processo storico-dialettico della società. La nuova governance mondiale affonda le sue radici non certo nelle decisioni dei governanti degli ultimi 22 mesi, né tantomeno nei documenti firmati cinquant’anni fa sull’ecologismo, il depopolamento e la digitalizzazione dell’umano vivere, bensì in progetti a ben più lungo termine che prendono forma nel corso dei secoli e con lunghe macchinazioni fra ordini di potere che, nella loro eterogeneità, hanno però sempre mantenuto una linea profondamente coerente.

Lo stile dell’uomo postmoderno è quello dell’essere schiavo di se stesso, convinto di essere artefice del nostro destino.

In verità abbiamo perfettamente incarnato queste parole, decidendo quale dovesse essere il nostro futuro attraverso le scelte compiute. Ecco perché non c’è da puntare il dito più di tanto contro i potentati delle massonerie, del New World Order o delle multinazionali della finanza: loro hanno fatto il loro lavoro, sostenuti e alimentati fino all’obesità dei noi. Questo è il potere: o lo si esercita, assumendosene la piena responsabilità, o lo si delega, accettando più o meno consapevolmente che gli esiti saranno quelli che altri decideranno per noi. La schiavitù è sempre volontaria, insegnava saggiamente Etienne De La Boetie.

Ed è per questa stessa ragione che l’umanità può, oggi, risollevarsi. Acquisire questa consapevolezza, e cioè che tutto dipende da noi e non da qualche entità esterna da adulare e nutrire. Questo può far cambiare le cose.

Continuare a lamentarsi di quanto va male il mondo non risolve nessuno problema. Chi ci tiene sotto scacco gode della nostra sofferenza e della nostra lamentela, perché sa che fintanto che ci lamenteremo non avremo mente e cuore per svegliarci dal sonno e prendere in mano la situazione, così da rivoluzionare davvero la Storia. Molti si stanno domandando il perché del fallimento delle manifestazioni, delle piazze e dei convegni, non vedendo la propria cecità di un sistema di protesta, di una doppia bugia creata ad arte per mantenere in piedi l’illusione della “libertà”, non quella vera ma quella fatta di condizioni, carte scritte e spazio-tempo da rispettare; il fatto è che andare a gridare al proprio padrone quanto sia brutto e cattivo, non farà certo desistere il destinatario dal proprio agire, anzi ne sarà ancor più lieto visto che viene riconosciuto come tale dai suoi sudditi felicemente schiavi di se stessi, prima che di lui.

A quanti vi chiedono “che fare?” è giunto il tempo di rispondere nell’unica maniera sensata: “fai quello che ti senti di dover fare”. Non esistono strategie di successo, né parole magiche da pronunciare o formule politico-economiche da calcolare. Fino a che non avviene una scelta radicale e totale della soggettività, nessuno cambia idea. Che cosa fare lo abbiamo già dentro, lo sappiamo di già, è solo che è dura ammetterlo e la maggior parte della gente scappa quanto intravide anche solo da lontano l’enorme peso della responsabilità individuale. Vivere facendo finta che è comodo, e con un secolo di gozzoviglie e comodità è dura doversi sporcare le mani.

Parole forti? Se risuonano destando il sacro fuoco del coraggio, allora questa risonanza produrrà nuova vita; se subito nasce un giudizio di rifiuto, significa che non è ancora giunto il tempo per comprenderle. La libertà non è per tutti, costa il caro prezzo del risveglio, il prezzo di una vita che sceglie di vivere e non di essere vissuta.

Foto: Idee&Azione

4 gennaio 2021