La guerra russo-americana e lo scontro di civiltà

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di Matteo Parigi

Lo spirito dell’epoca presente pare confermare ancora la profezia di Tocqueville, per il quale Russia e America sarebbero state elette “da un disegno arcano della Provvidenza” a spartirsi il destino del mondo. Al netto delle innumerevoli questioni territoriali, etniche, economiche ecc… il conflitto militare è anche la manifestazione più esplicita del grande scontro di civiltà, che vede contrapporsi nell’arena della storia universale, se non anche al grado della metafisica, due distinte visioni del mondo e della vita, nonché culture, idee, dogmi, pratiche sociali, oltreché religiose, tra loro incompatibili. La struttura del sistema internazionale – opera del Project for a New American Century e dei proclami dei vari Kissinger, Bush e Neocon verso un Nuovo Ordine Mondiale – oltre ad essere stata scardinata dal soft power cinese e l’hard power russo, è stata soprattutto messa in discussione dalla coscienza collettiva del mondo non allineato. La maggioranza dell’umanità ha fatto capire, mediante azioni di protesta no global, rivoluzioni elettorali, sostegno a “Stati canaglia”, ritorno delle pratiche religiose, fino ad arrivare ad atti terroristici, che la (post)modernità occidentale non attrae più, forse non lo ha mai fatto davvero.

Una civiltà consiste nel più ampio livello di identità culturale che l’uomo possa raggiungere dopo quello che distingue gli esseri umani dalle altre specie; prendendo in prestito la terminologia di C. Schmitt, rappresenta il più ampio “noi” di cui ci sentiamo parte. Riguarda quindi i valori fondamentali, imprescindibili per determinate culture. Appartenenza etnica e territoriale alimentano il legame, ma la lingua e la religione sono il cardo e il decumano di qualsiasi civiltà; la prima intesa come ceppo linguistico comune, mentre la seconda ha soprattutto a che vedere con il senso del sacro. Nel momento in cui quest’ultimo viene minacciato da una civiltà incompatibile, sfocia nel conflitto civile e vi è alto rischio di intervento armato.

Con il crollo del muro e la fine del «secolo breve» è terminata una guerra tra ideologie, che, per quanto antitetiche sul piano del modello economico-politico proposto, presentavano (e hanno tuttora) la stessa essenza modernista, laica-atea, materialista. L’ultimo trentennio inoltre ha reso vane le tesi su una presunta fine della dialettica storica, secondo il verbo di F. Fukuyama: sono nati e si stanno stabilendo nuovi centri di potere. Tendenza che, come anche il premier cinese Xi Jinping ha ricordato, ricalca la metastoria della Guerra del Peloponneso, narrata da Tucidide, per cui una grande potenza in decadenza come Atene (ai nostri giorni gli Usa) cerca di trascinare con sé anche la potenza in ascesa di Sparta (Cina). L’Asia della civiltà sinica, dopo aver assorbito e sfruttato il bagaglio culturale-tecnologico occidentale, ne ha fatto un’arma di distacco e sfida al c.d. Washington Consensus, tanto che ormai si parla di Beijing Consensus, mentre l’ASEAN è diventata la regione di riferimento per tanti asiatici sul filo dell’autodeterminazione culturale; anche qui, la rivincita di Dio si manifesta attraverso il ritorno alla tradizione e la promozione di istituzioni quali la famiglia e l’appartenenza etnica. Finiti gli strascichi della Rivoluzione culturale comunista, il Cristianesimo – cattolico in Cina e Protestante nel sud-est asiatico – sta tornando a diffondersi, tanto che il Partito comunista cinese si è sentito costretto a negoziare i recenti, nonché discutibili, accordi con la Santa Sede romana. Inoltre, l’esplosiva diffusione dell’Islam di pari passo con la ferrea resistenza guerreggiata in Palestina, Siria, Iraq, Libia, Iran, Pakistan, Afghanistan è il segno che, secondo le parole di S. Huntington, teorico dello scontro di civiltà: «L’Occidente non ha conquistato il mondo con la superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione ma attraverso la sua superiorità nell’uso della violenza organizzata. Gli occidentali lo dimenticano spesso, i non occidentali mai.»

Quindi, lo scontro vede da una parte la reazione al declino della civiltà occidentale, corrotta da secoli a causa della modernità illuministica anticristiana, progredita attraverso le rivoluzioni contro l’Ancien Régime. Già nel XIX secolo il diplomatico e poeta russo F. Tjutčev affermava che: «Per comprendere quale sia la posta in gioco nella crisi suprema in cui è entrata l’Europa, bisogna capire che in essa esistono ormai due sole potenze: la Rivoluzione e la Russia [quest’ultima] è prima di tutto l’impero cristiano.» L’ospite inquietante, che i contemporanei ancora faticano a percepire, è il senso di smarrimento immanente alla gabbia d’acciaio, per dirla con Weber, che la razionalizzazione del mondo moderno, insieme alla fine delle grandi ideologie politiche del passato (liberalismo, comunismo, fascismo) ha provocato. Lungi dall’essersi affermato come modello superiore, l’Occidente della «morte di Dio» non può nascondere ulteriormente il suo vero volto, quello falsato da una patina di benessere materiale (ormai neanche quello) che però non riesce a dare un senso alla vita.

Il carisma di Vladimir Putin si deduce nella misura in cui ha saputo interpretare questa “posta in gioco”: la lotta tra San Michele arcangelo guerriero di Dio e Saturno che divora bestialmente i suoi stessi figli. Egli incarna, agli occhi degli sconfitti della globalizzazione materialista neoliberale – a ragione o torto – quel katéchon che si oppone al NWO dell’Anticristo. La Russia rappresenta la Terza Roma epigone della Chiesa di Pietro e Costantino. Lo stesso Putin non ha mai nascosto la sua fede cristiana; essa permea la sua politica interna quando decide di salvaguardare la famiglia naturale invece che le relazioni aperte e liquide alla Bauman; sia quando invia proprie truppe a sostegno della resistenza in Siria, Palestina e Armenia, storiche terre con importanti presenze di cristiani. Ne fa inoltre motivo di avvertimento per l’Europa a cui non vuole voltare le spalle:

«Gli Stati euro-atlantici hanno scelto di ignorare o rifiutare le proprie radici, inclusa la tradizione cristiana che ha forgiato le fondamenta della civiltà occidentali. In questi paesi le basi morali e le identità classiche – nazionali, religiose, culturali e anche i generi sessuali – vengono compromesse o relativizzate. Le loro politiche considerano le famiglie con tanti figli giuridicamente uguali alle unioni omosessuali; la fede in Dio uguale a quella in Satana. Gli eccessi del politicamente corretto fanno emergere serie considerazioni per la legittimità di gruppi che propagandano la pedofilia […] quale miglior prova della crisi morale può mai esserci, per una società di uomini, oltre alla perdita delle pratiche riproduttive? Infatti, oggigiorno nessuno dei paesi “sviluppati” può sopravvivere con gli attuali tassi di natalità, nemmeno grazie ai migranti. Senza i valori morali radicati nel Cristianesimo e altre religioni del mondo […] le persone perderanno inevitabilmente la loro dignità umana[1]

Tradizione, Cristianesimo, radici, riproduzione, condanna della pedofilia, dignità umana. Sono le parole in esergo allo stendardo della crociata che russi, compresi russofoni e fratelli del Donbass, insieme agli alleati “in via di sviluppo” hanno intrapreso in difesa delle proprie anime. Panem et circenses sono obsoleti, così come il modello politico liberaldemocratico ormai ridotto a un fantoccio di democrazia meramente procedurale e puntualmente disattesa. Emergono così nuovi propositi che possano conciliare le istanze sopracitate con la giustizia economica e la libertà politica dell’individuo; R. Medvedev parla di «democrazia sovrana» e attribuisce a Putin il ruolo di “nuovo monarca illuminato”; dello stesso filone, di cui fanno parte altri autori come Caadaev e Danilevskij, si trova il platonismo politico di A. Dugin, portavoce più noto in occidente del «destino manifesto», di Madre Russia e del nuovo ordine internazionale multipolare.

Dall’altro lato della barricata – riassumendo in un solo termine gli innumerevoli elementi teorici, storici e culturali – imperversa la civiltà del neoliberalismo. Ultimo rigurgito di una filosofia che estremizza (americanizzandola) la filosofia anglo-francese di origine illuminista, teorica dell’individuo-atomo che vive nell’illusoria sicurezza garantita da un potere sovrano di polizia e relazioni (dis)umane fondate su un presunto contratto sociale, nonché da logiche di diritto privato. Non avrai altro Dio all’infuori del mercato, dogmaticamente aperto e sregolato (tranne che per salvare i colossi bancari e favorire la monopolizzazione dei grandi conglomerati economici). La cultura di Davos ha in mente un uomo completamente pauperizzato, senza né Dio né patria né famiglia, né identità sessuale definita, ma ciononostante “felice”; il cittadino del mondo cosmopolita di kantiana memoria si è trasfigurato nell’utente/agente/operatore flessibile della globalizzazione dei rischi e dei capitali. Nel frattempo, gli oligarchi apolidi del Grande Reset cercano di completare il grande disincanto, a favore di un nuovo essere transumano robot/schiav-izzato che grida vendetta al cospetto di Dio. 

Montesquieu diceva che una guerra scoppia per colpa di chi la inizia e di chi la rende inevitabile. L’Operazione Militare Speciale dello scorso 24 febbraio non è semplicemente la proverbiale politica continuata con altri mezzi. Nel discorso di riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche di Donetsk e Luhansk che ha accompagnato l’inizio dell’intervento armato, Putin ci ha tenuto a ribadire il legame che unisce i russi della Novorossija, storicamente consanguinei e ortodossi, alla Federazione Russa. Non si tratta esclusivamente della sicurezza strategica o di quanti gasdotti verranno bloccati dalle sanzioni. C’è in ballo quello che Hegel chiamava «spirito del mondo», conteso fra Weltanschauungen al più alto livello di divisione identitaria. Ritorna in auge il motto: civiltà o barbarie.

«Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo» (Apocalisse 12, 7-9).

[1] Tratto dal discorso sullo stato della nazione all’evento Valdai del 19 settembre 2013

Foto: Guidi Reni, L’arcangelo Michele sconfigge Satana (dettaglio), Santa Maria della Concezione dei Cappuccini, Roma

19 agosto 2022

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