La necessità di un nuovo paradigma rinascimentale africano

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di François Farafín Sandouno

Quando si cerca di analizzare i mali del continente africano, è fondamentale non dimenticare di affrontare le ideologie su cui si è allineata l’Africa nel tentativo di emergere nello scacchiere geopolitico.

L’assenza di un’indipendenza ideologica

Negli anni ’60, le nazioni africane ottennero la loro indipendenza, ma non de facto. Essere indipendenti non significa solo avere il controllo del proprio primato territoriale. È necessario essere in grado di applicare un paradigma singolare nella prospettiva di una multipolarità geopolitica. Questo è stato il problema fondamentale dell’Africa, di essersi radicata in ideologie esogene concepite da altri, per altri, e quindi non in rispondenza con le realtà del continente africano. Dopo la colonizzazione, diverse nazioni africane hanno adottato ideologie come il liberalismo, comunismo, socialismo, capitalismo, socialdemocrazia, ecc.

La volontà di un socialismo afro-endogeno per un rinascimento africano

All’epoca il mondo era diviso in due blocchi bipolari: ad est il blocco comunista sovietico e ad ovest il blocco capitalista occidentale. In questo contesto di guerra fredda, le neo-nazioni africane sono state costrette a scegliere una posizione ben precisa per essere riconosciute e sostenute di fronte a un male emergente, ovvero il neocolonialismo occidentale. Non si può negare che l’Unione Sovietica sotto la guida di Nikita Khrushchev ha apportato un grande sostegno ai movimenti di liberazione anti-colonialisti in Africa, ma ciò è avvenuto da un punto di vista puramente ideologico, poiché era necessario diffondere gli ingredienti del marxismo-leninismo in tutto il continente africano. Personalità panafricane rispettabili come Ahmed Sékou Touré (primo presidente della Guinea), Kwame Nkrumah (primo presidente del Ghana) o Mathie Kérékou (primo presidente della Repubblica popolare del Benin in seguito ad un colpo di Stato) hanno optato per questa via. Tuttavia, non tutti i dirigenti africani accettarono il marxismo-leninismo, poiché ritenevano che fosse un pensiero troppo limitato per i bisogni e le realtà degli africani, fatta eccezione per alcune idee, che sono l’essenza dell’umanismo panafricano, come la solidarietà, l’anti-capitalismo, sovranità popolare e antimperialismo. Il rifiuto dell’eterna lotta di classe e l’accettazione della religione come parte integrante delle società tradizionali africane costituivano il principale punto di separazione tra il socialismo africano e il marxismo sovietico. È questa dinamica che ha spinto alcuni dirigenti africani a intraprendere un socialismo africano endogeno. Tra questi possiamo citare Julius Nyerere (primo presidente della Tanzania) che ha teorizzato nel libro ”Ujamaa: Essays on socialism”, un modello di socialismo senza marxismo e senza capitalismo. La sua concezione di Ujamaa doveva basarsi sul comunitarismo, perché riteneva che le società africane fossero comunitarie, e non comuniste, senza, tuttavia, che i principi di uguaglianza, solidarietà, condivisione e fraternità fossero obliterati.

L’africano non è comunista nel suo pensiero; è, se posso usare un’espressione, comunitario.”  Julius Kambarage Nyerere.

Per Nyerere, l’eterna lotta di classe in Africa non aveva significato, perché l’uomo non poteva essere diviso in gruppi (in questo caso in classi). Il socialismo doveva mettere il Muntu (persona) al centro della comunità e del villaggio. Questa riflessione non gommerà in alcun modo la sua dinamica anti-capitalista viscerale. Per lui, il popolo dovrebbe opporsi al capitalismo internazionale e non opporsi ai propri simili in società in cui le classi non sono mai esistite (a differenza dell’Europa). In Africa, ci sono state, storicamente, caste tradizionali che hanno armonizzato la vita cittadina o di villaggio, che hanno praticato la coesione sociale in modo equo, ma non c’è mai stata alcuna subordinazione di un gruppo specifico sotto un altro.

Un pensiero parallelo si trova nel libro ”Consciencism” di Kwame Nkrumah. Quest’ultimo ha avuto la sua fase marxista-leninista, ma non ne ha accettato i principi pieni e completi. Anche per lui la religione faceva parte della vita degli africani. Personalità come Nyerere, Nkrumah e altri contemporanei panafricani avevano quindi cercato di intraprendere un percorso alternativo ai modelli ideologici derivanti dal mondo occidentale e sovietico. Il socialismo nelle sue varie varianti africane ha funzionato fintanto che il sostegno del potere sovietico non è mancato in quel momento. I dirigenti africani avevano visto in quest’ultimo un alleato fondamentale in opposizione al blocco capitalista occidentale e imperialista. Ma quando l’URSS iniziò a “zoppicare” politicamente parlando, per attuare una certa liberalizzazione e apertura al blocco atlantista (fatto che ha condotto al crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1989 e allo smembramento dell’Unione Sovietica il 26 dicembre 1991), le nazioni africane sono diventate orfane ideologiche abbandonate al loro destino.

L’Africa ideologicamente orfana: quali soluzioni?

Nel 1945 il nazionalismo, nella sua deriva sciovinista e imperialista che caratterizzava l’Europa, fu sconfitto dinnanzi all’asse liberale. Da allora, la diatriba ideologico-politica era diventata bipolare tra liberalismo e comunismo/socialismo. Il crollo del muro di Berlino e la decomposizione dell’URSS lasciarono il posto all’ultima ideologia che è quella dell’atlantismo-liberale. In questo contesto di post-bipolarismo, l’Africa si è trovata perduta, orfana, senza singolarità ideologica e ha integrato il neoliberalismo nel suo paradigma di civilizzazione. La socialdemocrazia (socialismo riformista con liberalismo economico moderato) si è rapidamente imposta in opposizione ai micronazionalismi e ai socialismi rivoluzionari dell’indipendenza africana. C’è quindi una linea politica ed economica che sostiene concetti che non corrispondono alle nostre realtà africane. L’unica strada da seguire è quella del panafricanismo, sulle orme dei padri dell’indipendenza, adattato alle realtà del nostro tempo. Una personalità, ovvero Kemi Seba, figura di spicco della resistenza africana nel 21° secolo e presidente fondatore della ONG Urgences Panafricanistes che rappresento in Italia, fa allusione a ciò nel suo libro ”L’Afrique libre, ou la mort”.

Oggi abbiamo bisogno di una filosofia politica africana che non sia né comunista, né liberale, né micronazionalista, né globalista, né socialdemocratica, ma 100% panafricana ed endogena. Una filosofia incentrata su Ubuntu (umanesimo africano), mutualismo, identità africana, federalismo in vista della creazione di un blocco di civilizzazione africano sovrano, multipolare e antimperialista, rifiuto del capitalismo, Tradizione Primordiale qualunque sia la nostra sfera religiosa e la Donna Nera, perché è il motore e la matrice, oltre che il pilastro delle nostre vite. Tutto questo secondo le nostre realtà.

Possiamo riassumere questi concetti sotto il nome di ”Afrocrazia”. Perché Afrocrazia? Perché è in queste realtà citate che risiede il destino del nostro vero potere. La decolonizzazione economica e politica è vitale, ma la decolonizzazione ideologica è un fattore urgente per un rinascimento africano.

Articolo originale:

https://www.nofi.media/2022/03/renaissance-africaine/78938

Foto: Nofi.media

15 marzo 2022