La nuova Guerra del Golfo Persico contro il Libano

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di Sondoss Al Asaad

Mercoledì scorso, il ministro degli Interni libanese, Bassam Mawlawi, ha annunciato la sua intenzione di espellere tutti i membri della Al-Wefaq Society, l’opposizione del Bahrain, in risposta alla rabbia del ministero degli Esteri del Bahrain per la conferenza stampa, tenuta dal principale gruppo di opposizione Al-Wefaq a Beirut, il nove di questo mese.

Questo recente sviluppo diplomatico tra Beirut e Manama ha fatto luce su una delle più atroci violazioni dei diritti umani praticate da quest’ultima contro l’opposizione del Bahrein, ovvero la ricerca della sicurezza fuori dai confini; un perseguimento della sicurezza da parte di un regime tribale repressivo contro i suoi pacifici oppositori, dopo aver revocato illegalmente la loro cittadinanza in violazione a tutte le leggi e i patti internazionali.

È interessante notare che la suddetta conferenza, che è stata preceduta da dozzine di conferenze ed eventi paralleli sui diritti umani, è coincisa con la pubblicazione del rapporto annuale sui diritti umani di Al Wefaq, che ha rivelato l’escalation pericolosa e senza precedenti della repressione ufficiale nel paese negli ultimi anni.

Secondo vari gruppi internazionali per i diritti umani, la rivolta pacifica del Bahrein è un movimento giusto e pacifico basato sulle leggi e sugli standard dei diritti umani delle Nazioni Unite in quanto richiede libertà e diritti ovvi e legittimi.

Pertanto, la soluzione non è perseguitare e limitare questi dissidenti in esilio, ma affrontare in modo completo le ragioni del loro attivismo all’estero e non in patria. Inoltre, l’azione penale deve essere condotta contro il violatore dei diritti umani in Bahrain e non contro coloro che denunciano queste violazioni e chiedono la riconciliazione.

Sembra infatti che le monarchie dittatoriali del Golfo abbiano deciso, con le loro recenti dichiarazioni ufficiali “non innocenti”, di imporre un assedio ingiusto e aggressivo al Libano, a partire dalla crisi inventata sullo sfondo dei vecchi commenti del ministro dell’Informazione dimissionario George Qardahi, che ha affermato che la lunga guerra contro lo Yemen è “inutile e deve finire”.

Sembra anche che il primo ministro Najib Mikati e il suo ministro dell’Interno Bassam Mawlawi stiano cercando di sostituire gli slogan di libertà, che Beirut celebra da decenni, con quelli repressivi che si adattano all’umore del Golfo e alla sua agenda aggressiva, praticati contro Damasco, Gaza, Sanaa e altri centri dell’Asse della Resistenza negli ultimi dieci anni.

Per decenni, infatti, il Libano è stato un rifugio sicuro ed un ambiente franco per gli oppositori politici e gli attivisti, che sono stati repressi dai regimi dittatoriali. Allo stesso modo, i deportati del Bahrein sono stati spinti con la forza a Beirut dal regime oppressivo e tirannico di Al Khalifa semplicemente perché richiedevano un’equa partecipazione politica e la necessità di affrontare le crisi accumulate, tra cui la naturalizzazione politica, la corruzione dilagante, l’impunità, il nepotismo, ecc.

Di conseguenza, ciò che Mikati e Mawlawi hanno deciso, senza consultare il resto dei ministri del governo, aprirà la strada a ulteriori violazioni della sovranità libanese. Piuttosto, è di per sé una violazione del paragrafo (b) del preambolo della Costituzione libanese, che afferma il pieno impegno del Libano per la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il cui articolo 14 afferma che ognuno ha “il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”.

Inoltre, il diritto di asilo in Libano è un diritto costituzionale, come affermato dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, a cui il Libano ha aderito nel 2000 e che afferma che nessun partito di Stato può espellere una persona, restituirla o estradarla in un altro paese se vi sono ragioni per cui sarebbe in pericolo di essere sottoposto a tortura.

L’obiettivo non è quindi l’opposizione del Bahrein, ma il Libano, i cui cittadini hanno notevolmente espresso la loro condanna della decisione di espulsione, sottolineando che è arbitraria, illegale e non sarà attuata a spese di questi esuli perseguitati con la forza.

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

Foto: Geopolitica.ru

24 dicembre 2021