La pirateria legalizzata

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di Luigi Mazzella

Nel mondo globalizzato le modalità di produzione normativa risultano ancora farraginose, poco istituzionalizzate, sottoposte a lunghi negoziati: e ciò anche se le cose cambiano anche più in fretta e rapidamente che sul piano interno.

L’interpretazione evolutiva del diritto rappresenta, quindi, una necessità di cui occorre tenere conto.

Ne costituisce una prova la recente presa di posizione del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni e del Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che hanno richiamato la necessità di rivedere il concetto di “pirateria moderna” alla luce dei cambiamenti avvenuti nella realtà.

La tesi è che essa debba comprendere ogni “corsa per mare al fine di compiervi azioni illegali.”

Naturalmente, i due personaggi politici italiani non intendevano parlare delle vecchie incursioni corsare per depredare imbarcazioni e loro equipaggi. Sanno bene, entrambi, che questo tipo di pirateria si perde nella notte dei tempi.

Essi si riferivano agli odierni “pirati legalizzati” che possono farsi risalire storicamente (tra gli anni 1216 e 1272) a Enrico III, re d’Inghilterra, che agivano, in forza di “lettere di marca”, per “fini statali”, compiendo vere e proprie azioni di guerra, combattendo le navi nemiche (spagnole) per affondarle e depredarle.

Nel concetto di “pirateria moderna legalizzata”, ai giorni nostri, la “lettera di marca” dei vecchi Monarchi è stata sostituita dall’autorizzazione “a battere la bandiera” degli Stati di appartenenza dell’imbarcazione.

Domanda: ha senso parlare ancora, ai nostri giorni, di pirateria solo in presenza di due imbarcazioni e di attività di depredazione?

Secondo i rappresentanti del nostro governo, l’illegalità dovrebbe essere intesa come violazione di tutte le norme di diritto vigente anche in ambito internazionale e comprendere il traghettamento per portare dalle coste africane e quelle italiane i migranti che hanno pagato i loro servigi agli “scafisti”.

Se fare ciò significa violare la legislazione internazionale e incentivare il traffico illecito di esseri umani, chiamare “pirati” quelli che commettono gli atti necessari a compiere tali misfatti dovrebbe essere d’obbligo, se vale ancora il principio dell’interpretazione evolutiva del diritto di cui abbiamo appreso sui banchi dell’Università.

Foto: Idee&Azione

21 novembre 2022

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