La rivendicazione dell’Uzbekistan di un coinvolgimento straniero nel Karakalpakstan non è così netta come sembra

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di Andrew Korybko

Non c’è contraddizione tra la valutazione del Presidente Mirziyoyev e quella dell’autore. Al contrario, sono complementari.

Il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev è stato citato dal suo portavoce mercoledì per aver detto quanto segue sulla crisi del Karakalpakstan dello scorso fine settimana: “Tutti gli eventi recenti sono stati preparati e organizzati non uno e non dieci giorni prima di aver luogo. Questi eventi sono stati preparati per molti anni da forze straniere. L’obiettivo principale era quello di violare l’integrità territoriale dell’Uzbekistan e di scatenare un conflitto interetnico”. Non c’è motivo di dubitare della valutazione del capo di Stato, ma la situazione non è così chiara come sembra.

Prima, però, il lettore dovrebbe familiarizzare con la serie di analisi in nove parti dell’autore:

* “It’s Too Early To Call The Protests In Uzbekistan’s Karakalpakstan A Color Revolution

* “Applying Putin’s Advice Against Wishful Thinking To Alt-Media’s Color Revolution Speculation

* “Deconstructing What Just Transpired In Uzbekistan’s Karakalpakstan On Friday

* “The Socio-Political (Soft Security) Dynamics Of Uzbekistan’s Karakalpakstan Crisis

* “Ten Questions For The Alt-Media Community To Contemplate About Karakalpakstan

* “Analyzing Uzbek President Mirziyoyev’s Address To The People Of Karakalpakstan

Two-Minute Analytical Video About The Crisis

* “Russia’s Calm Response To The Karakalpakstan Crisis Discredits Color Revolution Speculation

* “Explaining The Security Incident In Uzbekistan’s Karakalpakstan

In breve, il libro si schiera contro la teoria della Rivoluzione Colorata ed esplora le sfumature socio-politiche della crisi.

Non c’è contraddizione tra la valutazione del Presidente Mirziyoyev e quella dell’autore. Al contrario, sono complementari. Per spiegare, l’intenzione da parte di elementi criminali di sfruttare un’opportunità rilevante per tentare la presa del potere regionale, nel caso in cui questa emergesse all’improvviso, ha ovviamente preceduto l'”evento scatenante” dell’inattesa proposta del progetto di riforma costituzionale di erodere l’autonomia del Karakalpakstan. Le forze responsabili della trasformazione di una protesta su larga scala, per lo più pacifica (ma ancora illegale), in una sommossa come copertura per il loro tentativo di colpo di Stato, non hanno avuto l’idea una settimana prima.

Piuttosto, covavano tali intenzioni da tempo e i mezzi con cui hanno cercato di portare a termine il loro tentativo di presa del potere regionale hanno avuto origine in terre straniere. La tecnologia della Rivoluzione Colorata proviene dall’Occidente, ma negli ultimi due decenni è proliferata così tanto in tutto il mondo che qualsiasi attore non statale può impiegare tattiche e strategie correlate senza essere sotto il controllo di alcuna agenzia di intelligence straniera, purché abbia la volontà politica di farlo. In altre parole, le “cellule dormienti” criminali in Karakalpakstan sono state influenzate dai metodi di cambio di regime di origine occidentale.

Questo non significa di per sé che il loro tentativo di cambio di regime regionale sia stato pianificato nei minimi dettagli, come la dichiarazione del Presidente Mirziyoyev potrebbe far supporre al lettore casuale che non conosce a fondo la tecnologia della Rivoluzione Colorata. È stato lo Stato stesso a dare inaspettatamente il via a questo “evento scatenante” pubblicando le bozze di riforma costituzionale nel momento in cui lo ha fatto, cosa che nessuno poteva prevedere, né poteva prevedere con un certo grado di certezza che alcune di esse avrebbero proposto l’erosione della preziosa autonomia del Karakalpakstan.

Tenendo conto di ciò, chi ritiene che la dichiarazione del leader uzbeko implichi che le agenzie di spionaggio straniere abbiano gestito direttamente ogni dimensione della crisi del Karakalpakstan nella settimana tra la pubblicazione della bozza di riforma e l’incidente di Nukus non prende in considerazione le sfumature socio-politiche della situazione rispetto alle Rivoluzioni Colorate e ai loro meccanismi correlati. Lo Stato stesso ha involontariamente messo in moto un ciclo di destabilizzazione che si autoalimenta proponendo inspiegabilmente di erodere l’autonomia del Karakalpakstan che la sua minoranza titolare considera come una salvaguardia dei propri diritti linguistici.

Questi diritti, a loro volta, costituiscono una parte inestricabile della loro identità di Karakalpak, che naturalmente ha dato vita a vere e proprie proteste di base che le “cellule dormienti” criminali hanno poi sfruttato improvvisando un tentativo di cambio di regime regionale sotto la copertura di queste manifestazioni per lo più pacifiche (ma comunque illegali). I metodi impiegati erano le classiche tattiche e strategie della Rivoluzione Colorata, ideate per la prima volta in Occidente diversi decenni fa, ma che da allora sono proliferate così ampiamente in tutto il mondo che qualsiasi attore non statale può utilizzarle senza essere sotto il controllo di alcuna agenzia di intelligence straniera.

Dopo aver chiarito questa sequenza di eventi socio-politici e il collegamento indiretto con elementi stranieri, è ora importante parlare un po’ del perché il Presidente Mirziyoyev stia enfatizzando il collegamento esterno alla crisi del Karakalpakstan. Come già scritto nella precedente analisi dell’autore sulle dinamiche socio-politiche, la principale sfida per la “sicurezza democratica” dell’Uzbekistan è quella di prevenire disordini “analoghi” nelle regioni a maggioranza etnica più densamente popolate del Paese, in vista dell’imminente ma imprevisto referendum sulla bozza di emendamenti costituzionali.

È questo scenario di disordini della Rivoluzione Colorata nel cuore del Paese, unito alla possibilità di attacchi terroristici coordinati, a rappresentare la sfida più seria per l’Uzbekistan. I suoi servizi di intelligence militare hanno la reputazione di essere onnipresenti e onnipotenti, e questo è un altro motivo per cui nessuno dovrebbe ingenuamente pensare che la valutazione del Presidente Mirziyoyev sulla crisi del Karakalpakstan implichi l’esistenza da anni di “cellule dormienti” non identificate. Semmai, si critica la detenzione di troppe persone con pretesti discutibili e non di poche con pretesti solidi.

Comunque sia, il Paese è estremamente vulnerabile alle minacce della guerra ibrida in questo momento delicato della sua evoluzione politica, nel contesto del prossimo referendum costituzionale, ed è per questo che potrebbe benissimo prepararsi a una repressione su larga scala in tutto il Paese, con il pretesto che la crisi del Karakalpakstan sarebbe stata più strettamente collegata a elementi stranieri di quanto non lo fosse in realtà. Non si tratta di giudicare i servizi militari e di intelligence, che sono incaricati dai cittadini di garantire la sicurezza di tutti con i mezzi che questi professionisti ritengono migliori.

È solo per sottolineare che la Crisi del Karakalpakstan, che in realtà è stata solo un crimine opportunistico compiuto sotto la copertura di proteste per lo più pacifiche (ma comunque illegali), provocate da un “evento scatenante” autoinflitto dallo Stato che nessuno poteva prevedere e che quindi non era una vera e propria Rivoluzione Colorata sostenuta dall’estero, serve opportunamente come pretesto per securizzare al massimo lo Stato in vista del referendum. In questo modo, l’Uzbekistan può sventare con maggiore sicurezza qualsiasi minaccia di guerra ibrida possa materializzarsi, comprese quelle pianificate nei dettagli molto tempo fa e realmente collegate ad agenzie di spionaggio straniere.

Pubblicato in partnership con One World

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: One World

8 luglio 2022