La verità e un incontro

image_pdfimage_print

di Massimo Selis

Ciò che è intimo deve restare celato sinché non si comprende che abbia raggiunto un carattere universale. Come un vino pregiato tirato fuori dal buio della cantina per un’occasione propizia. Così è anche per questo “piccolissimo” fatto che qui si andrà a narrare, e per le riflessioni che vi seguiranno, le quali mi auguro possano aprire delle porte fino a questo momento rimaste chiuse.

Molto spesso sono delle piccole frasi ad illuminarci il cammino o a farci addirittura voltare strada. Piccoli pensieri ma anche dettagli di un avvenimento che potrebbero sembrare di poco conto. La verità, quella tutta intera, si insinua sempre fra le righe, nelle minuscole crepe di una pietra dai contorni lisci e arrotondati.

Una volta, il mio Padre Spirituale, salito al cielo alla fine del 2020, mi raccontò questo aneddoto accadutogli in gioventù. Era all’incirca il 1970 e lui allora, non era che un giovane seminarista. Insieme ad un suo compagno di corso, fu chiamato a servire un cardinale per un breve periodo. Un giorno, questi, vedendolo particolarmente taciturno e pensieroso, chiese all’altro seminarista cosa avesse il suo compagno, così alla fine egli rispose al cardinale: «Vede, è che mi sono accorto che della Chiesa non rimangono altro che memorie, rovine e una devozioncella inutile». Il cardinale, colpito da tale affermazione commentò: «E lei così giovane, ha già compreso tutte queste cose?». Ne nacque un’amicizia; il cardinale lo invitò a studiare il più possibile, andando a riscoprire tutto quel tesoro di Sapienza che sembrava essere stato seppellito sotto cubiti di polverosa pigrizia intellettuale. Il giovane seminarista aveva trovato in quel cardinale un interlocutore che lo aveva compreso e incoraggiato.

Questo episodio lasciò una traccia profonda nella vita di quel futuro sacerdote e può essere per noi illuminante, in special modo per i tempi turbolenti e rinnovatori, che stiamo attraversando. Qui ci limiteremo a tracciare alcune linee di riflessione che ci paiono imprescindibili e, si spera, originali.

Il Vangelo ricorda che «molti sono chiamati, ma pochi eletti» (Mt 22,14). Di elezione, tuttavia, si parla assai di rado e male. Il Signore chiama sì tutti gli uomini, ma alcuni in modo particolare, diremmo quasi speciale. Questa “scelta” da parte di Dio, oggi ci appare forse oscura, e persino ingiusta, tanto siamo oramai imbevuti di un certo democratismo che ha stravolto persino la religione, ma ci deve rimandare anche alle vicende dell’Antico Testamento, dove ad essere eletto non era solo questo o quell’uomo, ma addirittura un popolo intero.

Il Signore riserva dunque una speciale elezione ad alcune anime che sono inviate sulla terra per assolvere un particolare compito, sempre che esse siano poi disponibili a rispondere con il loro incondizionato: sì. L’esempio massimo e sublime ci viene incontro proprio all’inizio dei Vangeli con quella creatura – e forse anche qualcosa di più! – che è Maria Santissima, la quale appunto, eletta dal Signore, è chiamata ad accogliere un compito specialissimo per tutta l’umanità. Questa nota è di un’importanza enorme: qualunque dono e ancor più queste speciali grazie ed elezioni, come anche quelle dei Profeti, sono sempre per il bene e l’accrescimento spirituale di tutti gli uomini. Qui il Signore ci ribadisce con forza che nel regno dello spirito non può esistere altra realtà che la comunione. Occorre passare dall’essere semplice individuo a persona e da persona raggiungere infine lo stato di vivente.

Senza dubbio, il Signore aveva inciso l’anima di quel giovane seminarista perché lui potesse vedere ciò che a molti restava nascosto. Come tutte le elezioni, anche questa era accompagnata da una speciale croce, perché non si dà amore senza sofferenza. Se non si sperimenta nella propria anima e sulla propria carne il dolore, non si diviene capaci di amare fino in fondo, e se si è portatori di verità grandi, allora anche il nostro amore deve essere della stessa misura, ovvero “senza misura”. Le intuizioni trascendenti che qualcuno riceve devono irradiarsi all’esterno e rivestire con la propria luce quanti più uomini possibile.

Riconoscere la propria particolare elezione, anche se poi in realtà questa ci deve essere confermata da un’autorità spirituale, non è atto di superbia, ma al contrario l’umile accettazione da parte del servo, del compito che il suo Signore gli ha assegnato. L’elezione rende forti e liberi, perché tramite la sua scoperta si fa esperienza del fatto che qualunque cosa possa accadere, il Signore vigila sul suo umile servo affinché esso porti a termine l’opera. Non mancheranno certo i ravvedimenti e le amorevoli sferzate, se quest’ultimo dovesse uscire dal retto sentiero: non occorre preoccuparsi più di tanto, però, ma semplicemente rispondere ogni volta con un: grazie.

Di elezione fondamentale trattano in modo specifico i santissimi Esercizi Spirituali di S. Ignazio, forse l’ultimo baluardo tradizionale rimasto nella grande confusione spirituale dei nostri giorni. Un vero e proprio cammino iniziatico attraverso il fuoco (ignis). E provvidenzialmente proprio in questi ultimi decenni, abbiamo assistito ad una ripresa ed un approfondimento, seppur timidi, di quella preziosissima offerta che sono gli Esercizi rivolti ai laici nella loro vita ordinaria (E.V.O.). Anche questo ci pare un piccolo segno che risponde a quella generale chiamata alla santità che la Chiesa ha a gran voce invocato per questi anni ultimi. E quindi, infine, non può sembrare anch’esso un mero caso, se proprio quel giovane seminarista, dopo molti anni è divenuto anch’egli, una Guida degli Esercizi Spirituali Ignaziani, cercando di accompagnare quante più anime possibili, alla scoperta della loro elezione fondamentale. Non sarà forse che se non si fa conoscenza intima di Dio non si può fare conoscenza intima né di noi stessi, né del prossimo? E non sarà forse che gli uomini, proprio perché non hanno fatto conoscenza del loro Sé, ovvero della parte più profonda della loro anima, non compiono il loro dovere, ma sono distratti da mille interessi che li fanno deviare dal loro binario, anche quando si illudono di essere “religiosissimi”? Conoscere se stessi, significa conoscere la volontà di Dio su di noi, conoscere il proprio posto nel mondo in uno specifico Tempo, significa quindi farsi co-Redentori dell’Universo, noi piccoli vignaioli, nella grande vigna del Signore, della quale aspettiamo con fiduciosa impazienza i frutti. Gli speciali eletti possono aiutare tutti gli altri chiamati, a riconoscere la loro particolare vocazione e finalmente orientare tutta la propria vita alla maggior gloria di Dio.

Negli speciali eletti di Dio, noi tutti ci specchiamo; al cospetto dei santi si mostrano le nostre piccolezze. Chiediamoci allora se l’immagine che compare riflessa può dirsi limpida o invece è sbiadita e opaca, o se addirittura, e crediamo sia la risposta più frequente, ci defiliamo per non vedere. In questo gioco di rimandi, si forma e struttura la coscienza di sé. Di massima importanza, quindi, è la seconda figura che compare nel nostro racconto, ovvero quella del Cardinale, il quale si presenta come l’interlocutore del giovane seminarista. Senza di esso, forse, questa storia avrebbe trovato velocemente il suo termine, invece proprio grazie a lui essa ha preso il largo.

Il cardinale è l’immagine dell’anima che si pone davanti alla verità, con totale fiducia e libertà, anche quando, come in questo caso, essa si presenta inaspettata, dalla voce di un giovane avviato al sacerdozio. Siamo noi liberi davanti alla verità? Questa è la domanda urgente dalla quale non possiamo indietreggiare. Se infatti è certezza delle Scritture che la Verità ci rende liberi, è però altrettanto vero che occorre una disponibilità interiore ad accoglierla e questo presuppone già un certo grado di libertà. Quanti di noi, infatti, con piena sincerità potrebbero oggi riconoscersi nell’atteggiamento del cardinale? Quante volte la verità ci si è presentata dinanzi e noi le abbiamo invece voltato le spalle? La Verità è sempre scomoda, porta con sé una certa dose di dolore; la Verità ci ricorda che dobbiamo attraversare tante piccole “morti” interiori per poterla ogni volta accogliere e farla fruttare a suo tempo. Non è per nulla facile stare accanto a Gesù, così come non lo è stare accanto ad un santo. Su questo, crediamo che molti non si siano mai interrogati a sufficienza e abbiano invece un’idea molto sentimentale e tutt’altro che spirituale. Gesù, uomo perfetto, ci strappa dalla nostra condizione di uomini vecchi per farci rinascere all’uomo nuovo. Gesù vede i nostri limiti e le nostre resistenze e ci chiede di superarli, mentre vorremmo essere più indulgenti verso noi stessi e accontentarci di fare solamente un pezzo del cammino, quel tanto che basta per sentirci a posto come “brave persone”. La Verità ci indirizza sul sentiero della Vita e ci strappa dalla nostra comoda casa fatta soltanto di “regole e precetti”. Stare di fronte alla Verità ci dice in fondo ciò che siamo realmente e cosa desideriamo sinceramente raggiungere.

La figura dell’interlocutore ci ricorda inoltre un altro aspetto della massima importanza: occorrono almeno due persone perché la verità cresca e porti frutto. Nessuno può fare nulla se altri non lo accolgono. Si edifica la Chiesa ogni giorno là dove vi è un incontro di anime, là dove un uomo guarda in profondità nel cuore e nella mente dell’altro, perché la Giustizia e la Pace di Dio trovino dimora fra noi. Siamo interlocutori se operiamo affinché l’altro realizzi tutti i talenti che Dio gli ha concesso in dono; siamo interlocutori se non abbiamo paura che l’altro ci tolga qualcosa, ma sappiamo invece riconoscere che le grazie ricevute sono sempre per il bene e l’accrescimento della comunità umana; siamo interlocutori se cogliamo i segni che ci si  mostrano sul cammino e abbiamo lo sguardo sempre fisso sul traguardo finale a cui Dio chiama non solo ciascuno di noi, ma l’umanità e l’intera Creazione.

Certo le affermazioni di quel giovane seminarista potevano suonare come un’offesa e una mancanza di rispetto verso l’istituzione ecclesiastica, ma quel sapiente cardinale seppe vedere più in profondità; già riconosceva i segni della crisi e in cuor suo ringraziò il Signore per aver aperto l’intelletto di quel giovane e per averlo posto, anche se per breve tempo, sul suo cammino.

Ogni qualvolta invece scansiamo gli altri perché portatori di qualcosa di scomodo che non vogliamo sentire o vedere, stiamo ostacolando il cammino della Provvidenza. Molte volte, purtroppo, abbiamo agito proprio così. E poiché anche l’omissione è un peccato – tra l’altro forse il più incompreso – noi diveniamo allora con i nostri silenzi, la nostra comoda indifferenza, complici del male che si propaga nel mondo proprio per mancanza di Bene.

Un germe pericolosissimo ha infatti proliferato a dismisura prima nella società tutta, e poi anche fra i fedeli: l’individualismo. Nella Chiesa, tanto fra il clero che fra i laici, è sorto quel mostro deforme che è un certo “individualismo religioso”. I due termini sappiamo bene che si dissolvono a vicenda, essendo appunto la religione un re-ligàre, un vincolare assieme l’uomo a Dio e quindi gli uomini fra loro.

Quando un organo è malato, l’intero corpo soffre. Di più ancora: quando si manifesta un sintomo, il vero medico, cioè colui che esercita la “vera medicina”, risale alla causa che ha scatenato la malattia, la quale dimora senza dubbio in un altro organo che solo in apparenza sembra non soffrire. Quale l’atteggiamento del medico e dunque la cura? Non basta intervenire sui sintomi i quali si ripresenterebbero non molto tempo più tardi in altra maniera, anche peggiore, ma piuttosto accettare che il corpo attraverso la malattia ci manda un segnale che invita al cambiamento. Tutto è segno, e il segno comunica non solo al malato, ma anche al medico. Quest’ultimo può guidare alla guarigione e quindi al cambiamento solo se anch’egli vi è passato attraverso.

Tornando al nostro racconto, possiamo così tradurre: il tormento espresso dal giovane ha trovato nel cardinale un medico attento e sapiente che ha colto l’invito del Signore a non abbandonare questa giovane anima, ma anzi ad incoraggiarla e a guidarla. Le “crisi” o “prove” degli altri ci parlano sempre! Intrappolati invece in una “nevrosi religiosa” che ha fatto dell’individualismo della società la sua veste, ci illudiamo che ogni anima debba avere un rapporto esclusivamente privato col Signore. Non ci avvediamo che in questo modo abbiamo minato l’esistenza stessa della Chiesa condannandola ad una malattia mortale. Dovremmo invece ricordarci che ognuno di noi “esiste nel regno dello spirito” solo perché si fa pietra viva di questa Chiesa. Il Graal cos’altro è infatti se non la “Coppa di Comunione”, nella quale le anime vengono tutte assunte insieme, in Cristo?

Quel giovane seminarista parla alla coscienza di ognuno di noi, perché la sua crisi, che è segno di un maggior grado di consapevolezza, ci rivela a che punto siamo del nostro viaggio interiore, di cosa abbiamo ancora paura. E se abbiamo deciso di trarre fuori queste riflessioni dal cassetto della memoria, è perché ventiquattro anni fa, è stata accolta e compresa la nostra crisi proprio da quel seminarista divenuto ormai un adulto sacerdote, e soprattutto una sapientissima guida di anime; forse, a testimonianza di qualcuno, uno di quei “discepoli occulti” che il Divin Maestro invia per il mondo in vista della Restaurazione finale.

Il Signore è vero, ci parla in molti modi, talvolta lo fa attraverso alcuni “speciali eletti” in modo particolarmente profondo ed intimo. Se forse non componiamo la schiera di questi, allora apparteniamo senz’altro alla più vasta categoria degli interlocutori, coloro che ascoltano, vedono e divengono strumento di crescita spirituale per il bene dell’intera comunità umana. Occorre tornare con forza a sentire il senso della “responsabilità collettiva”, a sperimentare dentro noi stessi la realtà del Corpo Mistico. E così comprendere che per ogni cristiano qualsiasi azione ha un valore intimamente Politico, perché le azioni veramente “meditate” si riverberano sul piano fisico, cosmico e divino.

Chiediamoci se siamo davvero capaci di essere tutto questo o se la nostra vita interiore è ancora troppo debole per assolvere tale compito; nessuno, però, può tirarsi indietro e restare comodamente in disparte, se vuol dirsi cristiano in questo Tempo di Grazia.

Foto: Idee&Azione

25 luglio 2022