Lasciate in pace l’arte

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di Nicolò dal Grande

“Sono le ballate, e non le leggi, a costruire una nazione”. Così si esprimeva nel lontano 1707 l’avvocato Andrew Fletcher di Saltoun (1653-1716), uno dei più strenui oppositori all’atto che sanciva in quell’anno l’unione dei Regni di Scozia e Inghilterra sotto l’unica corona del Regno di Gran Bretagna (1707-1800), sancendo di fatto la fine dell’indipendenza politica scozzese.

Una frase destinata a lasciare il segno e a spingere alla riflessione coloro che, insoddisfatti del quotidiano “politicamente corretto”, iniziano a domandarsi effettivamente laddove il diritto e le libertà delle genti coincidano con i diritti istituzionali sanciti dalle leggi di un paese sovrano.

Giorni oscuri, tremendi e affascinanti per uno storico quelli di queste settimane; una lama di rasoio separa la verità dei fatti al loro stravolgimento. E lo scrivente rimane basito nel vedere come con quanta facilità un’opinione pubblica possa essere manipolata modificando il semplice senso di una frase. In queste ore leggiamo dell’annullamento dell’ennesimo spettacolo artistico – già, l’arte è la seconda vittima illustre dopo le persone innocenti in un conflitto militare – per seguire le linee guida del politicaly correct. E l’attuale conflitto russo-ucraino delinea scenari interessanti a riguardo.

Sergei Polunin, nato a Cherson nel 1989 e ufficialmente cittadino ucraino, si è visto costretto ad annullare lo spettacolo Rasputin in programma a Milano. E se il motivo ufficiale va riscontrato in un infortunio al piede, è impossibile non osservare l’inconcepibile pressione che da giorni si accaniva contro uno dei più grandi ballerini in attività. La sua colpa? Avere tatuato il viso di Vladimir Putin sul proprio petto.

Apriti cielo. Un’ondata di polemiche a non finire ha travolto l’artista, da chi pretendeva una presa di posizione anti-russa a chi si è limitato alle semplici provocazioni. E in molti si pongono una domanda: com’è possibile che un ucraino abbia tatuato il viso del “nuovo Hitler” europeo che per espansionismo e nostalgia dell’antica potenza sovietica ha attaccato il suo paese natio e occupato la sua città natale?

Ecco che con prepotenza la frase di Fletcher si conficca nella mente spingendo alla riflessione.

Com’è possibile che un ucraino sia filorusso? Premesso che le fazioni all’interno di un popolo esistono, basti pensare alla minoranza italiana che fu favorevole sì all’intervento dell’allora Regno sabaudo nella Grande Guerra (1914-1918) ma al fianco degli Imperi centrali rispettando il patto della Triplice Alleanza, sarebbe ora che l’opinione pubblica e, soprattutto i media nazionali, si rendessero conto di due fattori fondamentali; il primo, che questo conflitto è in atto dal 2014 e non da tre settimane; il secondo che nell’attuale Repubblica ucraina esiste una forte componente etnica russa. Non filo russa. Russa.

In Italia ancora oggi fatichiamo a proporre una rilettura critica dell’epopea risorgimentale; non pensiamo minimamente a considerare il biennio 1943-1945 quale teatro di un conflitto civile e non di semplice guerra di liberazione; sventoliamo ancora la fobia dell’avvento di una nuova era fascista. Figuriamoci se possiamo provare a comprendere una realtà storica come quella ucraina, uno stato i cui confini attuali risultano essere il frutto degli accordi interni all’esperienza dell’Unione Sovietica (1922-1991), senza tenere minimamente conto delle componenti etniche in essi racchiuse.

Se criticamente vincessimo la pigrizia ed andassimo a controllare i manuali di storia, scopriremmo che quella terra martoriata ha una storia millenaria. E senza soffermarci sulle origini della grande storia della  Rus’di Kiev (860 ca – 1240 ca) e la grande cultura slavo-ortodossa sviluppatasi durante quell’esperienza statuale, scopriremmo che l’Ucraina, il cui nome si può tradurre come “Terra sul confine” in russo o “Terra/Paese” in ucraino, altro non è che il frutto di uno sviluppo dovuto ai rapporti sia culturali che militari che si registrarono fra la Polonia-Lituania (1385-1795) e l’antica corona zarista (1380-1917)  a partire dal XVI secolo. E da questo vaso di Pandora mai troppo analizzato nei libri di scuola, scopriremmo come quelle pianure attorno al fiume Dniepr siano state teatro di un profondo processo di divisione politico-culturale che ha visto la cultura polacco-lituana radicarsi ad ovest del fiume e quella russa ad est.

Odano tutti, dai media all’opinione pubblica: può accadere che popoli di data etnia siano collocati entro confini retti politicamente da altri.

È dal 1667 – Trattato di Andrusovo – che le terre del Donbass sono state soggette al dominio diretto di russo. Che hanno “russificato” in tutto e per tutto quell’area. È dal XVII secolo che quelle terre sono russofone linguisticamente, da sempre cristiano-ortodosse religiosamente e russe culturalmente. Diversa invece la storia dell’Ucraina occidentale, dove si possono riscontrare minoranze religiose corpose legate alle chiese orientali cattoliche o a quelle protestanti nonché una vera e propria cultura linguistica ucraina e non russa.

E Sergei Polunin avrà anche la cittadinanza ucraina ma ha anche un passaporto russo. Perché russo potrebbe ritenersi, magari non politicamente ma culturalmente con ogni probabilità

Ora, come è vero che l’Impero zarista prima e l’Unione Sovietica poi – specie nella fase staliniana – hanno tentato di russificare l’intera Ucraina, fallendo in entrambi i casi, è altrettanto vero che le terre del Donbass non possono divenire “ucraine” etnicamente e culturalmente in appena trent’anni dall’esistenza dello Stato indipendente. Un tentativo che i governi ucraini sorti dopo la caduta di Janukovic nel 2014 hanno tentato di attuare con la più estrema durezza. Il massacro di Odessa del 2014, quando 48 ucraini di etnia russa persero la vita, massacrati dalla milizia nazionalista di Pravyj Sektor è stato dunque dimenticato così in fretta?

Appare evidente come la propaganda politica stia manipolando i fatti. Chi scrive non si dichiara affatto filo russo. Né filo ucraino. Lo scrivente è per la verità. E la verità ci dimostra come occorra spegnere la tv ed aprire i libri di storia; allora capiremmo come quella terra sia caduta in un gioco geopolitico più grande di lei, vittima delle mire espansioniste americane e atlantiste da un lato e gli interessi russi a mantenerla neutrale sia in chiave militare che economica dall’altro – e qui non bisogna scordare l’importanza del Donbass per la ricchezza mineraria della regione. Lo scrivente si limita a sperare in un rapido cessate il fuoco, che tuteli i popoli del Donbass dalla minaccia nazionalista che li perseguita dal 2014 e preservi l’innocente maggioranza del popolo ucraino, ignara di essere un semplice strumento delle ambizioni mondialiste e delle fanatiche minoranze nazionaliste.

E agli attenti osservatori e interpreti dei tatuaggi di Polunin, tendiamo le mani avanti e spieghiamo: sotto il viso di Putin il ballerino porta un sole a otto braccia. A scanso d’equivoci non rappresenta nessuna ruota solare o sole nero di hitleriana memoria. È il Kolovrat, simbolo del principio e ordine del cosmo: è un simbolo slavo precedente alla cristianizzazione. È solo un segno di appartenenza culturale. Giusto per evitare collegamenti al cosiddetto “nuovo Hitler” che l’opinione pubblica sembra aver individuato nell’attuale leader del Cremlino.

Lanciando un appello. Lasciate in pace l’arte, la danza, la letteratura, la poesia. Russe o ucraine che siano. Perché l’arte non ha colpa. La colpa è solo degli uomini.

Foto: Archivio del Teatro Regio di Parma

17 marzo 2022