Lasciate stare i martiri

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di Belinda Bruni

Senza marchio nessuno può avere una vita sociale. Noi siamo pronti?

Ci sono persone che sono capaci di scelte radicali. Sono pronti a fare la scelta della mamma dei sette figli maccabei. E per grazia ci sono ancora sacerdoti che lo ricordano al mondo in questo tempo oscuro, dove troppi chierici lanciano anatemi contro il fedele che osa mettere in dubbio il sacro siero.

Senza il marchio verde nessuna persona può sedersi in locali al chiuso, può godere di eventi culturali, può usufruire di aerei, traghetti, treni a lunga percorrenza, può frequentare l’università, può entrare in ospedale, e dal 15 ottobre nessuno potrà lavorare. Accade in Italia nel 2021, e sarebbe stato impensabile due anni fa, nella Repubblica Italiana, libera, democratica e fondata sul lavoro. Eppure non ha nemmeno 80 anni. Ma sembra già agonizzante. Accade in nome della scienza e il ricordo scivola ad altri decreti legge in nome della scienza, in tempi che ci hanno insegnato a considerare solo bui e ci hanno detto che non sarebbero più tornati, perché la democrazia è sempre buona. E non si sollevino sopraccigli e non si arriccino nasi perché “non si possono fare minestroni storici”. Ipocriti. La domanda vera sugli orrori del passato non è “come è potuto accadere?”, ma “io cosa avrei fatto?”. E l’urgenza di questo tempo ci dice che la domanda non si può più eludere, non ci possiamo più nascondere.

Non siamo quindi costretti ad un trattamento sanitario obbligatorio, ma siamo ricattati, per il nostro bene. E qui entra in campo la nostra responsabilità, la nostra libertà, la nostra scelta.

Se fossimo costretti non avremmo responsabilità. Ma il male non può costringere. Può solo ricattare. Ha bisogno del nostro consenso, della nostra libertà, della nostra coscienza.

Non tutti gli uomini sono uguali, non tutti hanno la stessa tempra e lo stesso coraggio. Ci possono essere infiniti motivi umani e dovuti alle circostanze per cedere oggi al marchio verde, dalla impossibilità di restare senza stipendio anche per poco, al rischio di spaccare famiglie. Nessuno può imporre ad un altro di avere coraggio o di fare scelte radicali che non saprebbe reggere. Ma una cosa è certa: se tutti o anche solo troppi cedono, questa cosa non finirà. Se siamo nati in questo tempo è perché ci viene chiesta una prova che ad altri non è stata chiesta. È lecito cadere in ginocchio e dire “Padre non ce la faccio, è troppo”; quello che non è lecito è rivestire di martirio il cedimento. Nessuno è costretto. Cedere per non perdere la vita di prima non è costrizione. Se è vero che tenere la posizione è la via più dura e dolorosa, non prendere questa via non è una costrizione, è pur sempre una scelta.

Ognuno conosce se stesso, la propria situazione e i propri limiti, ed è imperativo essere onesti. Se chiamiamo martire chi fa il siero per non perdere la vita materiale, come dovremmo chiamare chi perde tutto pur di non cedere la propria anima? Pazzo? Eroe? La fatica e la difficoltà di una testimonianza non si misura sul mutuo, sulla carriera, sul prestigio. Siamo attaccati alla vita materiale più che a quella spirituale, ma non sopportiamo di sentircelo dire. Non si può scendere a nessun compromesso con il male. Se la mia coscienza mi dice che è male non possono sceglierlo. Fosse anche un male minore per un bene maggiore.

E se è vero che esiste il dovere del buon padre di famiglia di dare il pane ai figli, è altrettanto vero che esiste il dovere verso la società civile, il Bene comune, le generazioni future. Esiste il dovere di essere di esempio. E il dovere supremo verso la Verità. Sottoponiamo i nostri ragazzi ad un trattamento di cui non si conoscono i rischi a lungo termine, sotto ricatto, perché altrimenti non possono andare in palestra, uscire con gli amici, frequentare l’università. Insegniamo loro che gli allenamenti, lo studio, i viaggi valgono più delle libertà costituzionali, dopo averli inondati di retorica sui nonni partigiani che sono morti per quelle libertà. Abbiamo gonfiato il petto al grido di fare tanti figli affidandosi a Dio in nome della “Vita”, per ridurla a sopravvivenza biologica, materiale e al proprio status. Non basta la terra a contenere tutta questa ipocrisia.

Ci dimostriamo incapaci di saper anche solo pensare realtà alternative. Di fare comunione. Ognuno è convinto di dover salvare se stesso e i suoi. Davvero pensiamo che perdere qualche mese di calcio o un semestre all’università valga più di perdere i diritti fondamentali dell’uomo per decenni? O la propria anima? Non sappiamo dare altro ai nostri figli delle gare sportive e di un titolo di studio?

“Qualunque cosa mi chieda di scegliere tra essa e la mia appartenenza a Dio e alla Verità, io non la posso scegliere. Fosse anche l’unica che mi permette di vivere come prima.” (Padre Giorgio Maria Farè) Cediamo al compromesso come se Dio non esistesse, come se dovessimo fare solo noi. Come se la storia avesse solo una direzione orizzontale e visibile e nessuna direzione verticale e invisibile, che può irrompere nella nostra realtà.

Ci facciamo prendere dalla commozione per le storie di uomini della levatura di Franz Jägerstätter che rifiutò di prestare giuramento a Hitler contro la sua coscienza e per questo fu giustiziato, ma poi non siamo disponibili a cedere nulla di noi stessi quando è il nostro turno. A noi non viene chiesta la vita per rifiutare un trattamento sperimentale imposto con il ricatto, viene chiesto di rinunciare ai nostri attaccamenti materiali, sociali, psicologici e spirituali. Viene chiesto di ripensarla la nostra vita. Possiamo non essere in grado di dire sì, ma lasciamo stare i martiri. Il martirio nessuno lo chiama per sé, nessuno decide di essere un martire, è un dono.

Come ci ha ricordato Padre Giorgio Maria Farè quella che ci viene chiesta è la costanza dei santi. E come ci ha insegnato San Francesco la pedagogia è quella dei piccoli passi possibili.

«Cominciate con il fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile».

Decenni di fede sentimentale ci hanno portato alla chiesa che venera l’idolo siero prima di Nostro Signore. La convinzione che la benevolenza di Dio si manifesta nell’abbondanza materiale ci ha reso incapaci di essere guerrieriper la Giustizia. Dimenticando che la fissazione per l’abbondanza materiale come segno divino è una caratteristica del protestantesimo. Il criptoprotestantesimo si è insinuato nella chiesa cattolica, erodendola dal di dentro. Oggi è pronta per venerare gli idoli e chiamare i tamponi atto di carità. A breve vedremo Greta affacciarsi a San Pietro.

Non prevalebunt, ripetiamo. Sì, ma l’uomo ha le sue responsabilità. E se si tirerà indietro ne dovrà rispondere.

E se ci fossero cinquanta giusti? Il tentativo di salvare Sodoma, da parte di Abramo, apre una visione diversa. Se ci fossero anche soltanto dieci giusti, non sarebbe distrutta. Basterebbero pochi santi per salvare una città. Ne è sufficiente un piccolo numero per cambiare il mondo. La consapevolezza di una minoranza di uomini non è inutile, è la via che apre all’irruzione dell’invisibile nel visibile.

In ogni tempo Dio è alla ricerca di almeno 50 giusti.

Qualcuno si deve assumere la responsabilità di esserlo.

Foto: Idee&Azione

8 ottobre 2021