Le armi spirituali del Soggetto Radicale [1]: la pratica del Silenzio interiore

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di René-Henri Manusardi

Il perché del Silenzio

     La tematica che riguarda la pratica del silenzio interiore, quale somma forma di ascesi, di purificazione e di perfezionamento spirituale, coi suoi correlati filosofici e teologici, è un argomento trattato dalla antropologia mistica nella globalità dei suoi aspetti teorici, metodologici, e tecnologici. L’importanza del silenzio come theoria e come praxis, tuttavia nella sua sostanza più profonda consiste nel fatto che esso è la porta d’accesso nell’anima umana, nel centro cosciente dell’essere umano.

     Le attuali neuroscienze, pur nella loro discrepanza epistemologica che divide i loro fautori in riduzionisti e antiriduzionisti, hanno – si può sicuramente affermare – riscoperto l’anima denominandola col sostantivo coscienza, dopo l’apparente morte a lei decretata in quanto anima dal pensiero moderno. Modernità che, nel migliore dei casi, ha concepito e recluso la natura umana nel ristretto ballatoio corpo-mente, offrendo in cambio le vie utopistiche della psicanalisi freudiana e post-freudiana o quelle puramente materialiste del positivismo scientista, rappresentate dai nuovi sacerdoti in camice bianco dotati di stetoscopio o di penna stilografica e agenda onirica, che ancora oggi condizionano pesantemente il mondo scientifico nonostante la svolta epocale rappresentata dall’Olismo.

     L’antropologia mistica (detta anche Visiologia), nata con il movimento olistico nell’ambito della sociologia clinica quale analisi individuale, interpersonale e sociale del fenomeno meditazione, viene invece incontro al settore neuroscientifico per mezzo di una riflessione critica ex post, dell’evento meditativo realizzato in itinere, con lo scopo preminente di ridare all’anima/coscienza uno statuto ontologico. Questo, affinchè l’anima/coscienza stessa non venga inghiottita definitivamente nelle velleità della liquidità postmoderna, quale generica assimilazione ad un monismo cosmico-energetico ed impersonale, che si manifesta oggi come causa finale di destrutturazione metafisica dell’individualità umana.

     Parlare del silenzio può sembrare un ossimoro. Tuttavia qualsiasi verità, argomento, accadimento o problema di ordine metarazionale, ultrarazionale o soprarazionale, ossia apparente incomprensibile alla ragione, può essere cristallizzato e reso percepibile attraverso un linguaggio comprensibile e chiarificatore, frutto di una riflessione critica che trasmutando le intuizioni prelogiche, archetipiche e simboliche, è così in grado di renderle fruibili come verità oggettive e oggettivamente analizzabili, per mezzo di un discorso e di un ragionamento compiuti. Così è del silenzio che, nel contenuto teoretico dell’antropologia mistica, si qualifica concettualmente e si quantifica fenomenologicamente come struttura ontologica dell’esser-ci (Dasein), nonché come realtà metafisica di disvelamento dell’anima, assolutamente incontrovertibili. Silenzio, che trova delucidazione e comprensione come ambiente vitale di rivelazione dell’essenza dell’anima, la quale è realtà trascendente e substrato formante le potenze dell’anima (memoria immaginativa, intelletto raziocinante, volontà di potenza).

     Al di là, comunque, delle ovvietà dette, trite e ritrite da parte di New age, Next age o di autori poetici e inconcludenti che ne rimangono sempre ai suoi margini, il silenzio con la sua pratica resta la chiave di volta e d’accesso per poter immergersi nella realtà concreta dell’anima. Dunque, il silenzio come prima manifestazione strutturale dell’anima/coscienza ce ne rivela progressivamente la sua essenza, la sua struttura interna, la sua interrelazione reticolare simultanea con mente e corpo, la necessità da parte della stessa anima/coscienza – in quanto centro cosciente ed energetico vitale che “anima” appunto, ossia dà in continuazione vitalità alla mente e al corpo per il loro funzionamento – di riappropriarsi del governo integrale dell’individualità umana nei suoi aspetti personali e di personalità.

     Ecco, quindi, il perché del silenzio, ossia perché il silenzio diventa importante, soprattutto per la costituzione kshatriya guerriera del Soggetto Radicale, il quale deve essere particolarmente centrato nelle profondità della propria anima come vettore del Divino, al fine di poter compiere spiritualmente in sé e nella società, la divina impresa di un nuovo inizio della Tradizione, attraverso la lotta per l’esordio e l’affermazione di una nuova Civiltà mondiale, strutturalmente multipolare e metapoliticamente imperiale.

Il Silenzio nella tradizione salutistica dello Zen  

    Nella tradizione meditativa e salutistica dello Zen, la pratica del silenzio si configura come un distacco progressivo dalla realtà dei sensi, rappresentata da una serie di metodi e di tecniche propriamente meditative. Karlfried graf Dürckheim (1896-1988), filosofo e psicologo tedesco, maestro di Zen, a proposito della sostanza del silenzio all’interno dell’esperienza meditativa Zen, si esprime in termini indubbiamente coincidenti:

     “La meditazione è semplicemente l’immersione totale nello stato di silenzio. Dove, per meditazione si intende non il pensare profondo della riflessione, bensì l’esercizio di distacco dalla realtà dei nostri sensi”. (K. von Dürckheim, Lo Zen e noi, Mediterranee 1992, p. 7).

     Risulta perciò necessario esplicare cosa si intenda per realtà dei nostri sensi, risultando semplificativo l’intendimento esclusivo ai nostri cinque sensi (vista, udito, olfatto, tatto, gusto), vista la complessità della struttura umana che, partendo dagli stessi cinque sensi, si articola in una serie di relazioni dall’esterno all’interno, di strutture psicosomatiche e mentali che formano il reticolo antropologico relazionale della nostra esperienza umana.

     La realtà dei nostri sensi, da cui bisogna distaccarsi durante la pratica del silenzio per poter entrare e vivere nella realtà dell’anima/coscienza, è formata dalle seguenti strutture psicologiche che rappresentano il reticolo vitale corpo/mente, formante la nostra esperienza quotidiana e che ne segna il nostro destino particolare di ogni giorno. Esse sono: percezione, sensazione, desiderio, emozione, affettività, sentimentalità, memoria, fantasia, ragionamento, intelligenza discorsiva, volontà.

     Appare subito chiaramente che, tranne in casi rari ed eccezionali, una pratica del silenzio così radicale da inibire le strutture del reticolo corpo/mente, non può essere sostenuta in modo istantaneo e fulmineo dalla natura umana, la quale necessita invece di una graduale capacità di adattamento, nonché di una formazione progressiva di nuovi habitus psicosomatici, che fungano da terreno sicuro dove innalzare un esercizio meditativo del silenzio che risulti profondamente naturale e totalmente privo di rischi, atti a compromettere la salute mentale.

     Nella tradizione salutistica dello Zen giapponese, esistono una serie di metodi e di tecniche specifiche di distacco dalla realtà dei nostri sensi attraverso la pratica del silenzio, mutuate dalla realtà profondamente naturale della tradizione energetica taoista, unificate nello Zen medesimo dall’esperienza umana e spirituale dell’Abate Zen Hakuin Ekaku Zenji (1685-1768), riformatore della Scuola Rinzai. Questi metodi e queste tecniche, sono conosciuti nel mondo occidentale dal secondo dopoguerra ad oggi, con alcuni nomi specifici quali Zen therapy, Yasenkanna, Medicina Zen, ed attualmente come Zen Training.

     Nello specifico, l’aspetto tecnologico, diviso in tappe significative di crescente maturazione, viene classificato come segue: 1. Tecniche propedeutiche di immersione nella natura; 2. Tecniche somatiche di rilasciamento neuromuscolare; 3. Tecniche mentali di vacuum state; 4. Tecniche respiratorie di abbandono deconcentrativo; 5. Tecniche superiori di visione interiore e cosmica. Tale tecnologia è preceduta e accompagnata da un apparato metodologico ben preciso, calibrato alle esigenze psicologiche costituzionali di ordine temperamentale e caratteriale di ogni singolo praticante, da una rigorosa epistemologia di ordine antropologico, nonché dalla presenza e dalla relazione costanti con un insegnante.

Cenni sulle tappe della Via del Silenzio proprie dello Zen Training

     Nello Zen Training, il distacco dalla realtà dei nostri sensi attraverso la pratica del silenzio, comincia con l’esperienza di immersione nella natura, attraverso una serie di tecniche preparatorie in cui il praticante impara ad ascoltare con il proprio udito i silenzi e le voci della natura, immergendovisi completamente: il fruscio del vento, la risacca del mare, le voci animali del bosco e della foresta, lo scorrere del torrente, del fiume, il fragore della cascata, la brezza del lago, il silenzio eterno delle montagne e dei ghiacciai, gli echi dei rapaci e i richiami degli uccelli, gli ululati, i latrati, i muggiti, i miagolii degli animali e così via. Queste esperienze di silenzio, il praticante poi è invitato a cristallizzarle in minuscole frasi evocative che ricordano gli Haiku, la breve poesia nipponica che suscita e attizza l’esperienza spirituale del silenzio profondo e dell’illuminazione spirituale propria del satori. Ve ne porto un esempio personale del lontano anno 1994: “Gracchia nel cielo il corvo. I miei sensi il suo eco han carpito. Vibra all’interno nel mio profondo. Dal fiume inquieto dei pensieri svuotato mi risveglio re del creato”.

     Il distacco dalla realtà dei nostri sensi, prosegue poi con l’esercizio delle Tecniche somatiche, mentali e respiratorie. Da un punto di vista strutturale, l’organizzazione interna attorno a cui si ordina il meccanismo metodologico dello Zen Training è così costituita: a. Distensione somatica, indotta attraverso tecniche di rilasciamento neuromuscolare; b. Silenzio mentale, indotto attraverso tecniche di deconcentrazione; c. Immersione nella coscienza, indotta attraverso tecniche di abbandono deconcentrativo respiratorio. Tale impianto strutturale, rappresenta un trinomio progressivo e sempre più interno, il quale nella meditazione Zen avviene quasi in contemporanea – retta postura, retta mente, retta respirazione – che si risolve pragmaticamente nello SHIKANTAZA, lo “stare solamente seduti” in ZAZEN ossia in meditazione.

     Diversamente, nelle tecniche ausiliarie di Zen Training, l’impianto strutturale viene così frazionato: inizialmente si veicolano i sensi all’interno del corpo, attraverso una attenzione sensoriale discendente e si apprende il “lavoro interno della discesa energetica”, che provoca il rilasciamento neuromuscolare e genera lo stato di silenzio; successivamente si utilizza il silenzio interiore e si apprende il “lavoro interno di auto-osservazione” dei pensieri sorgivi e degli stati emotivi, che provoca la deconcentrazione mentale, la disidentificazione e genera lo stato di vuoto (vacuum state); infine, si collega il vacuum state alla fase “espiratoria”, e si apprende il “lavoro interno dell’ancoraggio”, che provoca l’immersione nello HARA e genera lo stato di abbandono. Questa serie progressiva di tecniche, realizzano l’apertura, il disvelamento e le funzionalità della coscienza, conosciuta simbolicamente come terzo occhio nella tradizione hindu-vedica, apertura del fior di loto nella tradizione buddhista, luce intellettuale o inabitazione nella tradizione cristiana.

     Nel bagaglio tecnologico delle tecniche neuromeditative di Zen training, infine troviamo annoverate anche le Tecniche Superiori o di Visione Interiore, che sono una esclusività propria della nostra lunga ricerca sperimentale attorno ai nuclei costitutivi: della struttura meditativa zen (rilasciamento – distensione – abbandono); della dinamica interna dell’energia vitale (immersione – armonia – espansione – assorbimento). Le Tecniche Superiori, rappresentano una sperimentazione interna di tipo meditativo finalizzata: al risveglio, alla emersione e al dominio dell’anima/coscienza all’interno della struttura antropologica corpo-mente-coscienza; all’innesco dei processi di autoguarigione e di liberazione interiore, in vista di un trattamento specifico mirato alla risoluzione delle anomalie psicosomatiche da stress e dei disturbi neurobiologici ansioso-depressivi e di personalità.

     Vengono chiamate Tecniche Superiori, perché presuppongono un periodo di tirocinio avanzato nelle Tecniche guidate e nello ZAZEN. Si dicono anche Tecniche di Visione Interiore perché hanno capacità di visualizzazione passiva, cioè di cogliere nella coscienza sia la visione degli organi interni del corpo umano, sia immagini metamentali, ossia rappresentazioni figurative di manifestazione interiore dell’energia vitale o di manifestazione esteriore dell’energia universale, senza intervento diretto della fantasia o della immaginazione personali, le quali invece sono ordinariamente alimentate dall’attività del tessuto psicoemozionale. Le Tecniche Superiori, sono paragonabili alle visioni intellettuali dichiarate dalla teologia spirituale, ma, in questo caso specifico, esse riguardano in modo quasi esclusivo manifestazioni de creato, ossia immagini legate ai cicli energetici della natura umana e/o dell’energia cosmica.

     Nel campo delle anomalie psicofisiche da stress, dei disturbi ansioso-depressivi, delle nevrosi, dei disturbi neurobiologici di personalità bisogna fermamente chiarificare che le Tecniche Superiori sono tecniche neuromeditative e non sono terapie intrapsichiche, queste ultime riservate ex lege agli psicoterapeuti. Attraverso il ripristino del dominio della coscienza sulla mente e sul corpo, le Tecniche Superiori risultano essere trattamenti socioclinici che vanno a lavorare a monte delle stesse patologie, per mezzo di un intervento socioclinico selettivo sui vizi capitali, sugli squilibri energetici e sui deficit di relazione propri di queste disfunzioni.

Il Silenzio è l’epica lotta del Soggetto Radicale

      Il Silenzio, è certamente quella spada a doppio taglio che il Soggetto Radicale deve usare per plasmarsi interiormente, isolando la mente scimmia, la mente che mente, provocandone il temporaneo arresto unito a un profondo abbandono della sensualità corporea e dei suoi desideri. La spada del silenzio esige un allenamento costante, e tale costanza nel suo addestramento rappresenta l’epica lotta che il Soggetto Radicale deve sostenere nella Grande Guerra Santa che avviene nella sua interiorità. L’uso raffinato e decisivo della spada del silenzio, può avvenire soltanto se si dimostra di possedere una grande passione per una vita vissuta principalmente nella propria anima e a contatto col Divino e, inoltre, attraverso una intensa disciplina, esaltata dalla felicità del poter combattere senza interruzione. Soltanto col tempo, infatti e con un allenamento caparbio, si possono recidere i pensieri come essi sorgono o si può osservarli in modo disidentificato dal loro sorgere alla loro estinzione, immersi nel clima del silenzio interiore. Il tema dell’osservazione come parte della struttura dell’anima, sarà comunque il contenuto di un nostro futuro articolo, in quanto silenzio e osservazione sono conseguenti e agiscono in tandem.

     Il silenzio dischiude l’anima, ossia apre il fior di loto della coscienza, dell’essere cosciente nel hic et nunc: “I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia. Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce”. (Salmo 19, 2-4). Quale parte della struttura dell’anima, il silenzio ne attiva un’altra parte, l’osservazione o, meglio, l’osservatore, in quanto l’anima manifesta sé stessa attraverso la visione oculare interiore che genera intuizione, empatia, penetrazione, consapevolezza. Nella stessa misura in cui la mente si manifesta attraverso l’udito che genera il pensiero, il linguaggio, il discorso, il dialogo. E nello stesso modo in cui il corpo si manifesta attraverso il tatto che genera movimento, procreazione, comunità, lavoro. Dal silenzio, quindi l’anima si risveglia e, risorgendo dà inizio al suo Imperium antropologico sulla mente e sul corpo. Dal regno del silenzio dunque, nasce l’osservatore, quale primo passo di acquisizione di questo Imperium. Ce lo insegna magistralmente Aleksandr Dugin nel suo saggio di commento del volume Arte Astratta (1920) di Julius Evola:

     “In Arte astratta Evola parla dell’osservatore, della trascendenza interiore che, catturata, diventa una nuova essenza sovrumana, costituendo al tempo stesso un substrato individuale. È un vettore fondamentale fin dall’inizio, un concreto superamento dell’essere umano – concreto, nel senso che non è l’affermazione di una meta lontana, ma il risultato verificabile di un’esperienza diretta e tangibile, una sovrumanità realizzata con mezzi quasi scientifici. L’osservatore descritto da Evola nel suo primo libro ci viene subito presentato come un dato di fatto. È abbastanza chiaro che Evola era diventato Evola ben prima di questo testo, dettato da un’esperienza rigorosamente verificabile – fondamentale, irreversibile e inalienabile. Non c’è dubbio: Evola aveva già vissuto l’incontro con l’osservatore, conseguendo una peculiare altezza strategica da cui parlare ai lettori. Jean Parvulesco, che lo conobbe, parlò chiaramente di un suo sentimento di totale distacco”. (Aleksandr Dugin, Astrazione e differenziazione in Julius Evola, Par. L’osservatore e il superamento concreto dell’umano, Sito ufficiale della Fondazione Julius Evola).

     La lotta epica del Soggetto Radicale per la conquista del silenzio, quindi, è solo agli inizi finchè il silenzio stesso diventi per lui il clima interiore della sua vita nel Divino, quella di figlio del Sole, il Sole Eterno che verrà nella gloria… e il suo regno non avrà fine!

 

Foto: Idee&Azione

19 gennaio 2023

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