Le cinque lezioni di Carl Schmitt per la Russia: #4

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di Aleksandr Dugin

Lezione n. 4: Gli imperativi di un grande spazio

Carl Schmitt ha toccato anche l’aspetto geopolitico delle questioni sociali. La più importante delle sue idee in questo ambito è la nozione di “Grande Spazio” (Grossraum), che in seguito sarebbe stata presa in considerazione da numerosi economisti, giuristi, geopolitici e strateghi europei. Il significato concettuale di “Grande Spazio” nella prospettiva analitica di Carl Schmitt risiede nella delineazione di regioni geografiche all’interno delle quali le variazioni dell’auto-manifestazione politica di specifici popoli e Stati inclusi in questa regione possono essere congiunte per raggiungere una generalizzazione armoniosa e coerente espressa in una “Grande Unione Geopolitica”. Il punto di partenza di Schmitt era la questione della Dottrina Monroe americana, che prevedeva l’integrazione economica e strategica delle potenze americane entro i confini naturali del Nuovo Mondo. Dato che l’Eurasia rappresenta un conglomerato molto più eterogeneo di etnie, Stati e culture, Schmitt sosteneva che non si dovesse parlare tanto di una totale integrazione continentale, quanto piuttosto della creazione di diverse grandi entità geopolitiche, ciascuna delle quali dovrebbe essere governata da un super-Stato flessibile. In linea di principio, ciò è analogo allo Jus Publicum Europeaum o alla santa alleanza proposta all’Europa dall’imperatore russo Alessandro I.

Secondo Carl Schmitt, un “Grande Spazio” organizzato in una struttura politica flessibile di tipo federale imperiale compenserebbe le diverse volontà nazionali, etniche e statali e fungerebbe da arbitro o regolatore imparziale di eventuali conflitti locali, “guerre di forma”. Schmitt sottolineava che i “Grandi Spazi”, per essere formazioni organiche e naturali, avrebbero dovuto necessariamente rappresentare territori terrestri, cioè entità telluriche, masse continentali. Nel suo famoso libro Il Nomos della Terra, ha tracciato la storia delle macroentità politiche continentali, il percorso della loro integrazione e la logica della loro graduale affermazione come imperi. Carl Schmitt notò che, parallelamente all’esistenza di costanti spirituali nel destino di un popolo, cioè di costanti che incarnano l’essenza spirituale di un popolo, esistono anche costanti geopolitiche di “Grandi Spazi” che gravitano verso una nuova restaurazione con intervalli di diversi secoli o addirittura millenni. In questo senso, le macroentità geopolitiche sono stabili quando il loro principio integratore non è rigido e astrattamente ricreato, ma flessibile, organico e in accordo con la decisione dei popoli, la loro volontà e la loro energia appassionata capace di coinvolgerli in un blocco tellurico unificato con i loro vicini culturali, geopolitici o statali.

La dottrina dei “grandi spazi” (Grossraum) è stata elaborata da Carl Schmiit non solo come analisi delle tendenze storiche del continente, ma anche come progetto di unificazione futura che Schmitt considerava non solo possibile, ma auspicabile e in un certo senso persino necessaria. Julien Freund ha riassunto le idee di Schmitt sul futuro Grossraum nei seguenti termini: “L’organizzazione di questo nuovo spazio non richiederà alcuna competenza scientifica, né preparazione culturale o tecnica, nella misura in cui sorgerà come risultato di una volontà politica, il cui ethos trasformerà la veste del diritto internazionale. Una volta unificato questo Grande Spazio, la cosa più importante di tutte sarà la forza della sua ‘radiazione'” [3].

Così, l’idea di Carl Schmitt di “Grande Spazio” possiede anche una dimensione spontanea, esistenziale e volitiva, così come il soggetto fondamentale della storia nella sua comprensione, cioè il popolo come unità politica. Seguendo i geopolitici Mackinder e Kjellen, Schmitt ha contrapposto gli imperi talassocratici (Fenicia, Inghilterra, Stati Uniti, ecc.) agli imperi tellurici (Impero Romano, Asburgo austro-ungarico, Impero russo, ecc.) Dal suo punto di vista, l’organizzazione armonica e organica di uno spazio è possibile solo nel caso degli imperi tellurici, e il Diritto Continentale può essere applicato solo a questi. La talassocrazia, superando i confini della sua isola e avviando l’espansione navale, entra in conflitto con le tellurocrazie e, secondo la logica geopolitica, inizia a minare diplomaticamente, economicamente e militarmente le fondamenta dei “Grandi Spazi” continentali. Così, nella prospettiva dei “Grandi Spazi” continentali, Schmitt ritorna ancora una volta sui concetti di “nemico-amico” e “nostro-non nostro”, ma questa volta a livello macro-planetario. La volontà degli imperi continentali, i “Grandi Spazi”, si rivela nel confronto tra i macro-interessi continentali e i macro-interessi d’oltremare. Il “mare” sfida così la “terra” e, per rispondere a questa sfida, la “terra” ritorna il più delle volte alla sua profonda autocoscienza continentale.

A margine, illustreremo la teoria del Grassraum con due esempi. Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, il territorio degli Stati Uniti era diviso tra diversi Paesi del Vecchio Mondo. Il Far West, la Louisiana, apparteneva agli spagnoli e successivamente ai francesi; il Sud apparteneva al Messico; il Nord all’Inghilterra e così via. In questa situazione, l’Europa rappresentava per gli Stati Uniti un potere tellurico che impediva l’unificazione geopolitica e strategica del Nuovo Mondo a livello militare, economico e diplomatico. Dopo aver ottenuto l’indipendenza, gli Stati Uniti iniziarono gradualmente a imporre in modo sempre più aggressivo la loro volontà geopolitica sul Vecchio Mondo, il che logicamente portò all’indebolimento dell’unità continentale del “Grande Spazio” europeo. Pertanto, nella storia geopolitica dei “Grandi Spazi”, non esistono potenze telluriche o talassocratiche assolute. I ruoli possono cambiare, ma la logica continentale rimane costante.

Riassumendo la teoria dei “Grandi Spazi” di Carl Schmitt in relazione alla situazione della Russia odierna, possiamo dire che la separazione e la disintegrazione del “Grande Spazio” un tempo chiamato URSS contraddice la logica continentale dell’Eurasia, poiché i popoli che abitano le nostre terre hanno perso la possibilità di appellarsi all’arbitro della superpotenza [sovietica] in grado di regolare o contenere i conflitti potenziali e reali; ma, d’altra parte, il rifiuto della demagogia marxista, troppo rigida e inflessibile, elevata a ideologia di Stato, può portare e porterà, se consentito, a una spontanea e appassionata restaurazione del blocco eurasiatico orientale, poiché tale ricostruzione è in accordo con tutte le etnie organiche e autoctone dello spazio imperiale russo. Inoltre, è molto probabile che la restaurazione di un Impero Federale, un “Grande Spazio” che comprenda la parte orientale del continente, si impadronisca, attraverso la sua “irradiazione di potere”, di quegli ulteriori territori che stanno rapidamente perdendo la loro identità etno-statale nella critica e innaturale situazione geopolitica che prevale dal crollo dell’URSS. D’altra parte, il pensiero continentale del geniale giurista tedesco ci permette di distinguere tra “nostro” e “non nostro” a livello continentale.

La consapevolezza del naturale e in un certo senso inevitabile confronto tra potenze telluriche e talassocratiche offre ai forieri e ai creatori di un nuovo Grande Spazio una chiara comprensione del “nemico” che si trova di fronte all’Europa, alla Russia e all’Asia, ovvero gli Stati Uniti d’America insieme al loro alleato insulare talassocratico, l’Inghilterra. Tornando ancora una volta dal macro-livello del pianeta al livello della struttura sociale dello Stato russo, ne consegue la domanda: non c’è forse una lobby talassocratica nascosta dietro il desiderio di influenzare la decisione russa dei problemi in senso “universalistico”, che può esercitare la sua influenza attraverso un potere sia “diretto” che “indiretto”?

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

12 maggio 2022