Le due armate

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di Massimo Selis

Il cielo caliginoso copre il campo di battaglia. Il sole, consumato il suo ciclo, attende paziente oltre l’orizzonte, di là da ogni sguardo. La vista è corta. Le tinte bluastre e grigie rivestono uomini e vegetazione modellando un paesaggio insaturo e omogeneo. I due schieramenti si stuzzicano. Il più grande avanza e sembra sferrare un attacco, ma è solo una mossa di fastidio. L’altro cerca di parare il colpo e tenta una controffensiva che ha però breve durata. I muscoli e i nervi sono tesi come gli occhi puntati verso le linee avversarie. Nulla distrae. Vi è solo rabbia, impulso e l’oscurità che copre tutto. I tremiti delle armi e dei cuori fanno vibrare l’intera valle. Poi un balzo, e l’armata più grande, da nord lancia l’attacco, frontale e su un fianco. L’altra si sposta di lato per colpire in diagonale. La distanza fra le prime linee si accorcia, come il fiato e il pensiero dei militi, che scivola giù impetuoso lungo i nervi a scuotere braccia e gambe. Le urla, lo stridore e il primo sangue, scuro come le venature del cielo a rigare il prato. E ancora urla e più oscurità.

Su di un pendio che declina verso il campo da oriente, ricoperto da una fitta boscaglia, un giovinetto osserva lo scontro. Le urla e i rumori scomposti salgono forti sino alle sue orecchie. Sta ritto sopra una roccia, in un punto in cui il bosco si apre al cielo. Una veste povera, di un giallo pallido e un lungo bastone stretto in una mano. Con una voce dolce ma potente chiama gli uomini giù a valle, ma le sue parole muoiono calpestate dal frastuono della battaglia. Chiama ancora, nulla. Il cielo intanto si va facendo più opprimente e le nubi dense paiono abbassarsi come a voler sottrarre l’aria alle due compagini in lotta.

Il giovinetto ora osserva in silenzio quell’ammasso di uomini e brandelli di acciaio. Nessun occhio si solleva oltre le armi nemiche, nessun orecchio si spinge oltre il trambusto sordo e cupo dello scontro. Le ore scavallano la notte. I corpi di molti combattenti schiacciano l’erba umida. La furia si concede una pausa, si rigenerano le forze. Il giovinetto è salito su di una roccia ancora più alta e appuntita; bianca come la luna che passeggia solitaria oltre gli strati di nubi. Alza il bastone più in alto del suo capo, poi lo batte tre volte con forza sulla roccia. Il suono corre giù a valle balzando come un’eco. Nessun uomo si volta. Un urlo invece si leva dalla piccola armata: l’assalto riprende. Fra l’odore acre del sangue, e la frescura della notte che infiacchisce le ossa, i pensieri sono affossati nei ventri, compulsivi e ciechi.

Ancora tre colpi sulla roccia. Piccole scintille guizzano dal legno e la illuminano. Il giovinetto non chiama più. Osserva e attende. Giù, nella mischia furibonda, un uomo nelle retrovie, dal corpo piccolo ma agile, porta lo sguardo verso la collina, ma non vede nulla. La polvere ruvida del terreno vortica fino ad incontrare le nubi, sempre più basse e pesanti. Continua a combattere; si muove più con l’astuzia che con la forza. Assesta un colpo mortale, poi si volta di nuovo: un suono gli trafigge le orecchie. Questa volta, lontana, ma chiara, vede la figura del giovinetto, ritto sopra la roccia con il bastone in mano. Si defila leggermente, indietreggiando per vedere meglio. Un nemico gli si avventa contro dopo aver ucciso un suo compagno che gli era poco avanti, ma lui lo abbatte colpendolo al fianco.

D’improvviso sente i suoi muscoli rilassarsi e la mente di nuovo respirare leggera. Avanza veloce verso il lato del campo in direzione del bosco, ma poco prima di essere uscito dalla mischia un soldato nemico lo ferisce ad una gamba, con una freccia. Un lampo caldo gli guizza fino al petto. Guarda dietro e attorno a sé. Non vi sono altri pericoli vicini. Inghiottendo un urlo di dolore, sfila la punta di acciaio dalla sua carne, mentre il sangue scorre fino ai piedi. Zoppicando, entra nel bosco. I rami scuri si attorcigliano attorno a lui, nascondendolo. Sosta in una piccola radura pochi passi più avanti e con uno strappo di tessuto si imbastisce una rudimentale benda.

La notte si dilata scacciando l’alba un po’ più in là, mentre i clamori della battaglia continuano nella valle sempre più nera. Il soldato non sa se altri hanno veduto il giovinetto dalla veste chiara, se hanno sentito la sua voce. Guarda in alto, oltre le foglie che immobili sembrano osservare l’agitarsi degli uomini. Il peso della ferita pare già farsi più leggero.

Il giovinetto, intanto, lo attende in piedi sulla roccia.

E da qui ha inizio un’altra storia.

 

Noi oggi ci troviamo su quel campo, noi, tutti. Ora che il potere più non maschera la sua oppressione e con ogni mezzo schiaccia i popoli, coloro che non vogliono cedere a tale palese ingiustizia alzano la voce, radunano le forze e oppongono resistenza. Le due armate hanno diversi numeri e forze, e la ragione parrebbe stare tutta dalla parte degli oppressi, della piccola armata di coloro che dal basso rivendicano il valore della dignità, della socialità non frantumata e della giustizia. Eppure questa è una lettura alquanto superficiale: è proprio qui infatti che si nasconde il Grande Inganno che più non deve restare velato. Occorre parlare chiaro, anche se questo parlare avrà per molti «sapor di forte agrume».

Il Principio è la Tradizione, che è di natura sovra-umana. La Sovversione è invece ispirata da forze infernali che si servono tanto della Rivoluzione che della Reazione. Non comprendendo questo astuto e diabolico gioco duale, si finisce, anche con una buona parte di “ragioni”, per servire il gioco stesso, che è dell’Avversario. Quale dunque la risposta e la via di uscita? Superare i due schieramenti e salire sulle vette dove cristallina alberga la Tradizione e dare il proprio contributo alla grande opera della Restaurazione. Chi è schiacciato nella mischia delle armi vede soltanto l’opposta fazione avventarglisi contro. All’ideologia perversa del nemico, risponde con la propria. Ad ogni mossa, una contromossa. I pensieri e le azioni hanno il tempo della quotidianità, lo sguardo breve e concitato, non l’abbraccio largo dell’eternità. E così, ha davvero la minima importanza se l’uomo della “piccola armata” sembra portare più ragioni in difesa della vita.

Egli infatti non attinge alla fonte divina della Tradizione che solo lo può guidare verso la giusta meta. Egli è sordo alla voce dolce ma potente del giovinetto che chiama dalle vette.

Egli non intende il Segno che viene gettato dall’alto sull’aiuola degli uomini.

Egli, in verità, non sa più riconoscere alcun Segno eccetto che quelli di “colore negativo”.

Egli anzi indaga e cerca compulsivamente ogni simbolo delle forze infere, le loro tracce nascoste, anche là dove non sono. Attenzione, però, che a sguazzare costantemente nelle regioni della Criptopolitica si finisce per non respirare più. A guardare sempre l’Avversario si finisce per assomigliargli. Ci si interessa sempre dei vari Saul che “governano” il mondo, e non ci si avvede che invece è sempre Davide a reggerlo, anche se non visto. È lui, immagine del Cristo, che parla attraverso segni e simboli che continuamente creano Vita e portano Luce, pur celati nella tragedia. Occorre levarsi «in più spirabil aere» dove è il Regno della Metapolitica. Ma l’uomo della “piccola armata” ha occhi solo per l’oscurità e manca così la giusta traiettoria. Si trasforma anch’egli in un cieco alla guida di altri ciechi. In fondo, i soldati di entrambi gli eserciti rappresentano lo stesso “tipo d’uomo”.

Il campo di battaglia è “lo spirito di questo tempo”, ed è quindi uno sciocco e inutile dispendio di energie quello di scontrarsi con l’altra armata che muta solo di colore rispetto alla propria. Rimanere su quel campo è già una sconfitta, perché ci mantiene inesorabilmente nella schiavitù.

«Io non mi trovo in una posizione avversa al mio tempo, ma allo spirito del mio tempo», con limpidezza affermava il grande scrittore e intellettuale rumeno Vintila Horia, e così dovremmo ripetere anche noi.

A scanso di equivoci, e prima di avanzare verso la conclusione, vogliamo qui sottolineare con estrema decisione che tutte le azioni volte ad opporsi ai soprusi che oggi i vari organi del potere stanno perpetrando ai loro popoli, debbono continuare e anzi aumentare. Esse sono, strategicamente parlando, l’opera di lavorare ai fianchi il nemico, cercando di rintuzzarne le avanzate, o riuscendo talvolta a guadagnare persino terreno. Ma è lo sguardo che deve essere diverso, ben puntato in alto verso oriente, dove la voce del giovinetto chiama.

Le meditazioni sul tempo che stiamo vivendo si debbono ancorare solo a un che di rivelato e trasmesso, altrimenti si farebbe meglio a tacere per non condurre altri fuori strada. “Questo mondo” non durerà indefinitamente, né il cambiamento, o stravolgimento – in una direzione piuttosto che nell’altra – sarà semplicemente di natura sociale. Ci troviamo sull’orlo di un Ciclo umano-terrestre, a pochi passi/anni, dal suo compiersi. Il passaggio al Ciclo successivo non potrà che avvenire a seguito di enormi sconvolgimenti sociali, terrestri e cosmici. Possiamo azzardare, ma non pensiamo di sbagliarci di molto – i dati tradizionali non mentono – che il mondo e l’umanità così come siamo abituati a conoscerli hanno poco più che due lustri di vita.

Le turbolenze dell’era presente sono dunque le prime doglie del parto del nuovo mondo e della nuova umanità. Le tenebre ricoprono tutto, perché ogni nascita è un passaggio che si prepara nella “notte”. Così la Notte di Betlemme, così l’Eclissi del Venerdì Santo. Sotto questo cielo nero, Cristo chiama dall’alto della roccia. Ma a cosa chiama?

A lasciar cadere le incrostazioni che appesantivano gli occhi, a squarciare i veli che ci tenevano placidamente nel sonno. Tutti! Ad elevarci ritti come esseri spirituali e quindi intellettuali, nel suo originario significato. È un balzo della coscienza, non un moto lineare, è la grande e finale conversione, la metànoia che prelude alla Restaurazione. Quel rifiorimento, preannunciato, deve iniziare – e che colpevole ritardo! – fin da ora. E sarà senz’altro più grande al susseguirsi delle prime gigantesche devastazioni. Quello che sta avvenendo ora sono solo dei piccoli pruriti al confronto!

Gli uomini risvegliati dei tempi ultimi saranno dei veggenti, segnati sulla fronte come attesta l’Apocalisse. Saranno uomini integrali, recuperando anche la dimensione profetica. Saranno «tutti pensatori, secondo la prescrizione dell’apostolo: “Siate fanciulli nel cuore, ma non nella mente”», come suggella Soloviev nel suo Racconto dell’Anticristo. Non parliamo qui di un risultato raggiungibile con le sole forze umane, sia ben chiaro. Le prove saranno sempre più dure, e chi le supererà riceverà Grazia su Grazia. L’atto finale si compirà presumibilmente una volta entrati nel Nuovo Ciclo, dei Nuovi Cieli e Nuova Terra. Tutto sarà mutato perfino la conformazione dell’atmosfera e dunque anche quella della natura umana, la quale riacquisterà una dimensione più eterea.

Per prima cosa, dobbiamo però tornare a leggere i segni che ci vengono inviati con amorevolezza paterna da lassù. E fidarci di chi cerca di decifrarli. È al segno che dobbiamo rivolgere lo sguardo e non alle forze sul campo di battaglia. Questo segno ci chiede con decisione di abbandonare “lo spirito di questo tempo” che ci inganna, trattenendoci in uno stato di sub-umanità.

È lo spirito del Regno della Quantità, dove noi organizziamo i rapporti e le regole sociali ed economiche numerando ogni cosa: lavori, titoli, esperienze, relazioni, e così via. Un falso regno dove uno vale sempre uno. E chi ha più pesi nel bagaglio passa sempre avanti, perché è “meritevole”. Ma mille opere “di buona fattura” non fanno una sola opera di genio. Non multa, sed multum. Chiediamoci, però: sappiamo ancora riconoscere il genio, le taglienti parole profetiche, le “chiamate” delle singole anime?

È lo spirito dell’individualismo che con inaudita violenza nega che quando un membro gode, tutti godono, ma quando uno patisce, tutti patiscono. Perciò nessuno partecipa più dei successi o dei fallimenti dell’altro. Nessuno apre varchi nella gabbia affinché l’opera di un altro si realizzi, anche a costo di trasgredire le leggi! Perché il Bello è universale e per tutti, e ben al di sopra delle convenzioni sociali e delle umane leggi, e non impegnarsi perché si concretizzi ci sarà imputato come colpa, un giorno. Ognuno al contrario, nel tempio dell’individualismo, deve cavarsela da solo restando dentro le regole che la società ha decretato per tutti. Se non riesce, vuol dire che così sanciva il suo destino.

È lo spirito che prima ha reso tutto patologico, per poi rendere tutto anche terapeutico. Tutto – perfino l’arte! – affinché nulla sfugga oltre la gabbia di una società che è divenuta sempre di più dis-umana. Solo la pedagogia tradizionale può rompere queste sbarre e farci volar fuori. Facendoci scoprire la nostra vera “elezione” e chiamandoci a realizzarla. Rendendoci, però, in mezzo agli altri, dei reietti.

È lo spirito che ha ucciso l’intelletto – di natura spirituale – per abbassare l’uomo alla parte razionale e sentimentale. Perfino la religione si è svilita tra legalismo e moralismo che nulla possono per far sbocciare un’anima. Il cristianesimo è invece infinitamente oltre, è una misteriosofia, «una terribile liberazione per l’accesso alla coscienza delle leggi ontologiche». (Annick de Souzenelle).

È lo spirito del progresso, del movimento costante in avanti, dove il traguardo è in fondo ad un rettilineo che percorriamo facendo un passo dopo l’altro, e non è ammesso sostare o cambiare strada. Che ci ha resi dei bulimici dell’informazione, saltando da una notizia all’altra, ma totalmente incapaci di contemplare, di riconoscere che anche una sola parola può salvare. Si faccia attenzione, però, che il contemplare non è soltanto la sosta lungo il frenetico cammino, ma una dimensione dell’essere, da cui deve scaturire ogni nostro pensiero e comportamento. L’uomo pienamente formato è un contemplativo nell’azione.

È lo spirito che ha deformato le Scienze (tutte sacre) nel sapere (tutto profano) delle innumerevoli, e molto spesso arbitrarie, scienze empiriche. Una miriade di pseudo-conoscenze a cui l’uomo presta la massima attenzione per valutare e decidere le proprie azioni. Nulla può dire l’intuizione – che quando è profonda è arcangelica, ricordiamocelo – contro il calcolo spicciolo delle varie scienze, denominate alcune perfino umane, con che coraggio, poi!

È lo spirito che ha irretito l’umanità in un materialismo di fatto, più subdolo e quindi penetrante di un materialismo dichiarato. Basta osservare il terrore che assale davanti ad ogni perdita. Nulla vogliamo lasciare, nulla; specialmente i “trofei” conquistati, le nostre più care convinzioni, come se questo abbandono avesse l’odore della morte. È la totale assenza di ogni slancio che testimoni la Vita. Perché questa erompe solo laddove qualcuno ha il coraggio di scardinare quegli schemi del non-vivere sociale, talvolta perfino le leggi, purché il Bello e il Buono prendano la loro rivincita sul brutto e sulla mediocrità.

È lo spirito che ci ha illuso che l’istruzione sia funzionale al lavoro. E che il lavoro sia mezzo al proprio sostentamento e contributo alla società. E null’altro. Così facendo non ci siamo accorti che tutto il percorso di formazione è divenuto un percorso de-formante. E che il lavoro, da opera di correndenzione dell’Universo, si è declassato a mezzo per il raggiungimento di uno status o tutt’al più a semplice passione. Ma la vocazione è ben altra cosa! Così l’uomo, essere ormai curvo e deforme crede di potersi riscattare con la giusta morale, ogni gruppo ha poi la sua, ovviamente. Ma non si può abbellire uno storpio con un vestito pulito. E lo schieramento degli oppressi, dei “giusti” si sente così al riparo da ogni accusa, perché pensa di aver conservato i princìpi etici. Non si avvedono i suoi membri, ahimè, di essere uomini che hanno compiuto solo pochi passi sulla lunga via che conduce alla divinizzazione, perché anch’essi, come i loro nemici, hanno sposato in larga parte tutte le storture dello spirito di questo tempo, senza aver avuto, almeno sino ad oggi, la forza e il coraggio spirituale per compiere delle scelte veramente radicali.

L’elenco potrebbe ancora proseguire, ma lasciamo al lettore il compito di completarlo.

Ora qui concludiamo con una nota di speranza e di luce, che trafigge la coltre di questa oscurità. L’infezione si è diffusa sulla Terra e nell’Uomo. Non vi è parte e regione che non ne manifesti il morbo. Va purificata. E solo il fuoco ha questo potere. Ma la distruzione finale non ha solamente risvolti negativi. Essa è il sacrificio ultimo che restaura ogni cosa e noi, uomini della fine, siamo stati scelti per cooperare a questo grande evento. Quale privilegio più grande di questo?

Cristo, in alto sulle rocce sta radunando la sua armata, i suoi speciali mistici combattenti. Se davvero sentissimo la sua voce pronunciare il nostro nome, quale paura ancora ci terrebbe legati alle nostre “vecchie abitudini”, ai nostri “vecchi pensieri”, che per quanto buoni hanno ormai un sapore antidiluviano? Un attimo, e poi subito scioglieremmo i nodi e partiremmo dietro alla sua figura. Sappiamo che non c’è nulla di così difficile quanto per un uomo di “giuste” vedute, puntare la lama alla gola di tutto il suo sapere e dei suoi convincimenti e riconoscere che, in fondo, non sono altro che paglia. Di tutti i nostri titoli, le nostre cattedre, le nostre importanti poltrone, le nostre aziende, le nostre piccole grandi gesta, di questa società tecnologica, fra una manciata d’anni non resterà nulla, se non, forse, il ricordo. Proprio questa consapevolezza ci farà liberi e ci darà lo slancio per gettare la nostra vecchia vita dietro le spalle. Perché la nostra non è poi tanto migliore di quella dei soldati che combattono dalla parte avversa. Vivevamo tutti dentro un’illusione, ora è giunto il momento di aprire gli occhi. Per essere germogli dei Cieli e della Terra rinnovati, dobbiamo da subito iniziare il cammino che per primo deve rinnovare la nostra terra interiore. Così, Egli, dall’alto radunerà i suoi, una piccola comunità di anime che opera dentro la grande società. Nelle polveri del Kaos che impasteranno l’aria di tutta la terra, e che renderanno gli uomini sempre più ciechi e violenti, noi dovremo portare uno sguardo limpido che non si concede più all’apparenza, uno sguardo capace di leggere dentro ciascuna anima e vederne la sua segreta traiettoria e su questo costruire le “nuove regole” del vivere. Non resistere, ma creare! Proprio qui sta il superamento di sé, oltre l’individualismo che si annida in ogni nostra cellula, verso un traguardo che ci trascende enormemente.

Le nostre opere non saranno forse grandi ed appariscenti come quelle dei santi o profeti del passato, ma se siamo stati scelti per vivere questo tempo specialissimo è perché le nostre anime sono guerriere. Dobbiamo solo ricordarcelo. Gli occhi devono quindi restare fissi sulla meta, ovvero il Regno che si instaurerà dopo l’apocalissi di fuoco. Ma il «Regno non è la Chiesa, non è il Messianismo, non è il Cristianesimo, non è neppure dei Cristiani, né dei fedeli di alcuna religione costituita, il Regno è dei figli di Dio preparati in ogni luogo dal Vangelo che rinnova e sublima quei figli divini “che vivevano alle origini della terra”. (Genesi al capitolo 6-2, in conformità di tutti i Libri Sacri dell’Umanità). Il Regno è appunto la Rivelazione totale, è quindi la caduta di tutti i veli, l’eclissi di tuti gli altari. “Nella Santa città non vidi tempio perché Dio e l’Agnello (Agnus-Ignis Dei) la riempiono tutta”. (Ap 21,22)». (Silvano Panunzio)

L’inizio della fine è cominciato, ma non dobbiamo disperare, anzi! Dobbiamo illuminarci di gioia nel riconoscere che nell’Universo tutto è Giustizia.

Foto: Idee&Azione

6 ottobre 2021