L’immagine come arma

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di Valery Korovin

L’operazione militare speciale della Russia in Ucraina ha messo a nudo un confronto ontologico di fondo, prima accuratamente nascosto o messo a tacere, tra la Russia e l’Occidente. La sua irriducibilità e irrevocabilità è ormai evidente anche agli ex scettici o sostenitori del liberalismo e della globalizzazione nella comunità politica russa. L’incorporazione della Russia nel progetto globalista è possibile solo attraverso l’eliminazione: La Russia come Stato, i russi come popolo, la matrice culturale e di civiltà russa come antipodo completo del modello di civiltà globalista occidentale.

Una manifestazione particolare di questo confronto di civiltà tra Russia e Occidente è il confronto informativo, culturale e, dati i cambiamenti tecnologici della realtà attuale, di rete. E se le basi filosofiche e metafisiche di questo confronto non sono chiare a tutti e non sono sempre percepibili, le guerre informative, culturali e di rete – questo è ciò che tutti possono vedere, capire e, inoltre, quasi tutti nella situazione attuale ne sono direttamente coinvolti.

Tuttavia, ogni confronto e, di conseguenza, la sua efficacia o inefficacia e, infine, la sua vittoria, dipende da fondamenti ontologici, metafisici e filosofici, trascurando i quali si cade immediatamente nella trappola paradigmatica dell’avversario. Nel nostro caso, la civiltà occidentale e il progetto globalista come sua particolare manifestazione. Da qui l’inutilità di ricorrere alle moderne teorie politiche alternative al liberalismo, come il comunismo e il fascismo, perché tutte – liberalismo, comunismo e fascismo (nazionalismo) – derivano già dal paradigma modernista, che, a sua volta, è una conseguenza dell’esperienza civilizzatrice occidentale, della filosofia, del fondamento metafisico dell’Occidente.

Cioè, ingaggiando la guerra con l’Occidente sulla base della sua matrice paradigmatica, non fate altro che rimandare la vostra inevitabile sconfitta, prendendo in prestito le sue mosse e soluzioni tecnologiche per una risposta momentanea, forse, per vincere la battaglia, che non vi salverà dalla sconfitta in questa guerra di civiltà. Al contrario: solo ciò che è ontologicamente, fondamentalmente agli antipodi dell’Occidente, dei suoi approcci paradigmatici, produce effetti a lungo termine, insostituibili, e ci porta alla vittoria di civiltà, alla conclusione della storia sulla nostra corda metafisica.

Senza questa spiegazione, un’introduzione, è impossibile spiegare i particolari che sono evidenti a tutti. Ad esempio, perché stiamo perdendo la guerra dell’informazione contro l’Occidente, mentre i nostri successi militari sono evidenti e il finale della stessa SWO è legittimamente inevitabile. O perché siamo schiavi dei codici culturali occidentali, mentre la nostra cultura sembra irrimediabilmente superata e in decadenza, o del tutto secondaria rispetto a quella occidentale. O, infine, perché per tutta l’efficienza, la creatività e l’energia della rete, anche se siamo nel sistema occidentale di coordinate di rete, giocando sulle loro piattaforme e regole, siamo destinati a essere sconfitti in questa guerra dell’informazione in rete.

Il manifesto del “Grande Reset” degli ideologi globalisti inizia con niente di meno che il dirottamento dell’immaginazione dell’umanità. I globalisti, infatti, sono (giustamente) convinti che qualsiasi cambiamento, compreso quello globale, avverrà solo se la gente lo vorrà davvero. Ma prima c’è l’immaginazione, ciò che ognuno immagina per sé come immagine ideale del futuro, collocandosi nel suo contesto e indirizzando tutte le proprie aspirazioni, pensieri, idee, forze al suo raggiungimento, alla fase della sua realizzazione.

L’immaginazione, l’idea, l’immagine motivano molto più delle cose materiali e sensuali: denaro, fama, prestigio. L’immaginazione e le Idee basate su di essa fanno sacrificare se stessi, la propria vita, i propri cari, tutto, o non tutto, ma molto, perché l’immaginazione è sempre al di sopra della materia, è ciò che costituisce l’essenza dell’uomo, distinguendolo da un animale.

In questo senso, il modello di visione del mondo occidentale è integrale, completo e fondato sull’esperienza storica e di civiltà dell’Occidente stesso. Il suo pensiero è coerente e descritto nei dettagli, portato alla perfezione da cima a fondo. Che si tratti dei fondamenti filosofici dell’Occidente, che si sono evoluti dalla scolastica al cartesianesimo, passando per il positivismo, il materialismo e la modernità fino all’odierna ontologia orientata agli oggetti, o delle manifestazioni quotidiane di questa visione del mondo, dalla cultura occidentale, alle sue arti, passando per il cinema e la musica, fino all’odierno ambiente in rete di una post-umanità sempre più virtualizzata.

Lì tutto è finito, elaborato e descritto, consumato, pronto, confezionato e presentato in una forma massimamente attraente: prendetelo e usatelo. Da parte nostra, ci sono solo frammenti secondari del pensiero occidentale, a volte conditi con qualcosa di nostro, mal concepito e non elaborato. Ogni volta che iniziamo a pensare a un’alternativa, tendiamo a ricadere nella trappola del pensiero occidentale completo e degli schemi preconfezionati, e la nostra immaginazione, plasmata dai modelli occidentali, produce di nuovo immagini secondarie, “non occidentali”. E ciò che si basa su modelli non occidentali viene talvolta scartato come incomprensibile, insolito e, per di più, “nostro”, e come si dice “nessuno è profeta in patria”.

Anche l’attuale guerra dell’informazione sullo sfondo del NWO cade nella stessa trappola dei modelli occidentali. In essi, la gestione della coscienza della popolazione su scala globale dipende dal concetto della cosiddetta cultura dell’annullamento – l’esclusione di tutto ciò che è ideologicamente estraneo alla circolazione dei sensi e al campo visivo informativo, politico e culturale. Lo strumento principale per ottenere tale esclusione è l’introduzione della censura nelle reti, nei media, negli spazi culturali, informativi e ideologici, controllati dai globalisti.

Il cosiddetto mito della libertà di parola è stato utilizzato dall’Occidente solo finché ha condotto una guerra ideologica con noi, distruggendo il progetto ideologico sovietico. Lo stesso vale per il pluralismo delle opinioni, la “glasnost”, la “democrazia” e altre “libertà”: tutte queste si sono rivelate esportazioni che hanno distrutto il sistema nemico, dopo di che il modello liberale-globalista occidentale si è rivelato molto più totalitario, chiuso, non libero e intollerante nei confronti del dissenso rispetto al modello politico-ideologico alternativo sovietico, o pre-sovietico, che avevamo in Occidente. È semplicemente che la nostra coscienza idealistica dipinge sempre un’immagine dell’Occidente che non corrisponde alla realtà, cioè all’ideale, come dovrebbe essere nella nostra percezione.

Ci piace l’idea di libertà, ma non come viene presentata in Occidente, bensì quella che dipingiamo nella nostra immaginazione. E per amore di questa libertà ideale distruggiamo ciò che è la parte reale di noi stessi. Allo stesso tempo, l’Occidente controlla la coscienza delle masse in modo rozzo, rigido e totalitario, attraverso la censura e la manipolazione dei social media, la sorveglianza totale e la raccolta di dati su tutti. E nel percorso verso questo controllo totale su tutti, l’introduzione di nuove tecnologie gioca un ruolo fondamentale.

Tra l’altro, proprio l’epidemia di Covid-19 avrebbe dovuto fornire tutti i presupposti per farlo, legittimando proprio quel “campo di concentramento digitale” di cui molti intellettuali, sia qui che nello stesso Occidente, sono sospettosi. Con il pretesto della sanificazione e delle chiusure, gli ideologi del globalismo speravano di portare sotto il loro controllo le strutture di controllo e di manipolazione delle reti sulla popolazione della Terra.

Come per tutti gli indesiderati, che non rientrano nel ristretto quadro dottrinale del liberalismo globalista – l’abolizione. A questo scopo, le pratiche di “demonizzazione” sono ampiamente utilizzate: di norma, le accuse di “fascismo”, il “de-platforming” – la rimozione degli account nelle reti sociali imposta dai globalisti, e l’ostracismo in rete – attacchi di troll, bullismo in rete, attacchi DDoS, in altre parole – annullano la cultura contro chiunque abbia un altro punto di vista, diverso da quello globalista. Ma poiché gli oppositori del globalismo sono presenti sulle stesse piattaforme, nelle stesse reti sociali e persino nella stessa matrice culturale ed epistemologica, tutti ne diventano dipendenti. E uscire dalla matrice significa, di fatto, la fine dell’esistenza, la caduta nell’inesistenza informativa e semantica, cioè l’annullamento.

In questo senso, l’arma principale delle guerre di oggi non sono le armi convenzionali, né le informazioni astratte (che si sono per lo più svalutate e sono diventate spazzatura), ma i significati che catturano l’immaginazione. E il principale mezzo di guerra della nuova generazione sta diventando un ambiente in rete, una rete in cui esiste solo chi è connesso alla rete. Chi è disconnesso viene cancellato, spostato nel nulla.

La guerra di rete rappresenta quindi l’apice dello sviluppo della tecnologia di rete. La società sta diventando interconnessa, vale a dire che praticamente ogni membro è collegato a una rete. Si tratta di un ambiente completamente nuovo in cui è possibile implementare nuovi approcci. Ma quali? Questa è la domanda principale. E questa è la questione dei significati, la questione delle Idee, di ciò che cattura l’immaginazione. “Le idee contano” è lo slogan principale dei neocon proprio perché catturano l’immaginazione, costringendo ad agire per raggiungere fini immaginari.

Con l’ossificazione della società, infatti, l’impegno militare diretto e frontale con l’esercito nemico perde completamente di significato. Questo diventa del tutto inutile in una situazione in cui qualsiasi Stato e la sua società consolidata possono essere invasi, influenzando le masse in modo semantico e plasmando le opinioni e gli atteggiamenti delle élite.

Questo è l’ultimo approccio che abbiamo incontrato più volte nello spazio post-sovietico. La ricodifica semantica della società è ciò che è stato utilizzato per decomporre e poi distruggere lo Stato sovietico. È ciò che si è verificato in Ucraina sotto i nostri occhi, in questi giorni. Il concetto stesso di “Ucraina” è un costrutto semantico, ideologico e artificiale che ha catturato la coscienza della parte attiva di questo frammento della Grande Russia. E l’idea stessa di “ucrainismo” ha catturato l’immaginazione di una parte del popolo russo in modo così forte che è pronta a morire per essa. Ma lo stesso discorso può essere fatto in senso inverso, in relazione a qualsiasi società. Per fare questo, bisogna smettere di liquidare le Idee come qualcosa di secondario, “da nerd”, e l’immaginazione come qualcosa di impraticabile, “favoloso” e immateriale. È l’immaginazione che governa la materia, soprattutto in una società in rete, e non se ne può fare a meno.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Riafan.ru

17 maggio 2022