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L’incomunicabilità, ieri, oggi

di Massimo Selis

Cannes, 1960: in concorso c’è L’avventura di Michelangelo Antonioni. Alla proiezione, il film viene fischiato sonoramente dal pubblico, salvo poi ricevere il Premio Speciale della Giuria per «il suo notevole contributo alla ricerca di un nuovo linguaggio cinematografico». L’avventura dà inizio alla produzione più matura del regista ferrarese e costituisce il primo capitolo della “cosiddetta” trilogia “esistenziale” o “dell’incomunicabilità”, insieme con La notte(1961) e L’eclisse (1962).

L’arte di Antonioni può essere paragonata a ciò che il “pensiero debole” è per la filosofia moderna, uno sgretolarsi dei Princìpi, ma anche degli abiti mentali che avevano accompagnato l’Uomo sino alle soglie della modernità. Sembrerebbe dunque un vuoto attorcigliarsi dell’intelletto e dei sentimenti che non trovano mai una direzione risolutiva, qualcosa su cui passare uno sguardo fugace, per non essere irretiti dalla noia. Eppure, se invece la si “vede come un negativo”, che ancora attende di essere sviluppato, essa oggi risulta addirittura attualissima e profetica.

Gli anni ’50 rappresentano l’inizio di una nuova era (l’ultima di questo ciclo), che ha come vessillo, il progresso tecnologico. La realtà esterna muta, a gran velocità, mentre il tempo interiore dell’uomo fatica a tenere il passo, così che la sua capacità di comprensione e di critica si dimostra debole. Per i protagonisti dei film di Antonioni, le certezze poco alla volta cadono e insieme a loro cadono le figure che si accompagnavano a quelle certezze. Sentono affiorare nuovi scopi esistenziali, ma tutto è ancora confuso: blocca e terrorizza. Si distanziano senza nemmeno comprenderne il motivo, alienati da una realtà che non sanno più leggere. Una realtà che chiama ad un passaggio evolutivo, di cui loro non posseggono però le coordinate.

Le relazioni, i sentimenti si fanno precari, volatili «Tutto sta diventando maledettamente facile: persino privarsi di un dolore» confida Claudia (Monica Vitti) ad un’amica, ne L’avventura. Il vuoto è dentro e fuori, ma i personaggi non trovano il modo di comunicarlo.

Ogni vera crisi è una crisi d’identità, perché ciò che avviene nel macrocosmo si riflette nel microcosmo e viceversa. L’Uomo non (ri)conosce più il mondo attorno a lui perché a sua volta non conosce più se stesso, non accetta più la vecchia immagine che ha di sé. Si concretizza uno scollamento tra l’individuo – non più persona, ma monade – e l’esterno: la società e perfino il cosmo.

In quel limbo tra due mondi, uno morente e il nuovo ancora tutto da costruire, i personaggi di Antonioni vivono come schiacciati, incapaci di divenire padroni del proprio destino. Si muovono nello spazio cercando spesso di aggrapparsi agli oggetti, alle pareti, alle rocce e agli alberi, come in una danza triste, ma in verità lo spazio sfugge come qualcosa di indefinito. L’uso della grande profondità di campo – tanto le figure vicine che quelle lontane dall’obiettivo sono a fuoco – dà una incredibile visibilità al reale, eppure esso è inghiottito da un’opacità di senso, si oscura nel mistero che pare inconoscibile.

Qui si manifesta l’attualità della poetica di Antonioni. Anche noi, a distanza di qualche decennio, siamo sulla soglia che accompagna la fine del “vecchio mondo” e prepara l’inizio di quello “nuovo”. La differenza è nell’intensità del dolore, dello scollamento, della crisi che invaderà poco alla volta tutte le anime. Perché questo “passaggio” è infinitamente più grande e sarà quindi infinitamente più sofferto. Il nostalgismo conservatore nasconde solo una paura inconfessabile, così come i facili proclami al cambiamento celano un ottimismo troppo ingenuo. In entrambi gli scenari, il linguaggio è vecchio e inadatto, e le stesse categorie culturali hanno «un sapore antidiluviano», come direbbe Panunzio. È necessario che gli occhi “vedano” i cieli sconvolti e le mura delle città già ridotte a polvere e macerie. Vedano, perché capaci di trasfigurare il visibile nel non-ancora visibile. «Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici» diceva Antonioni. Poetici, specifichiamo noi.

Soltanto chi recupera uno sguardo poetico sarà capace di “leggere” e attraversare questi Tempi. La Poesia non è esprimere alcuni concetti piuttosto che altri, ma creare un Mondo, con il suo ordine, e abitarci. È un’esperienza totalizzante: è la Vita. Il cinema è nato per questo, per restituirci quell’avanzo di Vita che noi scartiamo ogni giorno, gettandolo nelle consuetudini mortifere della società moderna. Pochissimi autori lo hanno compreso o perlomeno intuito: a suo modo, Antonioni è uno fra questi. Mentre continuiamo ad abbuffarci di pensieri che mancano totalmente di sintesi, il “vero” cinema ci restituisce la Visione. «La realtà ha un livello di libertà che è difficile da spiegare. […] Voglio dire, un film che si può spiegare a parole non è un vero film». Ecco, noi smaniamo per capire e spiegare tutto, e proprio così la realtà ci sfugge, come l’acqua da una mano. A furia di voler capire, non siamo più capaci di comprendere.

Quanti vaniloqui davanti ad un’opera cinematografica, quante inutili dissertazioni sui significati, sui “simboli”! Tutto questo mentre la vita scorre davanti agli occhi alla velocità di 24 fotogrammi al secondo: suprema illusione di movimento. Non è infatti la fissità del singolo fotogramma che deve arrivare alla pupilla e alla mente, ma quel fluido comporsi che ricrea la vita. Il cinema non è “semplicemente” e “banalmente” raccontare storie, ma il mosaico di un viaggio interiore; per questo è “l’arte della fine”, e ad esso ci si deve avvicinare con la bocca serrata e in punta di piedi.

Che allora l’incomunicabilità, per noi, si faccia silenzio, perché la parola ritrovi la sua forza originaria, forza di vita; si faccia ascolto, perché l’arroganza degli insipienti lasci spazio all’umiltà dei saggi; si faccia sguardo che si impregna del Mistero della realtà. Soltanto dopo, le labbra, purificate, si schiudano, per decifrare le primizie di quei “Nuovi Cieli e Nuova Terra” che di là dalla notte, pazienti ci attendono.

Foto: Fotogramma da La notte, di Michelangelo Antonioni, Dino De Laurentis Distribuzione, 1961

31 luglio 2021