L’inverno della nostra miseria

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di Stefano Vespo

Divagazioni intorno a “Le non-cose” di Byung-Chul Han (1)

Arriva Settembre. E già alcuni ex funzionari di istituti bancari, tolti da più serie occupazioni e rassegnatisi ad accettare le alte cariche degli Stati, secondo una transizione consueta che i cittadini europei accolgono col sollievo di chi si sente tratto finalmente in salvo nel porto del loro efficiente e disinvolto realismo, del loro tono asciutto e pacato da esecutori testamentari, profetizzano che l’inverno è imminente e, con esso, l’arrivo della fine del nostro benessere e di ogni trista abitudine a quello connesso.

Colpevoli dei languidi e solitari vagabondaggi, la domenica, nei centri commerciali; degli altri vagabondaggi, lungo reti virtuali, in cui scopriamo di avere più bramosie e perversioni di quanto pensassimo; dei nostri appartamenti, caldi, illuminati e con l’acqua corrente; colpevoli, in una parola, di essere dei consumatori privi di qualsiasi giustificazione nell’universale equilibrio tra gli esseri viventi, senza scopo né utilità, accettiamo con gratitudine quel richiamo. Ci sentiamo un increscioso difetto della natura e per questo siamo pronti a piegarci ai nuovi sacrifici, per lavarci della nostra colpa.

Ecco prepararsi, per questo inverno, una nuova ondata penitenziale, con tanto di flagellanti televisivi, che attraverserà nuovamente l’Europa e, forse, qualche altra zona del mondo: rassegniamoci quindi a vestire meritatamente gli abiti della povertà.

Anche se impoveriti lo siamo ormai da molto tempo, ma in un senso non quantificabile, ovvero spirituale, e perciò in un modo perfettamente invisibile ai più.

Per capire come siamo diventati ciò che siamo bisogna riconoscere con franchezza dove abita ormai il nostro cuore, ovvero a quale prezioso tesoro sia più legato. Lo smartphone è l’oggetto che con più attenzione teniamo nelle nostre mani, che con più passione stringiamo al nostro corpo, con più apprensione cerchiamo, quando per poco ce ne separiamo. Nel libro “Le non cose” di Byung-Chul Han lo smartphone, purtroppo, assurge al grado di prototipo della non-cosa (2): è la non-cosa per eccellenza. Per il filosofo una cosa, per essere tale, dev’essere dotata di una esistenza che si sottragga alla nostra presa, che si opponga a noi in modo inquietante: di un’esistenza che in buona parte sia avvolta dal mistero, come l’austero e cupo mobilio di una vecchia casa. Odradek, un rocchetto a forma di stella, che si muove su stecchini che sembrano gambe, è il rappresentante per eccellenza di ciò che si intende per una “cosa”. Compare nel racconto di Kafka “La preoccupazione di un padre di famiglia”. È inafferrabile. È sfuggente e preferisce sostare negli interstizi. Il suo “insieme appare bensì privo di senso, ma, a suo modo, completo”. Odradek è l’espressione dell’ostinata alterità delle cose, che ci costringono al confronto, alla ricerca, e che ci espongono al disagio della loro presenza.

Uno smartphone non è una “cosa”, nel senso sopra descritto: la sua forma piatta e liscia, completamente anonima e nuda, esprime piuttosto lo status di non-cosa. Noi stiamo sempre nei pressi dei nostri smartphone, ed essi trasformano per noi il mondo in un flusso continuo di informazioni. Lo smartphone è un infoma che allontana da noi la realtà, avvolgendola dentro un sudario di informazioni.

Lo smartphone è l’oggetto che più di ogni altro ci ha privato di quei bei concetti e di quei luminosi ideali che hanno guidato le battaglie degli uomini vissuti in Europa nei tre secoli trascorsi. Sembra un paradosso che proprio il nostro tempo, in cui i principi morali dell’altruismo e della tolleranza universali presiedono come gendarmi ogni nostro discorso e ogni nostra espressione artistica, abbia ridotto a fantasmi i concetti più alti della nostra esistenza. Grazie ai quali una volta ci si poteva considerare dei cittadini dotati di diritti o semplicemente degli esseri umani.

La verità e l’oggettività sono ormai definitivamente sorpassate. Questo è evidente. Viviamo nell’acquario della rappresentazione iper-reale, nel quale la realtà si può produrre, ma come un precipitato, un residuo arcaico del pensiero, un’abitudine dura a morire.

Anche il concetto di identità non sembra più descrivere nulla. Il non-oggetto che stringiamo in mano non ci pone di fronte nessuna alterità. Quell’alterità, di fronte al cui sguardo noi possiamo acquisire consistenza, dal momento che per essere qualcosa abbiamo bisogno di qualcuno che si accorga di noi, che si rivolga a noi e ci chieda conto di chi siamo. I flussi di informazione che ci raggiungono incessantemente ci fanno vivere nella prevedibilità di ciò che ci aspettiamo e desideriamo. Descrivono semplicemente noi a noi stessi. O piuttosto, ci descrivono anticipatamente a noi stessi, ci instradano verso la corretta definizione di ciò che siamo, perché pretendono di conoscerci meglio di quanto noi ci conosciamo. E in questa pretesa, finiscono per aver ragione. Ci riempiono continuamente di quella parvenza di noi stessi che viene fuori dalla somma delle nostre scelte compiute, completamente gratuite, e dei desideri che devono ancora sbocciare, sempre più condizionabili. Le nostre identità sono come infiniti vegetali coltivati nella serra della rete digitale: tutti uguali e senza alcuna identità.

Il dito, che scivola sulla superficie piatta e liscia, sceglie tra le possibilità infinite offerte ad uno sguardo eccitato e onnivoro. Ed in questa infinità naufraga un altro bel principio etico: la libertà. Perché il dito che sceglie tra opzioni prestabilite, consentite da qualcun altro, non è la mano che afferra, che trasforma e che crea qualcosa di nuovo. A riprova di questa mutazione, provate a chiedere oggi a qualunque ragazzo che cosa sia per lui la libertà. Dopo una brevissima esitazione, vi risponderà ripetendo quello che a lui sembra ormai universalmente accettato: la libertà è poter scegliere il proprio orientamento sessuale. Non creare un mondo nuovo, o una società nuova e più giusta. Semplicemente, avere una possibilità di scelta discretamente ampia, possibilmente non gravata da pregiudizi.

Le cose non stanno che a ricordare”, scriveva un triste poeta passato di moda, Vincenzo Cardarelli. Solo quando le sentiamo ricordare la nostra esistenza, possiamo dire che le cose ci appartengono, che sono nostre. La proprietà di una cosa dipende da quanto essa sia l’immobile testimone della nostra memoria. Quelle che invece ci offre uno smartphone sono esperienze, sempre nuove. Ma queste esperienze non sono un nostro possesso, perché appunto ci vengono offerte. Inoltre, sono estranee a qualunque memoria personale, perché la novità continua è l’esatto opposto della memoria, del ricordare. Tutto sfugge nel flusso ininterrotto del nuovo. Assieme all’identità, se ne va via il senso del possesso, della proprietà delle cose. Forse, anche il diritto ad avere una proprietà!

La nostra è un’epoca in cui le fantasie transumaniste, fiorite nelle menti degli illuminati frequentatori di circoli massonici, adesso hanno forse qualche possibilità di trasformarsi in realtà, dal momento che sono crollati sia il prestigio dello Stato che quello della politica, le uniche cose che potevano fare loro da argine. Tuttavia, la cosa più tragica non è tanto il fatto che qualcuno possa desiderare un futuro di quel tipo, popolato di esseri che superano le proprie angustie umane per innalzarsi verso la natura della macchina, quanto il fatto che oggi, per la prima volta nella storia dell’umanità, non è più possibile immaginare alcun futuro.

Il segno più lacerante della nostra miseria è l’impossibilità di rivolgerci ad un futuro, di pensare un destino per l’umanità. Ciò che ha intuito Giorgio Agamben, a proposito della condizione in cui si trova oggi la parola poetica.

“La parola [dei poeti] deve ora fare i conti con un’assenza di destinatario non episodica, ma per così dire costitutiva. Essa è senza destinario, cioè senza destino. Ciò si può anche esprimere dicendo, come si fa da più parti, che l’umanità – o almeno quella parte di essa più ricca e potente – è giunta alla fine della sua storia”. (3)

Tuttavia, dei dubbi sulla possibilità stessa di un futuro li nutrono non solo i poeti, ma anche quelle persone, molto poche per la verità, che hanno avuto il coraggio di voler comprendere e di vedere come questi due anni siano stati davvero il capolinea della nostra storia. Quando tutte le autorità religiose, tutte le autorità politiche, tutti i mezzi di informazione, tutte le istituzioni mediche, tutte le istituzioni educative sostengono all’unisono che per sconfiggere un’infezione, per la quale erano già disponibili cure efficaci e la cui bassa letalità è stata gonfiata ad arte con protocolli fallaci, dati falsati e terrorismo giornalistico, occorreva iniettare dei farmaci sperimentali, prodotti dalle più grandi e potenti aziende farmaceutiche del mondo, ma potenzialmente dannosi, nel braccio di bambini e adolescenti. Quando il mondo lasciato dai confinamenti forzati, disseminato di piccole e medie imprese distrutte, segnato dall’aumento della povertà, dall’abbassamento del costo del lavoro, possiede ancora pochi ricchi divenuti nel frattempo ancora più ricchi. Quando quasi tutto il denaro del mondo è nelle mani di tre sole società d’investimento, il cui unico scopo è quello di tutelare gli interessi degli investitori, a qualunque costo umano, anche con l’invenzione di una pandemia che possa consentire alle banche di iniettare nuovo denaro nei traballanti mercati finanziari, come sospetta Fabio Vighi (4).

Per loro, ogni piega della nostra vita sociale, dall’acquisto di un prodotto, al pagamento di una bolletta, all’invio di un messaggio, ad un film visto in televisione, si è trasformata in qualcosa di falso e di ingannevole. Il tempo è divenuto uno spazio di attesa, ma vuoto di senso, ma senza più la possibilità né di sperare né di immaginare un tempo nuovo.

Qual è la ragione profonda di questa impossibilità? La sua ragione è nella forma stessa che ha assunto il nostro tempo. Quella forma che consiste nella crescita infinita della potenza tecnologica: pura e semplice potenza, senza alcuna giustificazione o alcun fine al di fuori di se stessa. Klaus Schwab, nella descrizione del mondo felice che ci aspetta con la realizzazione della quarta rivoluzione industriale, riduce la politica alla sola funzione di applicare alla società i progressi della tecnica. Questo e nient’altro dovranno fare i politici. Facilitare la benefica diffusione delle scoperte tecniche. Ovvero, la potenza tecnica non dovrà avere nessun limite, nessun argine. Naturalmente, non è altro che la descrizione di uno stato di cose già da tempo avviato, piuttosto che una appassionata utopia. È già da tempo che etica e religione si mostrano come semplici tentativi di contenimento della sua potenza. E per questo, danno l’impressione di essere soltanto il lamento ipocrita e rancoroso di chi quella potenza non possiede.

Ma una potenza che si accresce senza alcun limite, che esclude la possibilità di qualcos’altro al di là di se stessa, così come un potere finanziario che riduce tutto a se stesso e alla propria tutela infinita, ha come esito la propria autodistruzione. Può soltanto giungere alla propria fine.

A una fine senza alcuna dialettica, senza un negativo che si affermi al posto di ciò che muore. Ecco allora che la nostra condizione è quella di chi non può più credere in un destino, che non sia la fine di qualunque destino.

Arriva Settembre. Le piogge recenti hanno donato ai frutti di questa stagione la loro struggente dolcezza. Ma gli alberi, le piante, loro, non sanno nulla della nostra miseria, quella dello spirito e quella, imminente, del corpo. Tra i rovi oscillano grappoli di more; dai rami i fichi maturi si offrono spaccati dal loro stesso turgore. Si offrono, ingenui! Ma ad un tempo che non è per noi.

Pubblicato su ComeDonChisciotte  

Foto: Idee&Azione

10 settembre 2022