L’Italia colonia dell’impero e le elezioni fregatura

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di Fabio De Maio

Siamo una colonia periferica dell’impero che sta morendo culturalmente, socialmente ed cui l’accelerazione degli eventi sta obbiettivamente facilitando il compito e un’opposizione falsamente patriottica che non trova di meglio da fare che rivolgersi ad una parte dell’impero   implorando ancora più sudditanza, sperando nella benevolenza del dominus, mentre si balocca in ridicole interpretazioni storiche dei “ragazzi di Kiev” per dare una patina di idealismo all’ennesima resa totale all’americanismo come destino eterno.

Come se l’Italia rischiasse di cadere dalla padella alla brace, come se fossimo minacciati da un fantomatico imperialismo russo e non stessimo morendo come Nazione, schiacciati sotto ogni punto di vista da coloro che ci occupano, in tutti sensi da 76 anni e da quella che si sta rivelando, alla prova dei fatti e per l’ennesima volta, una emanazione dell’impero americano, la UE. Una UE in cui attori che hanno scelto di avere un peso politico diverso, come la Francia, giocano anche una partita autonoma, la stessa che avrebbe potuto e dovuto giocare anche l’Italia se non fosse guidata dal “governo più atlantista della storia” e se non avesse l’opposizione della peggiore destra degli ultimi decenni. L’Italia che avrebbe dovuto giocare una partita sua perché più di qualsiasi nazione europea necessita di buoni rapporti con la Russia perché la sua esistenza è basata su un’economia di trasformazione che necessita di energia e materie prime.

Questa caratteristica si trasforma in deleteria dipendenza solo nella misura in cui l’Italia ha rinunciato ad avere una politica estera che partisse dai legittimi interessi e dai bisogni della propria economia, concetti banali e scontati che sono del tutto spariti dall’agenda politica italiana, oggi formata da partiti e lobby che a volte neppure riescono a capire gli ordini che vengono trasmessi loro da Washington e Bruxelles e si trasformano da umili servi a servi sciocchi, collezionando una serie di figuracce da avanspettacolo di periferia.

Questa Italia non ha nulla ma proprio nulla a che vedere con quella che per almeno un ventennio, nel dopoguerra, seppe almeno portare fuori dalle rovine della guerra una nazione distrutta, mettendo comunque l’interesse nazionale al primo posto del proprio agire, con tutti i limiti di un’azione politica  condizionata dallo status di nazione sconfitta, status che per uno strano scherzo della storia sembra pesare molto più oggi di allora e sembra guidare molto più oggi i vari Draghi, Letta, Meloni, Salvini di quello che fece con Fanfani, Mattei, Moro. Questi ultimi, pur con tutti i limiti dettati anche dal contesto in cui operarono, avevano una visione del ruolo che avrebbe dovuto giocare l’Italia sullo scacchiere internazionale, oggi questa visione è stata volutamente cancellata da una classe politica che intende solo facilitare l’azione dell’oligarchia finanziaria che persegue la liquidazione definitiva dell’Italia e della sua struttura economica portante.

In tale contesto potrebbero situarsi elezioni anticipate che servirebbero a perpetuare la farsesca dialettica destra/ sinistra o centro-destra e centro-sinistra, come se le due coalizioni intercambiabili non avessero dimostrato, una volta di più e nel momento più difficile, di essere una cosa sola. Elezioni anticipate che toglierebbero di mezzo o quasi qualsiasi ipotesi di un’alternativa politica su cui in qualche modo bisognerà puntare, a meno di non voler assistere a braccia conserte all’apparizione dei titoli di coda.

Foto: Idee&Azione

9 marzo 2022