L’Occidente: egemonia o declino. Elementi del dibattito sull’egemonia, la politica e le civilizzazioni

image_pdfimage_print

di Irnerio Seminatore

L’Occidente: egemonia o declino

L’Occidente, quale spazio di libertà politica e religiosa, Stato di diritto, equilibrio dei poteri ed economia di mercato, si è imposto nel mondo come modello di pluralismo e di contrappeso istituzionale tra la forza vincolante della Costituzione e dello Stato e l’esigente libertà degli individui e delle forze intermedie della società. Un equilibrio che non ha eguali in altri contesti civili, la cui debolezza congenita è rappresentata dal deficit di «senso», che è la componente «hard» della mente umana e la forza trainante dell’egemonia storica. Inoltre, l’approccio realistico ricorda che l’Occidente dominerà fino a quando lo scrupoloso della morale, della legge o degli interessi non cancellerà il suo bisogno primario di sopravvivenza.  Dominerà fino al momento in cui l’astuzia gli permetterà di vivere nella civiltà e nell’impulso originario della forza in un sistema internazionale fondato sull’anarchia e sulla guerra.

Infatti, la legge profonda di ogni cambiamento e di ogni trasformazione umana riposa insieme sull’ascesi morale e sulla forza primitiva della violenza. Il declino di una civiltà comincia con la nascita del senso di pietà, di giustizia e di inclusione, che rimangono i principi corrotti del dominio e della gerarchia umana. Perché la civiltà continui, sono necessarie due leggi, una per ricordare il passato e l’altra per impegnarsi nel futuro, una per l’amico e l’altra per il nemico, seguite da un’applicazione intransigente di questa discriminazione.

L’umanesimo e l’uguaglianza, infatti, segnano l’inizio della fine di una civiltà, come la tolleranza, la dissipazione, o la crisi demografica, perché la regola della coercizione, della violenza e del rigore che hanno reso grandi gli Imperi sono certamente costanti, ma non immutabili nel corso della storia. In effetti, i mezzi del loro esercizio si sono democratizzati ed estesi attraverso la creazione di istituzioni e burocrazie impersonali e l’uso della forza o la repressione delle rivolte hanno minato la credenza in un destino pacifico e civile, diverso da quello che si svolgeva ciclicamente con l’ascesa, l’affermazione e la caduta dei popoli. Stati e imperi.

 

La crisi dei paradigmi

Dopo la caduta della bipolarità geopolitica, una serie di scrittori occidentali hanno contribuito a dare vita al nuovo modo di scrivere la storia, senza il pathos della filosofia tedesca della storia o del divenire delle civilizzazioni alla Spengler. Ci hanno ricordato che l’Occidente non è più l’unico «soggetto» della storia universale e che essa non è il campo intellettuale del suo monologo interiore.

Il loro merito è stato quello di mettere in discussione una serie di paradigmi fondamentali della nostra conoscenza e di far apparire i vecchi postulati come obsoleti e inadeguati. È sulla base di questa crisi dei paradigmi, così salutare per la mente, che è diventato possibile e necessario riprendere il dibattito sulle nozioni ereditate dall’Oriente e dall’Occidente, di egemonia e di battaglia culturale.

 

L’approccio civico e storico

Seguendo una corrente di pensiero che va da Spengler a Tonde, da Quincy Wright a Ortega y Gasset, l’ipotesi di Huntington secondo cui «nel nuovo mondo i conflitti non avranno origine dall’ideologia o dall’economia. Le grandi cause di divisione dell’umanità e le principali fonti di conflitti saranno culturali», è apparsa inaspettata, pur perseguendo la stessa eredità. «Gli Stati nazione continueranno a svolgere un ruolo guida negli affari internazionali, ma i principali conflitti politici globali metteranno alle prese nazioni e gruppi appartenenti a civiltà diverse. Gli scontri delle civiltà saranno le prime linee del futuro.»

Dopo aver ricordato che «la comunità delle culture è una precondizione dell’integrazione economica», ricorda che «l’asse centrale della politica mondiale sarà probabilmente, in futuro, il conflitto tra l’Occidente e il resto del mondo.»

Altri autori, sia all’Est che all’Ovest, si sono interrogati a lungo sulle implicazioni per l’Occidente (Europa e Stati Uniti)?

«In primo luogo, che le identità forgiate dall’appartenenza ad una civiltà sostituiranno tutte le altre appartenenze, che gli Stati-nazione scompariranno e che ogni civiltà diventerà un’identità politica autonoma». Il tema dell’identità è diventato da allora un argomento privilegiato del dibattito politico interno, discriminatorio e sovranista.

 

L’Occidente e il dettame della potenza americana

L’Occidente, come potenza dominante e conquistatrice, è stato dissociato dall’esigenza di ordine e stabilità ed è diventato il bersaglio delle tesi pessimistiche e semplicistiche sul suo inevitabile declino e sulla sua ineluttabile decomposizione. L’Occidente, ossia gli Stati Uniti, l’Europa e l’emisfero settentrionale del pianeta, l’America Latina e l’Oceania, oltre al Giappone e all’India, dominano indiscriminatamente tutti i settori dell’attività umana e della vita politica e sociale, in breve, della conoscenza e della cultura, delle arti e delle scienze. stili di vita e modelli culturali.

Questa evidente predominanza scomparirà solo con una catastrofe globale o una guerra planetaria e nucleare, cancellando ogni ricordo di civiltà. In una dimensione più vicina a queste parole, quella della relatività dell’esperienza umana, si vedrà che la forza e la debolezza determinano sempre lo status di una nazione o di una cultura sulla scena mondiale. Così avviene in ogni periodo storico. Tuttavia, una riflessione sull’attuale posizione dell’Occidente ci porta a constatare che l’America sta perdendo il suo status di superpotenza per ridiventare uno dei principali membri del Club delle grandi potenze del XXI secolo. Questa è la tesi sostenuta dallo storico Paul Kennedy dell’Università di Yale sulla base di un confronto storico con il declino dell’Impero britannico a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Una volta che un paese ha raggiunto la leadership in un’ampia gamma di settori, altri attori emergenti cominciano a colmare il divario, cosicché una ridistribuzione del potere internazionale fa diminuire l’importanza relativa del leader e genera ulteriormente il passaggio dalla potenza in declino alla nuova potenza in ascesa che aspira all’egemonia. Siamo di fronte all’analogia storica nel caso dell’attuale duopolio tra Stati Uniti e Cina e quindi alla ripetizione della «Trappola di Tucidide» che, secondo Graham T. Allison, porta fatalmente i due concorrenti allo scontro militare.

Analizzando i fattori di potenza, Paul Kennedy, nel suo studio su «L’ascesa e il declino delle grandi potenze», ha cercato di elaborare le leggi di evoluzione di queste ultime attraverso la variazione dei loro tassi di crescita economica.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, al deterioramento della loro percezione da parte degli altri attori della scena multipolare, nonché alla crescente ostilità nei confronti delle loro imprese militari, condotte senza successo dal mondo, si aggiungono considerazioni morali e filosofiche, che contrappongono le due correnti di pensiero, quella realistica e quella transnazionale, di cui sono Inoltre, l’altro importante pilastro del potere americano, il potere economico e finanziario, si è fortemente deteriorato a causa dei deficit commerciali e pubblici, ma anche a causa della cartolarizzazione dei crediti marci, che sono stati all’origine della crisi globale del 2008.

Per quanto riguarda la responsabilità delle élite, un vecchio articolo dell’editorialista economico Martin Wolf su Le Monde del 18 gennaio 2014, intitolato «Il fallimento delle élite» ha sviluppato la tesi del fallimento delle élite europee e mondiali nella crisi attuale e in quella della Prima guerra mondiale (1914-18). L’Unione europea, in particolare, è un paese che ha un ruolo importante da svolgere nel processo di pace e di pace. Inoltre, il divorzio tra élite e cittadini avrebbe portato in Europa ad una concentrazione del potere, tuttora attuale, tra tre burocrazie non elette (la Commissione, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale) e una serie di paesi creditori, in particolare la Germania, sui quali si basa l’idea di una «governance democratica.» le opinioni e i cittadini non hanno alcun potere di influire.

Resta il potere militare, esorbitante, che rimane il più forte nella sua capacità di proiezione di potenza e la cui efficacia operativa e dissuasiva è destinata a decrescere in relazione ai conflitti asimmetrici e alle varie incertezze geopolitiche.

Questi ultimi, invece, aumentano con l’aumento delle forze irregolari e il moltiplicarsi delle situazioni di crisi. Tuttavia, l’elemento più destabilizzante, secondo lo schema interpretativo del declino delle grandi potenze, è l’invasione delle potenze ritardanti o perturbatrici, all’interno degli spazi di sicurezza di Hegemon, accompagnato dal rischio di un’attenuazione del ruolo delle alleanze militari e di una ridefinizione generale delle strategie strategiche. L’Unione europea ha un ruolo importante da svolgere in questo campo.

Questo rischio, riducendo le ambizioni e gli impegni della Repubblica Imperiale nel mondo, li condurrebbe all’isolamento internazionale e alla normalità, che farebbe loro perdere il ruolo, ancora attuale, di perno del mondo.

 

L’Europa e l’unità strategica dell’Occidente

La mancanza di leadership indebolisce l’Europa e gli Stati Uniti in un mondo multipolare, in cui l’unità del comando dipende dalla più alta funzione strategica. L’unità strategica consente di progettare e attuare un’architettura di sistemi difensivi gerarchici e integrati in un unico centro decisionale. Pianificare le soglie di dissuasione o i livelli di stabilità, o ancora le priorità degli impegni e della logica di anticipazione su due grandi scale del mondo, il sistema globale e le aree regionali più minacciose, fa parte della leadership in quanto portatore di vantaggi strategici.

Questa unità di concezione, decisione e azione è geopolitica e geostrategica. È allo stesso tempo strategica e sistemica, in quanto definisce le coalizioni, gli attori ostili e i teatri di conflitto. Sono gli attori ostili che minacciano la stabilità globale, usando la forza e la minaccia diretta e indiretta, al fine di ottenere profitti ricorrendo a rivendicazioni altrimenti inaccettabili perché accompagnate da rischi sproporzionati.

 

Partenariato e leadership, costanti strutturali di un ordine stabile

Il partenariato politico e la «pax consortis» appaiono, nell’era delle interdipendenze, i metodi più efficaci per cercare soluzioni adeguate ai molteplici problemi del sistema internazionale di domani. Questo partenariato comporta un nuovo equilibrio di iniziative, compiti e responsabilità.

L’immagine delle «superpotenze» si era radicata un po’ ovunque nelle coscienze politiche sin dal 1945, associata a quella, tutelaria, delle leadership dell’Est e dell’Ovest. Questa consapevolezza traeva la sua ragion d’essere da una concentrazione esorbitante dei mezzi inibitori della forza.

Una sproporzione tra l’impotenza della forza (potenziale distruttivo), il potere politico mirante ad usarla (almeno diplomaticamente) e le capacità economiche dei detentori di essa, si è insinuata nella rappresentanza collettiva, mettendo in crisi le opzioni di politica estera che si erano ispirate ad essa, in particolare quelle del «globalismo unilaterale.» «, e di «unilateralismo globalista.»

Il pluralismo dei valori e la disparità di interessi tra gli Stati Uniti e l’Europa richiedono piuttosto una gestione del sistema, basata sulla «pax consortis» e sul dialogo multilaterale, poiché tale gestione collettiva da parte dei principali attori del sistema è anche la più equilibrata, di fronte alle nuove forme di vulnerabilità.

Per quanto riguarda la gestione dell’attuale sistema internazionale, gli Stati si trovano di fronte a sfide globali che richiedono cooperazione e condivisione delle responsabilità.

Non perseguendo obiettivi riducibili alla logica del mercato, gli Stati puntano, oggi come ieri, all’instaurazione o alla definizione di un ordine internazionale controllabile, un ordine stabile.

Quest’ultimo richiede una forma di potere politico che si occupi dei problemi legati alla gestione della sicurezza e di quelli derivanti dalla crescente complessità e dal proseguimento di un ampio processo di integrazione.

La limitazione dell’autonomia degli Stati e l’interdipendenza sempre più stretta tra la politica interna e quella estera, nonché l’espansione della scena mondiale, legata al moltiplicarsi degli attori sub- e trans-statali e a quella dei flussi di comunicazione relativi a focolai mobili di incertezza e crisi, impediscono l’uso di paradigmi di politica estera. esplicativi unici e teorie generali di portata universale.

 

Gli Stati Uniti e l’Europa, una comunità di interessi condividi? Leadership ed egemonia di cooptazione

Così, nel decifrare le trasformazioni conseguenti al crollo della bipolarità, Z. Brzezinski ha tratto una lettura del sistema internazionale in cui la scelta di un impegno coerente dell’America a fianco dell’Europa mirava a preservare e a esercitare una leadership cooperativa e un’egemonia democratica. L’intimità di questi due concetti era legata alla gestione delle alleanze e alla legittimità internazionale dell’azione degli Stati Uniti.

È dunque a partire da un’analisi globale della scena planetaria che l’autore riuscì a storicizzare e relativizzare la priorità assoluta data dall’amministrazione Bush alla «guerra al terrorismo», che ai suoi occhi poteva rappresentare solo un obiettivo strategico a breve termine, privo di potere federativo. In effetti, interrogandosi sull’egemonia americana e, in prospettiva, sul suo declino storico a lungo termine, Brzeziński ricollocò la complessità del panorama mondiale e le sue turbolenze nel quadro di una strategia di alleanza permanente con l’Europa. Solo questa alleanza, interdipendente e tuttavia asimmetrica, poteva garantire, a suo avviso, una comunità di interessi condivisi tra Europa e Stati Uniti.

Questa alleanza avrebbe potuto garantire l’evoluzione della supremazia degli Stati Uniti nella forma più consona a una democrazia imperiale, l’egemonia della cooptazione. Nessuna alleanza di circostanza poteva allargare le basi di una direzione illuminata, basata sul consenso piuttosto che sul dominio puro. Nessun altro attore o gruppo di unità politiche – fatta eccezione per l’Europa – avrebbe potuto consentire di esercitare una leadership globale sotto forma di potere unificante e di aggregazione nei confronti dei suoi alleati.

 

Irriducibilità dell’occidente nei suoi valori

La riduzione dell’Occidente ai suoi soli valori, secondo una recente impostazione dell’ordine europeo, è un’antinomia di ordine culturale, che rischia di occultare la complessità del reale e di condurre a deviazioni politiche.  Nell’Unione Europea ha la funzione di ridurre all’obbedienza Orban e i paesi di Visegrad, all’interno di una disputa di apparenza costituzionale e in Russia a lottare contro l’atlantismo e il globalismo liberoscambista, conducendo un’opposizione civilizzata e semantica. Questo riduzionismo e la sua collocazione nella prospettiva di un rovesciamento dell’egemonia occidentale, occulta lo spessore dell’oggetto analizzato e la sua importanza storica. In effetti, il principale ispiratore degli eurasisti russi sostiene che «l’Occidente è una fonte di avvelenamento del mondo e di egemonia imperialista» e ritiene che l’Occidente abbia per il pensiero russo lo stesso significato dell’invasione mongola, sostenendo che essa aveva privato i russi della loro indipendenza politica, mentre l’identità culturale e religiosa aveva impedito loro di essere sottomessi all’espansione cattolica. In questo modo la Russia sarebbe una civiltà distinta e l’Occidente il suo principale nemico e avversario. Inoltre, gli stessi eurasisti avrebbero abbandonato il confronto con l’Occidente e la sua ideologia materialistica – il comunismo – sostituita da un’altra forma di materialismo – il liberalismo – che porterebbe direttamente alla disintegrazione della Russia. Lo sviluppo e il degrado dell’Occidente sarebbero il destino di un altro continente semantico, perché per l’Occidente, secondo Troubetskoi, citato a sostegno di questa tesi, la forza dell’Occidente sarebbe innanzitutto un imperialismo semantico, un’egemonia epistemologica. Per una strana analogia, questa interpretazione, che adotta come interpretazione di appartenenza all’Unione europea i suoi soli valori, avvicinerebbe l’onorevole von der Leyen agli eurasisti in una stessa lotta, una lotta di idee, svuotate di sostanza storica e di rilevanza strategica. In entrambi i casi, lo scontro egemonico, depoliticizzato e disarmato verrebbe ridotto ai due aspetti dello stesso ricatto, la sottomissione ha un ordine culturale dogmatico e ha un’autorità senza legittimità. No, l’Occidente non è un’invasione mongola per il mondo russo, ma una sterile confutazione dell’importanza del potere e dell’influenza dell’universo europeo.

 

Il declinismo e i suoi argomenti

Il New Statesman di Londra, ripreso dal Corriere Internazionale, ha pubblicato nell’ottobre 2021 un articolo del filosofo inglese John Gray, intitolato Come il mondo si è capovolto, nel quale riassume la maggior parte delle tesi decliniste, concludendo che l’Occidente non è morto e che non viviamo in un mondo post-occidentale. L’argomento centrale è il rovesciamento della consapevolezza delle realtà storiche più durature e della loro portata geopolitica, le guerre perdute, l’abbandono da parte dell’Occidente di aree strategiche come Iraq, Siria, Libia, Afghanistan e il vortice illusorio della strategia del «Cambio di Regime.» In secondo luogo, il Parlamento europeo ha espresso il proprio parere sulla proposta di risoluzione presentata dalla commissione per la protezione dell’ambiente, la sanità pubblica e la tutela dei consumatori.

In termini di potere internazionale, l’esaurimento della strategia americana e del suo impero smisurato ha reso ingestibile la sua leadership.  Difficoltà che si è verificata con il crollo dell’Unione Sovietica e l’emergere di un mondo unipolare. Un mondo in cui, parallelamente alla sorprendente ascesa della Cina, le vecchie idee occidentali degli anni ’30-’40 hanno ispirato i nuovi regimi autoritari. Sorprende infatti che nelle università cinesi si leggano con attenzione i classici del pensiero occidentale Hobbes, Rousseau, Tocqueville, Burke e soprattutto Carl Schmitt. Lettere sullo sfondo la ricerca dell’unità del paese, la ricerca dell’omogeneità politica e culturale e ostracizzano i fattori di divisione rappresentati dalle minoranze – uiguri, tibetane, hongkongesi, taiwanesi e dalle varie opposizioni interne, difese dal ricorso ai diritti dell’uomo. C. Schmitt ha fatto scuola in una situazione di crisi permanente e di anarchia e di ingovernabilità. Tuttavia, la decomposizione dell’egemonia occidentale, come fatto culturale e intellettuale, ha avuto un’altra componente deleteria, la crisi di fiducia in se stessi degli europei, una crisi spirituale che risale alla prima guerra mondiale e al capolavoro di O. Spengler – «Il declino dell’Occidente», al quale si sono ispirati i buoni e i cattivi lettori dell’Occidente. famoso e i suoi eredi. Un’ultima osservazione è dovuta alla concezione occidentale secondo cui non ci sarebbero alternative alla civiltà occidentale e che saremmo arrivati con il crollo dell’Unione Sovietica, la «fine della storia» di Fukuyama.

 

La scena planetaria e la visione pluralista del mondo

La scena planetaria è caratterizzata dalla crescente interdipendenza dell’umanità e da una complessità senza pari degli universi culturali.

Ora assistiamo alla fine provvisoria dell’era ideologica, ma ciò non significa la sua scomparsa definitiva, perché le utopie riemergono continuamente nel secolo e ne costituiscono la trama significativa.

Ora, la visione pluralistica del mondo si è, di volta in volta, opposta alla visione monistica e dogmatica della realtà. In secondo luogo, l’Unione europea deve continuare a svolgere un ruolo di primo piano nel processo di democratizzazione e nel processo di democratizzazione, in particolare nel processo di democratizzazione e di democratizzazione. e all’ordine universale nel mondo. Ecco perché l’Occidente non ci sembra finito ed è ancora lontano dall’essere, escluso il suicidio e la storia sfigurata.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

6 gennaio 2022