Mantenere la linea, conservando le parole

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di Lorenzo Maria Pacini

Sul fronte di guerra, è essenziale mantenere la linea, pena la perdita di terreno e la sconfitta. Il mondo oggi avanza con l’arma dello sproloquiare senza freno, riversando parole su parole in un diluvio costante di informazioni, travolgendo chiunque non si lasci trasportare dalla marea tumultuosa dei lemmi.

La nostra civiltà adopera il linguaggio in una maniera chiaramente immoderata: parliamo in ogni occasione, ci esprimiamo quasi senza pause, interroghiamo, commentiamo tutto quasi come se ci sentissimo trascinati a farlo. Questo modo di abusare del linguaggio, tipicamente occidentale e radicalmente postmoderno, non è universale, tant’è che la maggior parte delle culture che pretenziosamente chiamiamo “primitive” si serve del linguaggio con parsimonia. Ogni parola ha un peso, un valore e soprattutto un suo utilizzo che deve essere adeguatamente misurato le manifestazioni verbali sono spesso limitate a circostanza prescritte, al di fuori delle quali si risparmiano non per ignoranza, ma per osservanza, cosa che implica una costante attenzione al contesto in cui si è presenti e a come si posiziona il proprio ego in esso.

Nel mondo dell’informazione giornalistica, è difficile parlare di silenzio perché è l’esatto opposto di ciò che, per definizione, si deve svolgere, anzi in certi casi è visto come il demone da esorcizzare perché comporta la perdita del flusso, quindi di soldi e di successo. Quanto, bisogna domandarsi, questo modo di fare informazione nutre l’individuo piuttosto che gettarlo come profugo in mezzo ad un mare di cui non conosce le rotte? Un periodo di silenzio editoriale forzato spinge a considerare come mantenere la linea conservando le parole, vale a dire non perdere il ritmo dell’informazione senza, però, avere il bisogno di pubblicare costantemente. È un lavoro difficile, perché è quasi interamente extra-editoriale, fuori contesto, avulso dalle logiche del giornalismo, e per tale ragione è incredibilmente terapeutico.

Bisogna creare luoghi dove fermare la nostra fretta e aspettare la nostra anima. Le parole sono l’espressione del Logos, ci insegnano gli antichi filosofi, non si possono lasciar scorrere come un’emorragia incontrollata senza perderne i sensi e, quindi, la coscienza; recuperare la dimensione interiore del nostro parlare motiva il silenzio esteriore, permettendoci di ri-ordinare il dialogo all’interno di sé. Il passo successivo nella buona e libera informazione giornalistica è smettere di combattere da soldati e cominciare a ragionare come i generali: il soldato semplice attacca, usa le armi, è costantemente agitato alla trincea; il generale impiega l’intelletto, ragiona, ma soprattutto osserva. La differenza fra i due è che uno è governato sulla linea, l’altro governa le linee.

Foto: Idee&Azione

10 dicembre 2021