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Nelle mani dei boia dell’Ucraina

di Laurent Brayard

Questo articolo e queste testimonianze sono stati raccolti da Laurent Brayard il 29 novembre 2015 a Donetsk. Le inchieste, condotte nel 2015 e nel 2016, avevano lo scopo di dare voce agli abitanti del Donbass o dell’Ucraina che erano stati vittime della repressione politica, delle torture e delle esazioni da parte dell’esercito ucraino, dei battaglioni di repressione e della polizia politica dell’SBU. Queste persone erano state arrestate o rapite, e poi, dopo un periodo più o meno lungo di detenzione illegale in Ucraina, erano state scambiate dai repubblicani del Donbass. Le testimonianze, che sono già molto vecchie, mostrano che per 8 anni l’Ucraina ha compiuto atti terribili contro l’etnia russa nel paese, praticando la tortura e senza alcuna reazione dei media occidentali. Tutte queste testimonianze possono essere utilizzate nei futuri tribunali affinché sia fatta finalmente giustizia.

Dopo la tortura, la difficoltà di testimoniare

Centro di Donetsk. Sto aspettando un paio di prigionieri scambiati dai repubblicani con gli ucraini. Sono sorpreso di vedere sei persone arrivare nei nostri uffici. L’intervista pianificata è capovolta, diventa difficile fermare il flusso di parole di tutti. Tutti hanno paura, hanno famiglia nella zona occupata del Donbass, vengono da diverse località, in particolare dai dintorni di Marioupol, ma anche da Kharkov. È un vero flusso di orrori che emerge rapidamente. Scambiati circa un mese fa, sono stati interrogati dalle autorità repubblicane, ma anche dalla Croce Rossa Internazionale che è presente a Donetsk. Per un’ora e mezza, entro nei corridoi dell’inferno. Il primo testimone è un giovane uomo, è agitato, si spaventa alla vista dei computer, va in panico, cammina su e giù per i nostri uffici. Sarà impossibile intervistarlo, è estremamente nervoso e ripeterà più volte che la sua famiglia è in grave pericolo se un video, una foto o il suo nome appaiono su Internet. Un secondo testimone, un uomo sulla cinquantina della regione di Donetsk, accetta di parlare alla telecamera. L’intervista è di breve durata, la sua voce si affievolisce rapidamente, le sue emozioni sono troppo forti perché possa dare una testimonianza in questo momento. Un terzo testimone fa un cenno con la testa, si allontana e sembra altrettanto spaventato ma più calmo dei primi due. Rimarrà seduto, con le spalle abbassate, ma deve avere molto da rivelare, e come gli altri dovrà aspettare.

Rivivendo mesi di torture e angosce, anni dopo questi uomini avranno ancora difficoltà a parlare dell’insopportabile. Un quarto uomo, di circa 55 anni, si lancia nella sua storia, che non smetterà per un’ora: “Sono stato arrestato nel dicembre 2014 da quattro uomini dell’SBU. Mi sono saltati addosso, mi hanno messo un sacco in testa e mi sono ritrovato in un duro interrogatorio. Come molti, ero stato un manifestante anti-Maidan, ma non avevo mai preso le armi o dimostrato la mia opposizione se non pacificamente. Mi hanno messo davanti agli occhi un documento che ho dovuto firmare. Ero già stato picchiato duramente, con un manganello, un bastone, piedi, pugni. I colpi piovevano. Alla fine, ho accettato di firmare, hanno minacciato di attaccare la mia famiglia: “sappiamo dove abita tua figlia, un po’ di deviazioni in auto e la questione sarà risolta rapidamente”. Così ho firmato. Sono stato portato in diverse prigioni, alla fine sono stato rinchiuso in una cantina a Kharkov con altri prigionieri. Avevamo solo un piatto di kacha e una fetta di pane al giorno. Come gabinetto avevamo solo un secchio e il mio compagno qui può testimoniarlo, siamo stati portati fuori solo cinque volte in dieci mesi per fare una doccia”.

“A un certo punto sono stato processato, erano passati due mesi, il foglio che avevo firmato diceva che ero ‘un coordinatore dell’artiglieria dei separatisti’, ovviamente una vile bugia. Era una parvenza di tribunale, un giudice, un procuratore, un avvocato con cui ho parlato solo cinque minuti, il caso è finito in pochi minuti. Hanno prolungato la mia reclusione in questo modo per due mesi alla volta. Mi portavano al tribunale in catene e sempre con un sacco sulla testa. Una volta ho sentito un uomo parlare inglese, ma non l’ho visto in faccia, ero sempre con il sacco in testa. Una volta sono venuti a prendermi, mi hanno detto che ero libero, mi hanno dato il passaporto, mi hanno rubato i soldi, il telefono, non ho mai potuto chiamare la mia famiglia in 11 mesi. Mi hanno dato il passaporto ucraino, sono uscito dalla prigione, ma appena ho attraversato la porta, cinque uomini mi sono caduti addosso. Sono tornato lì, con un sacco in testa, e sono stato trascinato in una cantina. Non so per quanto tempo mi hanno picchiato, si perde la cognizione del tempo, era buio, non c’erano finestre. Mi hanno lasciato su uno sgabello per un tempo infinito, dicendomi che gli uomini che avevano bisogno di addestramento sarebbero venuti a prendersi cura di me più tardi. Solo una volta ho potuto vedere l’insegna di un soldato, la mia borsa era scivolata sotto i colpi, era l’insegna del battaglione di rappresaglia Dnepr-1.

In un sotterraneo, in una cella con le grida di prigionieri disperati. L’uomo parla senza sosta, a volte sento la sua paura, la sua rabbia o il suo odio, sempre percepisco i fremiti della sua anima, perché certamente rivive le scene che racconta: “La nostra prigione era in un seminterrato, eravamo in 13 in una stanza di 5 metri per 8. L’unica finestra era bloccata, eravamo incomunicabili. Non ci era permesso di parlare con gli altri prigionieri. C’erano anche delle donne. Una di loro, una giovane donna, è stata rinchiusa per un mese tutta sola, al buio e senza parlare con nessuno. Quando la portavano fuori per una breve passeggiata nel corridoio, parlava da sola, stava impazzendo, non ci era permesso parlare con lei, so che si chiamava Aniouta, tutto qui. La Croce Rossa è venuta nella nostra prigione. L’ho saputo da una donna svizzera, Charline Frantz, che è venuta a visitare la prigione. Mi ha detto che gli ucraini avevano mostrato loro delle celle vuote e pulite, che avevano fatto un giro veloce, le ho poi detto dove eravamo, nella cantina con diverse decine di prigionieri, lei parlava russo, non molto bene ma abbastanza per farmi capire che era venuta nella nostra prigione. Non potevamo vedere nessuno, eravamo costantemente umiliati dalle guardie. Finalmente, in ottobre ci hanno detto che saremmo stati liberati, siamo stati portati in un posto vicino al fronte. Alla fine siamo stati riportati a Kharkov, erano furiosi, ‘sono i separatisti che hanno rovinato il vostro rilasciò ci hanno detto, ma sapevamo che era sbagliato”.

L’uomo ansima, il suo coraggio, il suo dolore risveglia i sensi degli altri prigionieri scambiati. È allora un susseguirsi di orrori tristemente identici che si diffondono nelle conversazioni. Un quinto uomo è lì con sua moglie, anche loro finiscono per parlare: “Sono venuti ad arrestare mio marito mentre veniva a prendermi al lavoro, era in strada, gli sono saltati addosso, è finita in pochi minuti. Non ho mai saputo dove fosse, ma avevo la speranza che tornasse. Ho vissuto così per un anno. All’inizio ricevevo telefonate a tutte le ore del giorno e della notte: “Subirai la stessa sorte di tuo marito, vai in Russia, in Bielorussia, non vogliamo più vederti qui, così un giorno sono partita e mi sono rifugiata da parenti che ho a Rostov”. La giovane donna non ha ancora trent’anni, continua il suo racconto mentre il marito a volte ridacchia, una risata inquietante e nervosa, un rictus di sofferenza: “Mi picchiavano selvaggiamente, la cosa peggiore è che non facevano domande, erano solo colpi e ancora colpi. Quando uno era stanco, un altro prendeva il suo posto e poi sapete il resto, mi hanno buttato in una prigione con i compagni che sono qui, 11 di noi sono stati liberati. Quando ci hanno liberato eravamo emaciati. Tutti noi soffriamo di lesioni traumatiche dovute alle sessioni di tortura. Io ho diverse vertebre danneggiate nel collo, il mio amico qui ha cinque vertebre in mezzo alla schiena. È dovuto ai ranger militari che mi colpiscono alla schiena, a volte con il bordo del tallone. Credo che ci sia una giustizia divina, Dio vede e dovranno comunque fare riferimento a lui, un giorno o l’altro.

Dalla Gestapo ai futuri tribunali. L’intervista svanisce, il susseguirsi di orrori e torture è stato così intenso che io stesso faccio fatica a ricordarlo tutto. Ce ne sono troppi, quale fatto dovrebbe essere evidenziato piuttosto che un altro? Mi immagino facilmente di intervistare un combattente della Resistenza francese di fronte alla Gestapo, capisco in questo momento l’infamia di questi atti disumani. Tutti loro finiscono per dirmi che vogliono parlare con me, per continuare, propongo di lasciar passare del tempo e di intervistarli uno per uno. La sera, non vado oltre, è il mio lavoro tornare a casa con questo “bagaglio”, e devo occuparmene. Una cosa è leggere delle atrocità commesse dalla Gestapo, ma rendersi conto che l’Ucraina di Kiev nel 2015 sta commettendo gli stessi crimini è insopportabile. Ma prima del giornalista, c’è lo storico. L’uomo è sicuramente la peggiore specie che abbia mai respirato sulla nostra Terra, ma anche la migliore. So che i carnefici saranno abbattuti, la storia si occuperà di loro. I prigionieri scambiati hanno dichiarato prima di partire che a quest’ora centinaia di persone sono ancora nelle terribili condizioni di detenzione, dove si sono trovati…

Pubblicato in partnership su Donbass Insider 

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Donbass Insider

8 maggio 2022