Nessuno dovrebbe essere sorpreso dal fatto che la Nuova Zelanda sarà probabilmente il prossimo membro dell’AUKUS

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di Andrew Korybko

Il vicesegretario di Stato americano Wendy Sherman ha dichiarato, durante il suo viaggio in Nuova Zelanda, che il suo Paese sarebbe interessato ad avere una “conversazione” sul futuro interesse della nazione insulare ad aderire all’AUKUS. Nelle sue parole, “abbiamo sempre detto che in futuro, mentre guardiamo ad altre tecnologie emergenti e a ciò che può significare per la sicurezza di tutti nel mondo, potrebbe esserci la possibilità che altri si uniscano, quindi certamente se dovesse arrivare quel momento, la Nuova Zelanda è un Paese con cui avremmo una conversazione”. Sarebbe uno sviluppo destabilizzante a livello regionale se questo blocco militare anticinese si espandesse, ma nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto che la Nuova Zelanda sarà probabilmente il suo prossimo membro.

L’autore aveva previsto all’inizio di giugno che “l’addestramento della Nuova Zelanda alle forze di Kiev nel Regno Unito lascia intendere il suo interesse a entrare nell’AUKUS”, spiegando che Wellington stava partecipando a questa inutile missione militare dall’altra parte del mondo per dimostrare il suo impegno e il suo valore nell’alleanza anticinese. Questa interpretazione degli eventi è stata poi confermata, col senno di poi, dall’ultima dichiarazione di Sherman, che segue anche la partecipazione della Nuova Zelanda al blocco “Partners in the Blue Pacific” (PBP), guidato dagli Stati Uniti, per contenere la Cina nel Pacifico meridionale. Questa struttura di recente costituzione è sostanzialmente AUKUS+, poiché include i tre membri del primo, oltre al Giappone e alla Nuova Zelanda.

Questa osservazione e la dichiarazione di intenti di Sherman suggeriscono fortemente che la Nuova Zelanda sarà probabilmente il prossimo membro dell’AUKUS. Inoltre, si dà credito alla previsione che anche il Giappone probabilmente seguirà le sue orme, portando così all’espansione a nord e a sud della cosiddetta “NATO asiatica”. Tra gli altri membri potenziali figurano le Filippine, partner degli Stati Uniti per la difesa reciproca, che il Segretario di Stato Antony Blinken si è recentemente impegnato a “difendere” dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale durante il suo viaggio a Manilla lo scorso fine settimana. Per quanto riguarda la Corea del Sud, nonostante il filo-americanismo della sua nuova leadership conservatrice, non è ancora chiaro se Seul aderirà formalmente o anche solo informalmente ad AUKUS+.

In ogni caso, la probabile espansione di questo blocco alla Nuova Zelanda nel prossimo futuro conferma le precedenti critiche dei Paesi multipolari, secondo cui si tratta di una variante regionale della NATO destinata a contenere la Cina, proprio come la sua ispiratrice cerca di fare con la Russia. Lo schema più ampio in gioco è che gli Stati Uniti stanno cercando di replicare il modello strutturale utilizzato nella vecchia guerra fredda in Europa contro l’ex URSS nella nuova guerra fredda contro la Cina, dopo aver recentemente ringiovanito la NATO a seguito dell’operazione militare speciale di Mosca in Ucraina, provocata nientemeno che da Washington stessa. La discussione sulla possibile adesione della Nuova Zelanda all’AUKUS giunge inoltre in un momento unico per il “Pivot to Asia” degli Stati Uniti.

La quasi-Presidente degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, ha appena creato problemi con la Repubblica Popolare attraverso il suo ultimo viaggio a Taiwan, che probabilmente aveva lo scopo di creare artificialmente il pretesto per riprendere la priorità della politica di contenimento anticinese del suo egemone unipolare in declino. Come l’autore ha analizzato la scorsa settimana, l’inatteso tempismo di questo sviluppo, dopo che molti osservatori pensavano che non si sarebbe ripetuto fino a un momento (forse molto) più lontano nel futuro, a causa della guerra per procura della NATO guidata dagli Stati Uniti contro la Russia attraverso l’Ucraina, si verifica proprio perché la suddetta guerra per procura non ha raggiunto i suoi grandi obiettivi strategici.

Bloomberg ha inferto un duro colpo al soft power degli Stati Uniti riconoscendo i guadagni strategici della Russia in Africa e ammettendo che solo la metà del G20 si è conformata alle richieste americane di sanzionare Mosca, il che dimostra che la Russia è tutt’altro che isolata. Anche altri mezzi di comunicazione mainstream (MSM) hanno recentemente pubblicato rapporti dannosi che hanno spostato in modo decisivo la narrazione ufficiale sul conflitto ucraino e sui presunti risultati ottenuti rispetto alla Russia. Amnesty International ha dimostrato che Kiev sta militarizzando illegalmente le aree residenziali, sfruttando i civili come scudi umani, mentre CBS News ha avvertito che le armi occidentali inviate a Kiev potrebbero finire nelle mani dei terroristi.

Il Guardian, nel frattempo, ha criticato il livello estremamente basso di addestramento militare che le forze di Kiev hanno ricevuto fino a questo momento. La CNN ha poi ammesso che la crisi alimentare globale non è interamente dovuta al conflitto ucraino, a differenza di quanto sostenuto in precedenza dai funzionari statunitensi. Anche l’accademico norvegese Glenn Diesen ha colto i segnali del MSM per chiedersi nel suo ultimo articolo: “Mentre la marea gira in Ucraina, gli Stati Uniti si stanno preparando a gettare Zelensky sotto l’autobus?”. A prescindere da quanto tempo ci vorrà perché questo scenario si realizzi, di certo sembra che le scritte siano già sul muro, il che porta naturalmente a pensare che gli Stati Uniti si stiano attivamente preparando a riprendere il loro “Pivot to Asia” per contenere la Cina.

Queste dinamiche di fondo aiutano a dare un senso alla tempistica della dichiarazione di Sherman relativa alla possibile adesione della Nuova Zelanda all’AUKUS. I tasselli geostrategici stanno tutti cadendo al loro posto uno dopo l’altro per creare l’impressione convincente che la guerra per procura della NATO guidata dagli Stati Uniti contro la Russia attraverso l’Ucraina non abbia raggiunto i grandi obiettivi strategici che ci si aspettava da essa, motivo per cui Washington è ora disposta ad accelerare l’inevitabile ripresa del suo “Pivot to Asia” in risposta, invece di aspettare almeno diversi anni come molti osservatori si aspettavano. L’espressione dell’interesse pubblico a espandere formalmente l’AUKUS è molto probabilmente intesa a segnalare all’Asia-Pacifico che la valutazione di cui sopra è effettivamente accurata.

Naturalmente ci vorrà del tempo prima che gli Stati Uniti riorientino il loro grande obiettivo strategico verso quella regione, dopo aver dato bruscamente la priorità al contenimento della Russia dopo aver provocato la sua operazione militare speciale in Ucraina, ma non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che tutto si stia muovendo in questa direzione. L’AUKUS potrebbe anche non espandersi subito, che sia la Nuova Zelanda a diventarne il prossimo membro o chiunque altro, ma anche questo sembra essere un fatto compiuto considerando le tendenze più ampie in gioco. Se da un lato questa intuizione è di cattivo auspicio per la Cina, dall’altro suggerisce alla Russia che un po’ di sollievo dalla campagna di contenimento occidentale senza precedenti guidata dagli Stati Uniti potrebbe alla fine arrivare.

Pubblicato in partnership su One World – Korybko Substack

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

12 agosto 2022