Noi siamo il diavolo: il “doppiamente infantile”

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di Massimo Selis

Quando la terra trema si perdono i punti di riferimento e l’equilibrio. La nostra mente è attraversata come un lampo dall’idea che tutto ciò che abbiamo costruito, tutto ciò che materialmente possediamo, potrebbe venire distrutto. E se per grazia la scossa non è stata così violenta da trasformare le mura in polvere, ci troveremo a raccogliere qualche coccio, a riposizionare gli oggetti caduti o spostati dalle forti vibrazioni. Così tutto tornerà al suo posto, dove è sempre stato.

Quanto è accaduto negli ultimi tre anni è simbolicamente una scossa di terremoto. Forte ma non sufficiente per polverizzare l’edificio di questa società. E non poteva esserlo, poiché altrimenti troppi cadaveri sarebbero stati schiacciati dalle macerie. Diciamo allora che è stato un “soprannaturale avvertimento”: la Pedagogia Divina agisce per gradi. Ma l’emergenza, la rabbia e la paura sono rientrate. Ci si è adoperati con ogni mezzo per rimettere a posto ogni cosa, a buttar via i cocci sparsi qua e là, quasi come se nulla fosse accaduto. Ognuno è ritornato comodamente nella sua “casa”.

Così, oggi ci troviamo nuovamente precipitati nello scontro frontale fra le milizie progressiste e quelle conservatrici; fra coloro che starnazzano per la possibile messa in discussione dei cosiddetti “diritti civili” e coloro che si entusiasmano per l’elezione di certi personaggi alla terza carica dello Stato e al Ministero della Famiglia; fra coloro che vorrebbero guidare l’umanità verso la sua “schiavizzante evoluzione” transumana e coloro che si gonfiano il petto per essere a imperitura difesa dei “valori tradizionali”.

Del resto nella propria casa si sta comodi, riparati e al caldo. Si ritrova il conforto degli amici. Il male è tutto là fuori, oltre le finestre. La casa è l’identità di un gruppo; è l’identità dei singoli che “esistono” solamente in quanto appartenenti a quel gruppo. Eppure questo dualismo identitario che fa cozzare le armi di una milizia contro l’altra – ognuna delle quali si ritiene depositaria del bene e della verità – è quantomai tragico. È il perenne inganno della storia in cui gli uomini precipitano anche quando sono animati dalle migliori intenzioni.

Tutti, o quasi, sanno che diavolo viene dal greco dia-bàllo, getto di traverso, creo separazione. La prima e più grande è la separazione fra il nostro mondo fisico e quello divino. Per questo egli è denominato da Cristo come il «principe di questo mondo». Ma forse pochissimi si soffermano sul fatto che la vera medicina contro tale disunione è il simbolo, sym-bàllo, ovvero getto insieme. Da qui infatti il Pontifex, colui che “getta il ponte” tra i due mondi. Che il simbolo sia un elemento ormai estraneo alle vite delle persone e dei gruppi sociali, o che al massimo rispunti fra le chiacchiere di un certo “tradizionalismo da salotto”, è un fatto che nessuno può negare, pena il cadere nel ridicolo. L’uomo di quest’epoca finale non è un “uomo simbolico”, ci si passerà l’espressione. Non legge i Segni della Storia come guida per la sua vita. Non osserva la Creazione come un tempio a cielo aperto di simboli, per cui ogni cosa nel mondo fisico rimanda ad un’altra nel mondo immateriale. Non legge il Testo Sacro cercandovi i sensi nascosti, ovvero simbolici, ma si accontenta di trarre una morale dalle storie di superficie: “teatro” le definiva S. Agostino. Il simbolo pare completamente scomparso dalla scena di “questo mondo”. E se è lui ad essere scomparso dovremmo allora comprendere chi l’abbia occupata. Ma vi è di più.

Diabolos può essere compitato anche come di-abalos, ovvero doppiamente infantile. È la schiavitù dell’Io carnale che rifiuta di svilupparsi nella dimensione dell’Io animico. Le tentazioni di Gesù nel deserto possono essere lette anche in tal modo, così da far comprendere come la traiettoria del Cristo, e quindi di ogni uomo, è quella di superare lo stadio della semplice esistenzialità per accedere alla libertà animica ed infine alla santità o divinizzazione.

Guardando allora lo scontro ancora oggi in atto fra le due “eterne” opposte fazioni ci dovremmo accorgere che manca la chiave di lettura in grado di decifrare quali siano le reali forze che agiscono nel mondo lungo la Storia.

Le forze della Sovversione non agiscono con una sola mano, ma con due. Portano avanti il loro piano servendosi e della Rivoluzione e della Reazione. La prima agisce per il «dissolvimento degli argini», la seconda con la «cristallizzazione dei privilegi». Puntualizza Silvano Panunzio: «Un regime, una società, una cultura reazionari provocano immediatamente – per la legge psico-cosmica dei rimbalzi, analoga alla ben nota legge che opera nella fisica – un regime, una società e una cultura rivoluzionari». Uno sguardo capace di andare in profondità si accorge di come il torto non alberghi tutto da una sola parte, ed elementi di verità si trovino spesso mescolati all’errore. Per superare questo dualismo bisogna risalire al Principio: alla Tradizione. Si commette però un errore madornale, continuando ad intendere la Tradizione come qualcosa di statico e quindi ad identificarla riduttivamente con la Reazione. Essa al contrario è Viva e cammina lungo la Storia adeguandosi con Sapienza ai tempi e ai luoghi, rimanendo però al suo interno sempre la stessa. È il mistero dell’Uno che eternamente si rinnova nel molteplice.

La Tradizione vince il dualismo perché non si situa sullo stesso piano dei due eterni contendenti. Il vero “uomo della Tradizione” sa bene che Dio con la sua Provvidenza guida la Storia dall’alto anche quando sembra che il mondo sia dominato dai vari Saul. Perché Dio, in verità, si serve anche delle forze del male, perfino dell’Anticristo nella lotta fra il bene e il male, per condurre l’Umanità e il Creato verso Nuovi Cieli e Nuova Terra. È la legge dell’eterogenesi dei fini. Riconoscere e sperimentare questo è Sapienza Metapolitica.

La Tradizione perciò ha un fine ben più ampio e radicale: avvera la Restaurazione dell’ordine primigenio, del Creato non corrotto, dell’Uomo integrale, l’Adamo, e ancor più su. Essa non separa, ma tutto “comprende” nella Totalità. Cristo infatti è venuto a compiere l’Opus restaurationis a seguito dell’esilio dell’Uomo dal Paradiso Terrestre.

Non intendere questo Principio lascia l’umanità in balìa delle forze sovversive che con alternanza di colori si siedono al potere. Posizionarsi in una delle due “case” costruisce solamente l’illusione di avere un domani una medaglia al petto – e così non sarà – ma non ci fa militi per la Verità. L’uomo così infatti dimostra di restare ad uno stadio infantile, e con un’intelligenza incapace tanto della purezza aerea della colomba che della astuzia terrestre del serpente.

È un Uomo incatenato nel suo peccato originale; che non accetta di seguire la traiettoria del Cristo che dall’Io esistenziale si dilata nell’Io animico e raggiunge poi la piena libertà divina. Egli si fa dunque di-abolos, doppiamente infantile, appestando la terra e ritardando per sua esclusiva colpa l’instaurazione del Regno di Dio. Si fa «principe di questo mondo» perché a lui solo si inginocchia, restando cieco ai simboli che lo solleverebbero dalla polvere.

Il tempo stringe. Le prove incalzeranno con ritmo sempre più veloce. Occorre accettare l’invito divino e divenire adulti nello sguardo e “nel giudizio” come ci ricorda anche San Paolo. Non è con gli occhi rivolti ad un mitizzato passato che si combatte «la buona battaglia». Servono gli occhi dell’aquila che dall’alto vede la Rovina di “questo mondo” e si adopera con ogni mezzo – intellettuale e fisico – per cooperare alla grande opera di Restaurazione.

Foto: Idee&Azione

24 ottobre 2022

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