Oggi, questa notte

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di Massimo Selis

Il Sole si oscurerà

La Luna non tesserà più la lana

Le stelle cadranno – tenebre –

Desolazioni e nel mondo

Nessun compimento.

Così recitano i primi versi della poesia Oggi, questa notte di Jean Òre. È la notte del Getsemani, è la notte oscura dell’anima, ma per noi, uomini dei Tempi Ultimi, rappresenta anche la notte dell’Umanità. Una notte che va attraversata sino al suo fondo, nero e immenso. Perché proprio da quel fondo nascerà una luce che abbaglierà ogni pupilla, che piegherà molte ginocchia e trasformerà molte grida in canto.

La discesa accelera il suo moto, ma è ancora lontana la sua fine. Essa, seppur terribile, partecipa ad un disegno provvidenziale. L’occhio umano, quando immerso nell’oscurità, si adatta ad essa e diviene poco alla volta sempre più sensibile, cosicché una luce troppo intensa lo potrebbe accecare. Simbolicamente quindi, “scendere nell’oscurità” è propedeutico ad affinare lo sguardo interiore.

Nei primi versetti della Genesi si legge: «Divise Iddio la luce dalla tenebra; e Iddio chiamò la luce giorno e chiamò la tenebra Notte» (Gn 1,4-5). Se oltre il significato letterale, che ha valore assai relativo, proviamo a darne una lettura teologica più profonda potremmo anche intendere che con luce (emera) l’agiografo vuole indicare il Cristo, Luce del mondo; con la tenebra/notte (nyx) il mondo creaturale e transitorio immerso nelle tenebre appunto. L’uno, il Cristo-luce, penetra e informa l’altro, cosicché noi anche se immersi nella dimensione notturna possiamo scoprire la presenza e i segni della rivelazione. È necessario allora che questa umanità raggiunga oggi il punto più basso della sua vicenda creaturale, finché essa non si ritrovi completamente cieca. Solo nel momento in cui si riconoscerà tale potrà finalmente volgersi alle piccole fiammelle che, da lontano, lasciano pregustare la fiamma di una nuova aurora.

Appena dopo il vespro della deposizione del Cristo nel sepolcro, «già splendevano le luci del sabato»: così racconta Luca. Appare evidente che il testo non stia ad indicare un riferimento temporale – dopo il vespro giunge l’oscurità – piuttosto queste sono immagini del Crocefisso, vero fuoco dello Spirito acceso nel regno della tenebra. Il buio che aveva ricoperto tutta la terra doveva preparare le “pupille interiori” a questi bagliori divini. Per quanto allora terribile possa apparire la notte che stiamo ora attraversando, dobbiamo rinforzare la consapevolezza che le doglie precedono ogni parto, eppure il ricordo del dolore svanisce in fretta davanti alla gioia della nascita. La notte non è la morte del sole, ma semplicemente il suo celarsi agli occhi dell’uomo.

L’arco teso che parte dal punto Alfa ha ormai quasi toccato il punto Omega (Ap 21,6). “Questo mondo” sta per terminare il suo percorso. Lo farà certo con gran fragore e non risparmierà sofferenze e vittime, perché ogni fine porta con sé turbolenze, ogni passaggio si accompagna al dolore. Il traguardo del “Nuovo Mondo” esercita quindi la sua attrazione sugli uomini e sul cosmo tutto, perché si compia la purificazione necessaria prima del gran passo.

Le certezze si andranno via via sgretolando anche in coloro che erano ritenuti guide sicure per molti, perché tutto il loro sapere ha uno sguardo vecchio, incapace di volgersi alla splendente novità che ci attende: Nome nuovo, nuovo parto della Vergine, e quindi una nuova e più profonda comprensione della Rivelazione divina. Tutti i discorsi che si odono hanno già ora un sapore antidiluviano, e non potranno reggere l’urto delle forze della Sovversione. Si confiderà in una vittoria mondana che non giungerà mai, e ogni sconfitta confezionerà la tomba di qualche idea. Sempre più schiacciato dalle avversità, isolato ed impaurito, l’uomo non troverà più nulla a cui aggrapparsi. Le tenebre lo opprimeranno da ogni parte, fino a che egli, cadendo in ginocchio, emetterà un grido e riconoscerà di essere cieco.

Difronte alla tragedia e alle storture del nostro tempo le analisi e le soluzioni avanzate nascono dallo stesso terreno avvelenato che ha prodotto i frutti malati. Non si può pensare di curare una società moribonda semplicemente raddrizzando le devianze morali, scacciando le élite corrotte, riequilibrando gli assetti internazionali, e così via. Difronte allo scempio perpetrato nella scuola non si può ancora, con atteggiamenti infantili, dissertare solo di insegnanti coraggiosi e coerenti, senza riconoscere che questo è un Segno che ci mette davanti ad una nuda e crudele verità: tutto il nostro impianto formativo è contro-iniziatico, ed esso, anziché accompagnare l’uomo alla sua piena realizzazione spirituale, lo allontana irrimediabilmente da tale scopo. Difronte ai soprusi, e ai ricatti sul lavoro è imprescindibile recuperare il suo vero volto, attraverso il riconoscimento e il sostegno alla vocazione di ognuno. Vocazione che non è sinonimo di passione e non si esplicita tanto in una retta prassi morale, quanto nel conformarsi alla propria traiettoria ontologica, al divenire ciò che si è chiamati ad essere. Mostrare altri esempi della medesima natura ci costringerebbe a dilungarci oltremodo; lasciamo al lettore il compito di proseguire.

È quindi l’intera esistenza dell’uomo che necessita di venire plasmata di nuovo. È l’uomo stesso che, abitata la torre della sua più grande e dolce illusione, ora è chiamato ad abbatterla. Deve perdere ogni briciolo di fiducia nelle sue vedute, nelle sue conquiste materiali, ma soprattutto culturali, nei suoi titoli, nella posizione che gli dà la sicurezza di essere vivo. Vedrà così finalmente che la torre da lui costruita era una gigantesca prigione, buona solo per anime che non aspiravano a nulla più che ad una “eccellente mediocrità”. Le voci che prima gli apparivano sagge risuoneranno come un gracchiare fastidioso. Taciterà allora ogni impulso che sale dal basso, ritroverà il silenzio, e finalmente consapevole dello stolto operare dell’uomo che invano si agitava privo di direzione, sarà pronto ad accogliere la grazia che viene dall’alto.

Come duemila anni orsono una Luce è discesa dal cielo nel momento di maggior crisi spirituale dell’umanità, così oggi, con le tenebre che si fanno sempre più fitte, tanto da poterci quasi andare a sbattere, una grazia ancora maggiore porterà con sé chiarezza e verità mai immaginate. Non temete dunque il freddo manto di questa notte, lasciate cadere le vostre certezze che si riveleranno, presto o tardi, insufficienti se non addirittura false. Sarete i beati, quei makàrioi che appunto ricevono i grandi favori da Dio (mak- chàris). L’umanità che quindi è la più decaduta, sprofondata nella sua creaturalità, sarà quella che più di tutte godrà di inaspettati benefici soprannaturali. Le luci del sabato già si intravedono di là dalle colline. Fatevi piccoli e un dono grande giungerà a voi.

Foto: Idee&Azione

20 dicembre 2021