Parmenide vs l’identità di genere

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di Daniele Trabucco

Le premesse filosofiche del post-femminismo decostruzionista e poststrutturalista sono l’humus di cui si alimenta la teoria “gender”. Il gender nega, infatti, l’esistenza e la conoscibilità della natura, riducendo il reale a contingenza “liquida” e fluida; su tali basi si fonda il volontarismo individualistico che assolutizza la volontà arbitraria in un contesto relativistico ove tutto è equivalente e indifferenziato, senza ordine, finalità, gerarchie. In questo ambito emerge una teorizzazione del “gender” che ne rintraccia la radice non nella natura e nemmeno nella cultura o società, ma nella volontà individuale.

Bisognerebbe spiegarlo a tutti i sostenitori della c.d. “teoria di genere”, propinataci dal catto-progressismo, in nome della c.d. logica dell’inclusione che fa coincidere in realtà essere e non essere. Se una persona si percepisce altro da sè, quell’essere altro è un non-essere rispetto a ció che è. Ora, poichè, come insegna Parmenide (515 a.C. – 450 a.C.) e la ferrea logica della scuola di Elea, il non-essere non si puó nè dire, nè pensare (il nulla non é), il percepirsi ció che non si é ma che si aspira a divenire implica un passaggio dall’essere al non essere, cadendo in questo modo in contraddizione: se un uomo vuole essere donna o viceversa, vuol dire che non lo è.

Non rappresenta, forse, questa “l’opinione dei mortali in cui non c’è vera certezza” (cit. Parmenide dall’opera “Sull natura”)? Quei mortali dalla “doppia testa” che affermano contestualmente l’esistenza dell’essere e del non-essere.

Foto: Idee&Azione

8 giugno 2022