Perchè il diritto alla salute mentale è un segno di resa (e perchè tuttavia rimane una battaglia giusta)

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di Lorenzo Centini

Il dibattito recente sulla necessità di rendere il diritto alla salute mentale effettivo – e cioè nella pratica mettere nelle prestazioni passate dal SSN anche consulenze con psicologi e figure simili – è interessante (oltre che giusta, per ciò che vale la mia opinione) ma ha anche interessanti implicazioni sociali e politiche circa l’adattamento alla complessità.

Una società complessa crea, inevitabilmente, frizioni. Inevitabilmente perchè due enti che si articolano reciprocamente producono frizioni, per quanto la loro interazione possa essere misurata, preparata, studiata e controllata. Due enti economici che interagiscono spesso usciranno fuori dalle leggi comuni della domanda-offerta-calcolo razionale. Due persone che interagiscono quasi mai lo faranno dentro i canoni preparati per loro (sempre che questi canoni non siano essi stessi fonte di disagio e dannosi). Due concetti che si contrappongono o due esigenze che si confrontano hanno lo stesso iter.

Questo crea uno sbilanciamento evolutivo: l’interazione tra due enti produce uno squilibrio, che deve essere sanato, il che produce l’interazione tra due enti, la qual cosa produce altro squilibrio, e così via. Siccome le cose “esistono sempre di più”, diciamola così, è evidente che l’aumento delle frizioni è inevitabile. Chiamatela entropia della civiltà, se volete.

In realtà abbiamo esperienza di questo da praticamente sempre. Si chiama Storia. Le civiltà hanno dovuto per prima cosa gestire se’ stesse. E sappiamo quindi molto bene che questa gestione degli squilibri ha molte declinazioni. Lo squilibrio di libertà ha prodotto le riflessioni politiche ed etiche (non a caso i giusnaturalisti partivano dall’esperimento impossibile di un’umanità che ripartisse da zero: cercavano invano il momento 0 della catena di squilibri), lo squilibrio economico quelle economiche, ecc.

Da qualche tempo grazie alla attenzione superiore alla psicologia e alla contemporanea fine della sfera religiosa (le due cose si compenetrano, a meno che non si pensi che la società possa aver fatto a meno per millenni del conforto psicologico: semplicemente esso veniva assolto in modo diverso) abbiamo introdotto anche questo punto di osservazione. Sappiamo che esiste un benessere mentale, e nel corso dei decenni siamo passati, come nella medicina normale, dalla semplice esigenza di non impazzire (evitare la malattia) alla necessità della miglior condizione possibile (Mindfullness, riduzione dello stress, ess).

Di fronte agli squilibri la società si è sempre data due risposte, di solito intrecciate. L’una era risolvere lo squilibrio, cioè sanare una ferita originatasi in un dato momento anche se ripetuto. L’altra era costruire un sistema che evitasse il più possibile tali frizioni, soprattutto quelle superfluee.

Non dobbiamo stupirci. Le leggi e la polizia sono un modo per guarire le frizioni, dal punto di vista della società, mentre la costruzione di un’umanità sana, rispettosa, onesta e sensibile, scopo di tutti i filosofi politici e pedagoghi, era un modo strutturale con cui si voleva ridurre l’insorgere di frizioni. Ridotto al linguaggio medico: prevenire e curare.

La società occidentale che ritiene assolutamente necessario il diritto alla salute mentale è una società occidentale che, di colpo, si rende conto di due fenomeni. Da un lato che ha creato una società che ammala psicologicamente i suoi componenti, in molti modi. E attraverso l’esperienza quotidiana riflessa di miliardi di esseri umani ne scopre sempre di nuovi.

L’altra è l’arrendersi all’inevitabilità di tutto questo. Non ci si impegna a costruire una società che sia meno iatrogena psicologicamente per i suoi componenti: si da per scontato che lo sia. Come nella famosa frase di Fisher preferiamo pensare ad un mondo senza serenità piuttosto che a un mondo meno oppressivo e ansiogeno mentalmente. Anzi, non riusciamo proprio a pensarlo.

Pensiamo che, siccome è inevitabile che il nostro mondo di libertà e produttività produca scompensi, tanto vale curarli. Ma sarebbe come se il ministro della sanità, alzatosi in conferenza stampa, dicesse “Sappiamo di non poter evitare alla gente di fumare, quindi pagheremo check up polmonari a tutti ogni mese”.

Non è ovviamente un discorso di soldi, ma di sistema di pensiero. Ogni società ha sempre prodotto frizioni psicologiche, non ne sorgerà mai una che non le produca. Quel che è terribile, a suo modo, è questo: la società che controlla sempre di più i propri cittadini, nel bene e nel male, si ritiene talmente fissa e inevitabile da darsi per scontata così com’è. Soprattutto, riesce a riconoscere il male che si fa ma non a volerlo superare.

A suo modo quindi la società occidentale ha compiuto un mezzo processo adattativo. Ha scoperto una soglia di frizione e cerca un modo di attenuarla, ma non pensa di poter cambiare per prevenirla. Questo, se si riflette sulla plasticità della mente collettiva, è tremendamente interessante.

Foto: Idee&Azione

17 gennaio 2022