Perché non è ininfluente che Schwab abbia Lenin nel suo ufficio

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di Lorenzo Centini

In una recente intervista Klaus Schwab, propalatore e popolarizzatore del concetto di “Grande Reset”, si è fatto vedere con un busto di Lenin dietro di sé.

Per chi conosce qualcosina della comunicazione politica, lo scenario costituito da un ufficio, o una sala, nella quale viene fornita una dichiarazione, non sono lasciati al caso. Titoli di libri, simboli, quadri e foto devono comunicare un contesto culturale, devono essere il bemolle o il diesis della dichiarazione stessa. Si va dalla foto della famiglia per suggerire normalità alla Treccani intonsa per comunicare cultura anche se la dichiarazione riguarda la variante di valico Barberino-Roncobilaccio.

Quel busto di Lenin alla giusta distanza per essere sia ignorato che notato pertanto non è lì del tutto a caso.

L’accusa più fine che l’Alt-right (semplificazione necessaria) ha rivolto al mondo di Schwaab e alla trimurti governi progressisti/OMS/Corporations è stata quella di aver preso il metodo e la struttura politica diciamo “comunista” (dirigismo/insofferenza alla libertà economica + delazione + eticismo statale) svuotandola del contenuto anticapitalista. Si dice: la Trimurti ha raccolto il testimone della intelligentsija occidentale anni ’70 e dei sogni di Wall Street anni ’90 e li ha messi assieme.

Tralasciando se ciò sia vero (ed è opinione dello scrivente che non lo sia) il copione non sarebbe nuovissimo. Negli ann ’10-’20-’30 le economie di mercato occidentali ragionarono seriamente, e talvolta implementarono, forme di dirigismo parasovietico per superare i postumi della Guerra e del ’29. Non è casuale la transizione dal mondo del maoismo/trotskismo radicale ai piani alti del potere finanziario moderato (Barroso) o l’adozione libertaria-corrosiva/borghese di teorie inizialmente afferenti ad operaismo e movimentismo di estrema sinistra. Su ciò leggere i sempreverdi “La teoria in pezzi” e “stagioni del nichilismo” di Preve.

È possibile che soggettivamente singoli interpreti di Davos e compagnia siano convinti di poter aggiustare il capitalismo tramite questo mix di dirigismo ed eticismo e che si sentano sinceri ibridatori della tradizione di Sinistra Novecentesca. Questo rimane vero nelle loro testoline fintantoché i veri statalisti/formicaisti/rossobruni marcano il terreno. Senza vigilanza sui tradotti politici non è senza senso che il mondo libertario veda cose identiche dove stanno differenze non abbastanza marcate.

MAI dimenticarsi che queste classi dirigenti borghesi, per quanto staccate dal contesto produttivo, per quanto escrescenze delle agenzie mondiali e pertanto non attaccate ai bisogni capitalistici “bassi”, per quanto superficialmente impegnate a dire cose di buonsenso per noi rossobruni vogliono mantenere in piedi il sistema disfunzionale che combattiamo. Vogliono ibridarlo, restringerlo, usando l’arma dolce di puntare su problemi realissimi. Stuzzicano le nostre parti erogene del collettivismo ma vogliono usarci per puntellare ancora un sistema che non supera il problema fondamentale della disparità di proprietà dei mezzi di produzione e della riproduzione Libera delle scelte economiche.

Un tempo un manipolo di guardie rosse li avrebbe chiamato “Deviazionisti di destra”. Sta a noi marcare la differenza in ogni ambito. Perché i cowboy del Michigan passano, gli Schwab e i Bezos restano.

Foto: Idee&Azione

21 febbraio 2022