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Pillole programmatiche [5]: realismo geopolitico, multipolarismo e la prospettiva della neutralità

di Andrea Zhok

Abbiamo già avuto modo di sottolineare il nesso interno cruciale tra la richiesta di ripristino della sovranità popolare e le condizioni di agibilità della democrazia. L’idea di sovranità popolare è gemellata sul piano dei rapporti internazionali con l’idea di “autodeterminazione dei popoli”: di principio ciascun popolo ha diritto al perseguimento delle proprie linee di sviluppo, conformi al proprio tracciato storico-culturale e alla propria collocazione territoriale.

In collisione frontale con questa prospettiva stanno due modelli: il modello imperialista e quello globalista. Entrambi questi modelli assumono che un’unica forma di vita debba imporsi su tutte le altre. Nel caso dell’imperialismo si tratta di una singola civiltà che si intende imporre agli altri, nel caso del globalismo si tratta di un unico modello economico da imporre universalmente.

Nonostante il globalismo si sia diffuso sulla scorta di un’agenda liberale, che alcuni ingenuamente contrappongono alla tensione imperialista, la spinta alla globalizzazione è sempre stata una spinta autoritaria, sostenuta spesso dalla “moral suasion” militare. Le istanze globaliste si confondono nel passato con quelle imperialiste senza soluzione di continuità. È dal fuoco delle cannoniere inglesi sui porti cinesi a metà ‘800 (guerra dell’oppio), passando per i cambi di regime sudamericani fino ad oggi che l’occidente liberalcapitalista (a guida anglosassone) ha promosso l’apertura forzosa dei mercati altrui. La secolare fiaba del “mutuo beneficio del libero commercio” è servita all’occidente per intestarsi, una volta di più, il monopolio del bene e del giusto, giustificando ogni prevaricazione e ogni violenza (“apriamo i mercati altrui in punta di baionetta, ma anche se non lo sanno, è per il loro bene”). Imperialismo e globalismo sono movimenti congeneri, differenziati semplicemente da una retorica differente: l’IMPERIALISMO si propone di norma nella veste paternalistica di chi porta la vera civilizzazione a chi ne è privo, mentre il GLOBALISMO si presenta come diffusione attraverso il ‘dolce commercio’ di un modello di vita intrinsecamente superiore.

Nel mondo contemporaneo imperialismo e globalismo gravitano intorno al medesimo centro politico, che è lo stato nazione americano, l’unico che riserva a sé il diritto all’autodeterminazione (e infatti gli USA non ratificano sistematicamente trattati che li renderebbero oggetti di ingerenza o controllo – ad esempio alla Corte Penale Internazionale).

Adottare il principio dell’autodeterminazione significa adottare una visione geopolitica che sostiene una prospettiva MULTIPOLARE nei rapporti internazionali, dove si assume che, in presenza di asimmetrie di potere tra diverse nazioni, sia comunque auspicabile l’esistenza di una pluralità di poli di attrazione (“potenze”). L’esistenza di una pluralità di poli approssimativamente equipotenti rende meno ricattabili le potenze minori, gli stati più deboli, giacché questi possono oscillare tra diverse sfere d’influenza, avvicinarsi ad una sfera d’influenza differente, se la precedente sfera si dimostra troppo oppressiva, oppure cercare una posizione di neutralità tra esse. Il multipolarismo è la “democrazia” possibile in un campo dove essa è formalmente impossibile, cioè nei rapporti tra nazioni.

Essere province di un impero, o peggio ancora esserne protettorati di fatto, come avviene per l’Italia, ha il solo vantaggio di ridurre le responsabilità del ceto politico (che può perciò permettersi di avere un Di Maio come ministro degli esteri – tanto potrebbe starci anche un armadillo). Tuttavia questo posizionamento rende pedine perfettamente e integralmente sacrificabili, ogni qual volta ciò risulti utile al centro imperiale.

La posizione dell’Italia è oggi delicatissima e pericolosissima. In quanto paese strategicamente collocato tra l’occidente e l’oriente politico, tra Europa atlantica e medio oriente, tra nord e sud del mondo, noi siamo i più esposti ad entrambe le minacce incombenti in questa fase storica: il pericolo di un conflitto bellica e la pressione migratoria.

Quanto alla prima, la situazione per l’Italia potrebbe degenerare da un momento all’altro. Il conflitto russo-ucraino, irresponsabilmente fomentato dagli USA e dalla Nato può degradare in un istante in coinvolgimento diretto. Essendo l’Italia la portaerei americana nel Mediterraneo, qualunque escalation che coinvolgesse in maniera esplicita la Nato ci vedrebbe essere, nostro malgrado, la linea del fronte.

Al tempo stesso l’Italia è sulla linea del fronte anche rispetto al problema esplosivo dei processi migratori. Tassi di migrazione elevati e incontrollati operano sistematicamente come creatori di squilibrio sociale, mettendo a dura prova le strutture di welfare dei paesi ospitanti, fornendo possibile alimento alla criminalità, e creando uno strato di manodopera ricattabile e disposta a tutto, con effetto deleteri di compressione salariale. Perciò immigrazioni massicce su tempi brevi – superiori alla capacità di integrazione e metabolizzazione degli stati d’arrivo – risultano dannose sia economicamente che culturalmente per i sistemi sociali che le subiscono, creando condizioni in cui lo sfruttamento, la precarietà e il ricatto crescono verticalmente.

Su entrambi questi temi la politica (e l’informazione) italiana opera e si esprime ben al di sotto del livello minimo di serietà. I temi vengono trattati sistematicamente come se fossero innanzitutto questioni morali, che chiamano in causa giudizi sentimentali: la lealtà (atlantica) o la brutalità (russa), la generosità dell’accoglienza o l’odio xenofobo, la benevolenza dei buoni o l’ostilità dei malvagi.
Ogni tentativo di rimettere al centro, come necessario in una discussione dove viga il realismo geopolitico, il tema degli interessi nazionali viene liquidato come egoismo, grettezza, nazionalismo.

Questa esistenza virtuale in un mondo fiabesco e moraleggiante, estraneo alla realtà dei rapporti di potere e del confronto tra interessi indipendenti, non è mera bambinaggine innocente, ma è un’operazione di distrazione di massa, che contribuisce a rendere il nostro paese impotente sul piano internazionale: una vittima predestinata.

Ma sia per la sua collocazione geografica che per la sua storia l’Italia potrebbe aspirare naturalmente ad un ruolo di NEUTRALITÀ. L’Italia è la sede del Vaticano, è una delle aree di maggior interesse storico e artistico mondiale e ha quella posizione geopoliticamente mediana che ne fa un candidato d’elezione per un ruolo di non allineamento ed equidistanza in un mondo multipolare.

È chiaro che nel contesto maturato nel tempo il realismo politico esige anche di riconoscere che l’Italia non ha nelle sue disponibilità un’uscita di strappo dalle attuali dipendenze internazionali. Ciò che deve avvenire è l’avvio di un processo di autonomizzazione, che invece è perfettamente nelle possibilità immediate del paese. In questa fase storica, il primo passo indispensabile sarebbe la promozione di trattative di pace tra Russia e Ucraina e l’uscita immediata da ogni coinvolgimento nel conflitto in essere.

Foto: Idee&Azione

5 settembre 2022