Pillole programmatiche [6]: dalla politicizzazione della salute alla ricostruzione di una sanità pubblica

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di Andrea Zhok

La vicenda pandemica ha rappresentato la più spettacolare dimostrazione al tempo stesso del fallimento della politica sanitaria italiana e della sua perniciosa politicizzazione, che durante la pandemia l’ha trasformata in una sorta di braccio armato dell’esecutivo (e dunque anche dei diktat esteri di cui il governo è stato il portalettere).

Che la marcata politicizzazione dell’organizzazione sanitaria nazionale rappresenti un serio problema è questione nota e oramai annosa, emersa per lo più in merito ai reiterati scandali per corruzione, che nel settore sanitario si concentrano in modo inquietante. 

L’unica via d’uscita che i governi che si sono succeduti hanno proposto è stata, ciclicamente, l’idea di porre rimedio alla politicizzazione con la privatizzazione. Questa è infatti la strategia sistematica dei governi neoliberali: distruzione del comparto pubblico a colpi di inefficienza, definanziamento e corruzione, per poter alimentare come salvifica la prospettiva del mercato (in sostanza si corregge un uso clandestinamente privatistico-affaristico della cosa pubblica con una diretta riduzione agli affari privati: tertium non datur).

Per valutare la gestione catastrofica della pandemia in Italia bisogna inquadrarla in questo contesto già ampiamente compromesso dalla politicizzazione del sistema sanitario. 

La pandemia si affaccia in Italia dopo oltre due decenni di riduzione dei servizi erogati e di tagli ai posti letto. La ragione primaria dei lockdown iniziali e poi delle altre misure restrittive non era la letalità del Covid (comparativamente bassa anche con la variante di Wuhan e concentrata sulle fasce più anziane), ma la necessità di evitare la congestione del sistema ospedaliero. 

Il risultato è stato che abbiamo avuto sia i lockdown sia la congestione terminale del sistema ospedaliero, che ha sostanzialmente smesso di prendere in carico pazienti non Covid, salvo emergenze.

Tra i vari dettagli fallimentari da ricordare c’è la mancata disponibilità di un piano pandemico aggiornato e la gestione per mesi dei malati di covid senza predisporre strutture dedicate (facendo degli ospedali i primi luoghi di contagio, insieme alle case di riposo). 

Fin qui la mera inefficienza. 

Poi all’inefficienza ha iniziato a sommarsi la nequizia. Per comprendere qualcosa della patologia Covid si è dovuta attendere l’iniziativa spontanea di medici della bergamasca, che sfidando le raccomandazioni ufficiali contrarie, hanno sottoposto alcuni deceduti ad autopsia, rilevando la natura primariamente trombotica e infiammmatoria del Covid. Nonostante quest’osservazione obbligasse a rivedere completamente i protocolli sanitari, basati sull’attesa dell’evoluzione della malattia, con ricovero finale e interventi di respirazione forzata, si continuò per mesi a puntare tutto sui ventilatori polmonari in terapia intensiva e niente sull’intervento precoce.

La prevalenza delle direttive politiche su ogni valutazione scientifica divenne sempre più chiara, a partire dal protocollo attendista (tachipirina e vigile attesa), durato per oltre un anno dopo che era stato accertato che l’intervento precoce sulla malattia ne impediva la degenerazione nella stragrande maggioranza dei casi. A questo punto i medici che portavano la propria esperienza terapeutica e suggerivano protocolli terapeutici precoci e domiciliari vennero prima diffidati, poi ghettizzati e infine sanzionati o anche radiati. Anche quando questi protocolli terapeutici trovavano conforto in articoli scientifici su riviste specialistiche, l’atteggiamento governativo rimase immutato: l’unica versione accettabile era che non esisteva alcuna terapia efficace e che bisognava solo aspettare l’evoluzione del malanno ed, eventualmente, accedere al ricovero (con situazioni già compromesse).  La vulgata governativa e mediatica era che chiunque non si attenesse rigorosamente alle direttive emanate, demenziali e nocive, dovesse essere considerato un ciarlatano, un Dulcamara da strapazzo di cui diffidare (nonostante la maggior parte di questi medici avessero risultati clinici percentualmente molto migliori di quelli della sanità ospedaliera).

Con l’introduzione dei vaccini la situazione è peggiorata ulteriormente, in maniera esponenziale. 

Si è mentito spudoratamente dall’inizio, affermando ciò che epistemologicamente non poteva essere affermato, ovvero che si fosse di fronte a prodotti farmaceutici di cui era possibile garantire la sicurezza e l’efficacia.

Si è fatto di tutto per impedire la rilevazione degli effetti avversi, con i medici che hanno avuto raccomandazione di “non dare corda ai no-vax” e hanno iniziato sistematicamente a liquidare tutti i problemi temporalmente correlati con la vaccinazione come coincidenze (nessuna correlazione), effetti d’ansia, disturbi psicosomatici, ecc.  (Oggi abbiamo migliaia di testimonianze a proposito).

Quando sono iniziati ad emergere i primi dati internazionali sulle segnalazioni di eventi avversi (VAERS, EUDRAVIGILANCE, ecc.), dove compariva un numero di segnalazioni di eventi avversi oltre 17 volte superiori (in rapporto alle dosi) a tutti gli altri vaccini storicamente in uso, il tema è stato sommerso e negato, e chi cercava di portarlo alla luce è stato screditato, sanzionato, censurato.

I vaccini sono stati forzati sulla popolazione anche quando non c’era nessuna garanzia scientifica della loro sicurezza: sono stati somministrati a donne in stato di gravidanza senza studi randomizzati, sono state imposte combinazioni improvvisate di vaccini diversi rispetto a cui non c’era nessuno studio, sono state proposte reiterazioni della vaccinazione oltre quella iniziale su cui di nuovo  gli studi mancavano.

I dati europei sulla mortalità generale per tutte le cause, che hanno iniziato ad impennarsi con l’avvio della campagna vaccinale del 2021, con numeri ben al di sopra del 2020 (anno del Covid senza vaccini), non sono stati oggetto di alcun approfondimento, così come il numero straordinario di decessi per “malore improvviso” che ha iniziato a manifestarsi nel 2021 (proseguendo a tutt’oggi) non ha incuriosito neanche un po’ nessun insider del sistema sanitario nazionale  – plausibilmente per il timore che approfondendo il tema emergessero verità spiacevoli intorno alla sicurezza vaccinale.

Quanto all’efficacia, si è partiti con l’idea che l’obiettivo da raggiungere fosse l’eradicazione del virus attraverso il raggiungimento dell’immunità di gregge, nonostante tutto quanto si sapeva parlasse contro questa possibilità. 

Poi, una volta compreso che l’immunità di gregge era una fiaba insostenibile, la narrazione si è rifugiata nell’idea che la vaccinazione fosse comunque il mezzo per proteggere gli altri, mentre di nuovo gli studi disponibili da aprile 2021 escludevano che i vaccinati fossero immuni e non trasmissori. 

Infine, senza fare una piega, con pari dogmatismo, la narrazione pandemica si è trasferita alla tesi che la vaccinazione era necessaria per evitare la malattia grave. 

Il fatto che, ovviamente, questi tre obiettivi suggerissero tre strategie completamente diverse non ha portato a nessuna correzione di rotta nell’unica strategia adottata, che è rimasta sempre la medesima “il vaccino è la sola salvezza, e chi non si sottomette è un egoista no-vax”. Sulla scorta di questa serie impressionante di mostruosità scientifiche si è sostenuto il funzionamento del Green Pass e dell’obbligo vaccinale, si sono costrette persone a rinunciare al lavoro, allo sport, all’università, ecc..

A tutt’oggi il sistema sanitario non si è rimesso dal trauma della gestione pandemica; complici anche le sospensioni dei sanitari renitenti alla leva vaccinale (inclusi gli amministrativi!), i servizi erogati continuano a procedere a singhiozzo, con liste d’attesa che inducono chi può permetterselo a rivolgersi al privato.

Quanto di questa Caporetto del sistema sanitario pubblico (e della ragione scientifica) sia dovuto all’incompetenza dei vertici nazionali, quanto alla loro sudditanza politica, quanto all’ignavia di tutti quei medici che hanno chiuso occhi e naso pur di non essere turbati, quanto ad altre cause, questo lo lasciamo decidere al lettore. L’esito complessivo rimane comunque uno solo: la fiducia nella capacità del sistema sanitario pubblico di essere all’altezza delle esigenze della cittadinanza è oggi ai minimi storici.

Il sistema sanitario italiano dev’essere letteralmente ricostruito. Tale ricostruzione deve passare innanzitutto dalla piena trasparenza intorno ai conflitti di interesse nel comparto sanitario, dove l’odierna commistione tra gli interessi delle case farmaceutiche e le decisioni mediche e di politica sanitaria è intollerabile. Il sistema di nomina politica (e clientelare) dei vertici del sistema sanitario e ospedaliero deve essere abolito. È necessario il ripristino della capillarità territoriale dei servizi sanitari, con centri di medicina territoriale e di prossimità. Il principio della libertà di scelta terapeutica dev’essere garantito, e si deve sostenere una concezione della salute pubblica di carattere più preventivo e meno medicalizzato. 

Un sistema sanitario pubblico funzionante è uno dei punti qualificanti irrinunciabili per ogni stato che non voglia perseguire il darwinismo sociale. È naturalmente per questo motivo che l’agenda neoliberale del PNRR, pur presentata all’indomani della crisi pandemica, dedica al comparto sanitario un’attenzione minima. Il compito di una forza politica popolare dev’essere da un lato quello di sottrarre la sanità pubblica ad un condizionamento politico che subordina la ragione scientifica a dinamiche economiche o di potere, e dall’altro di ricostituire un servizio efficiente, diffuso e capillare, che non lasci la salute dei cittadini in balia della disponibilità economica.

Foto: Idee&Azione

9 settembre 2022