Politica senz’Arte

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di Massimo Selis

Questi due maestosi termini, che dovrebbero accompagnarsi di continuo, sembrano in realtà vivere due esistenze parallele. Assai di rado di arte si sente parlare durante le campagne elettorali, e nell’esercizio dei governi; e nelle cronache quotidiane l’arte è sempre relegata in fondo alla fila: prima vengono altre questioni assai più importanti, così almeno ritiene l’uomo d’oggi. E se e quando se ne parla, lo si fa troppo spesso male e a sproposito, come se si avesse a che fare con qualcosa che non si è abituati a maneggiare, che non si conosce se non superficialmente. Un uomo può dire di conoscersi a sufficienza solamente quando ha compreso quale sia il suo compito nel divenire cosmico, quale il suo irripetibile fine. Allo stesso modo possiamo dire di conoscere l’essenza delle cose se abbiamo colto il loro fine. Ad osservare questa umanità verrebbe allora il sospetto che essa abbia smarrito il fine e della Politica e dell’Arte. Se così non fosse, questi due meravigliosi strumenti si troverebbero a condividere la medesima rotta.

Arte viene dalla radice ariana Ar: andare verso, muoversi in modo appropriato, ma anche comporre. Dalla medesima radice si hanno anche i termini Armonia e Origine. Così come dalla radice Ar abbiamo anche il termine sanscrito Rta che indica l’ordine cosmico. È sufficiente questo tratteggio etimologico per mostrare come l’arte testimonia la ricomposizione dell’Ordine primigenio dal Caos. È dall’imperfezione di questo mondo “di esilio” che si genera l’arte, infatti, il comporsi della terrestre molteplicità nell’unicità trascendente. L’arte è perciò opera unitiva.

La Politeia, di platonica memoria, è l’arte del governare affinché ciascuno possa trovare tutto ciò che gli è necessario al raggiungimento della felicità, ovvero della propria realizzazione umano-spirituale. La Politica quindi deve adoperarsi per comporre un ordine in cui ogni persona possa conseguire la propria vocazione. Tradizionalmente noi vediamo a capo di una civiltà il Re o l’Imperatore che viene chiamato con l’appellativo di Signore, colui che appunto tiene uniti i confini esercitando la giustizia. Egli è legamento, sacro e civile assieme, di un intero popolo. Non vi può essere dunque unità senza giustizia.

Secondo lo schema dell’albero delle sefirot, l’albero dei dieci archetipi divini suddivisi in tre triadi e una base che fa da “recipiente” a tutti gli altri, il triangolo centrale ha ai suoi angoli superiori la Giustizia e la Misericordia, nel suo vertice inferiore, la Bellezza. Da questo triangolo si ascende alla trascendenza divina: saggezza, intelligenza, corona. Al di sotto vi è invece il triangolo della realizzazione della creazione: vittoria, gloria e fondamento. Il triangolo centrale rappresenta dunque il medium fra la Creazione e il Creatore, il piano dei princìpi, delle leggi ontologiche liberanti. Non è forse tutta la Creazione un miracolo di Giustizia e Bellezza, amorevolmente circonfuso dalla Misericordia?

E se ancora guardiamo alle Civiltà tradizionali, da ultima quella che ha attraversato il nostro Medioevo, vediamo come esse si costituivano su un ordine tripartito. Al vertice la Casta sacerdotale, al centro la Casta regale, alla base la Casta delle Arti e mestieri: Sacerdotium, Regnum et Ars. Ordine esterno assolutamente gerarchico, ma che non escludeva che un artista (artigiano) potesse raggiungere anche le vette della profezia. Staticità esterna, dinamicità interna. Questo perché a differenza di noi moderni, gli uomini di quelle epoche percepivano chiaramente la società di cui facevano parte come un corpo che ha bisogno di ciascun organo per poter funzionare. Pertanto, sia la Religione che la Politica erano connesse all’Arte, perché questa è immagine estetica, e quindi anche etica di un popolo, di un tempo. Mostra la direzione di una civiltà, la sua stretta connessione con il divino. Gli innumerevoli capolavori d’arte sacra dei millenni passati sono qui a testimoniarcelo. Davanti ad un mausoleo, ad una cattedrale, noi vediamo l’intera immagine di quella civiltà, della sua armoniosa coniugazione del piano terrestre con quello celeste. Al contrario, una società priva di arte o nella quale l’arte ha perduto questa sua funzione è una società che si avvia all’implosione.

Se dunque guardiamo alla nostra, il finale pare scontato, ma non come molti credono. La rottura di questo legame fra Politica ed Arte, fra Giustizia e Bellezza testimonia il fatto che noi abbiamo perduto il senso dell’Armonia, di come le singole parti cooperino all’ordine del Tutto. E quando una parte soffre, l’intero corpo cade nella malattia. Non può esercitarsi pertanto la Giustizia se essa non si compenetra anche del principio della Bellezza. Nel primo capitolo della Genesi, nel dispiegarsi dell’atto creatore che ordina la Vita nell’universo, sta scritto che «Dio vide che la luce era bella (kalòn)».

Il materialismo che pervade subconsciamente la nostra era terminale ha un volto specifico: l’individualismo. Così noi abbiamo perduto il senso profondo della responsabilità collettiva, e laddove vediamo un malessere o una devianza, come ad esempio nell’arte moderna che quando non è dichiaratamente oscena è semplicemente inutile, non ce ne curiamo più di tanto, illudendoci di poter portare avanti la “macchina sociale” anche senza di lei. Non crediamo più che un organo malato – l’arte in questo caso – sia un segno-sintomo della malattia che pervade anche il resto del corpo. E non ci sentiamo chiamati ad esserne i “sacri medici”.

Paiono non sperimentare più questa unità di fondo del Cosmo e della Vita nemmeno coloro che vedono il lento sgretolarsi di “questo mondo”. Poiché, se da una parte la fine del presente eone – quasi certamente catastrofica – è provvidenzialmente preparata dall’Altissimo, gli uomini di buona volontà sono chiamati ad operare con ogni mezzo e senza risparmio di forze alla Restaurazione della Giustizia e del tradizionale principio di Bellezza. Traghettare il residuo di Umanità dal presente ciclo umano-terrestre, all’inizio del prossimo, presuppone che non solo si lotti e ci si sacrifichi per il Bene, ma anche per il Bello. E del resto non vi può essere alcun Bene che non assuma in sé anche le forme della Bellezza. Nel tumulto che lascia cadere a terra molte rovine, l’azione ha da essere innovatrice, con lo sguardo sempre fisso ai Nuovi Cieli e Nuova Terra che presto appariranno all’orizzonte. Non, dunque, ripetizione asfittica delle forme del passato, ma dinamica spinta trasformatrice.

Nessun rifiorimento spirituale, nessuna novità politica o culturale capace di elevare questa umanità dalla polvere dell’arida terra in cui si trova a soffocare, sarà possibile senza il vento dell’arte. L’arte è visione, è percezione sintetica e immediata. L’arte è immaginazione di ciò che sarà e che le parole stentano a descrivere. L’arte è profezia. Ora noi abbiamo bisogno di profeti ancor più che di legislatori. Abbiamo bisogno di lampi che taglino l’oscurità. Abbiamo bisogno di uomini che camminino lungo la strada tenendo per una mano la Giustizia e nell’altra la Bellezza. Abbiamo bisogno del coraggio di credere e testimoniare l’Armonia che stringe in un solo abbraccio l’uomo, la società e il cosmo. Dobbiamo procedere fiduciosi verso il traguardo della Rivelazione totale (Apocalisse), verso la caduta di tutti i veli che spalancherà i nostri occhi alla più bella e più giusta di tutte le visioni. Lì, ogni cecità verrà guarita e ogni paura verrà allontanata.

Foto: Duomo di Siena, interno

7 novembre 2022

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