Post fata resurgo: per un 2022 di gratitudine

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di Lorenzo Maria Pacini

È cominciato un nuovo anno. La cosiddetta buona educazione prevede che ci scambiamo gli auguri, ma cosa di preciso? Cosa augurare, quando attorno a noi tutto pare crollare inesorabilmente, mentre i governi mondiale procedono spediti nei loro mefistofelici piani ed ogni giorno che è trascorso dell’anno precedente ci siamo visti privare sempre più delle certezze costruire nella società in cui viviamo? Quale augurio, se non che la battaglia sanguinosa o l’auspicio di una tenace resistenza?

Il termine “auguri” deriva dal augurium, che proviene dal verbo augere, che significa “aumentare”, nel senso di far accrescere. Ad un primo sguardo, verrebbe da scongiurare, più che augurare, perché nessun sano di mente vorrebbe un aumento di tutto quello che stiamo vivendo; ma siccome ci piace essere folli, allora vogliamo cogliere questi auguri di cui ci siamo otturati le orecchie e riempiti la bocca – estendendoli anche alle famiglie con grande generosità – e ci caleremo dentro di essi. Sì, vogliamo un aumento. Un aumento non di stipendio, non di rabbia, non di delusione e sofferenza, bensì un aumento di gratitudine.

Qui crolla un altro mitologico paradosso: quale gratitudine davanti alla tragedia in corso d’opera? Non è forse già abbastanza il non aver ancora scatenato una guerra civile, dove uomo mangia uomo e la legge del più forte è l’unica norma di sopravvivenza? Proprio così, cari lettori: gratitudine. Essere grati per ciò che stiamo vivendo. Genericamente si è abituati a rendere grazie dopo aver vissuto qualcosa, non prima, ma al principio di questo 2022 d.C. vogliamo dire grazie sin da subito, portandoci avanti con i regali di fine anno (tanto non vanno mai a male i regali). Perché mai essere grati di tutto questo, che pare come uno scherzo del Padreterno?

Ecco il segreto, che forse non tutti i cuori riusciranno a comprendere: la gratitudine cambia le cose. È questa la chiave. Essere grati ci sintonizza sulla frequenza della bontà, dell’abbondanza, della bellezza, ci porta nella piena accettazione di un disegno divinamente ordinato per il nostro bene – non per quello che pensiamo sia tale, quando nemmeno ci conosciamo a sufficienza da dire con granitica certezza chi siamo veramente. Quale follia è rendere grazie per la sofferenza, l’oppressione, la privazione e i drammi di ogni giorno? Sembra quasi un’offesa a chi sta male e ai sacrifici fatti, non è vero? Anche questa egregora è un meccanismo da disinnescare: tutto è perfetto. Persino la sofferenza, il dolore, il male stesso sono funzionali alla manifestazione del bene e, soprattutto, al superamento di quella dualità che è propria di questa nostra dimensione esistenziale e che ci attanaglia tanto.

Tutto quello che stiamo vivendo, cari lettori, ci serve: per crescere, per evolverci, per tirare fuori il meglio di noi, per cambiare finalmente questo mondo. E quando riceviamo ciò di cui abbiamo bisogno, si è grati, no? Come possiamo pensare di creare un nuovo mondo, se non siamo disposti a vedere crollare totalmente quello vecchio, sperimentando la gratitudine per questo processo di trasformazione? La morsa stringe e stringerà sempre più, fino a che la cernita non sarà compiuta e il meglio – e solo il meglio – di tutti noi sarà tirato fuori. Le maschere cadranno una ad uno (e molte già le abbiamo viste cadere nell’anno passato), gli eroi diverranno demoni, i demoni diverranno angeli, i dogmi saranno briciole d’opinione e le idiozie saranno i capisaldi dei nuovi pensieri, tutto manifesterà il contrario di tutto. Persino i nostri politici tanto detestati in verità ci fanno del bene, quel bene che noi non comprendiamo perché abituati a guardare con lo sguardo limitato della nostra personalità, tralasciando quello infinito dell’anima.

Davanti a questa devastazione, opporsi o lasciarsi trasformare? C’è una leggerissima differenza fra le due cose. Entrambe possono essere mosse da un’intenzione positiva: combattere per opporsi al male e difendere il bene, e lasciarsi trasformare non soccombendo al “sistema” ma sfruttandolo per creare una nuova società. Spetta a noi da che parte stare, quale metodo scegliere. C’è chi ancora vive nell’angoscia di una contrapposizione violenta e radicale, che inevitabilmente genera una sofferenza maggiore al necessario e, il più delle volte, non porta ad altro che isolamento, fatica e sconfitte; ma c’è anche chi coglie la bellezza sotto al male che ci affligge e, sfruttandolo per la propria crescita, diviene pioniere di un nuovo modo di essere umani, di essere umanità.

Allora, al principio di questo 2022, proviamo a fare una esperienza di Resurrezione: risorgiamo ogni giorno attraverso la gratitudine.

Alzatevi la mattina e ringraziate per ciò che avete, e se non avete nulla ringraziate per il fatto di non avere nulla, perché, evidentemente, il motivo per cui non avete nulle è che usereste male le cose, per cui è un bene che non abbiate nulla finché non siete pronti interiormente. La gratitudine è un pilastro del lavoro su di sé. Oltre alla gratitudine c’è la fede, ossia la capacità di sentire che qualunque cosa vi riservi la vita è sempre la cosa migliore per il vostro cammino evolutivo. Una persona che prova gratitudine, ha fede e sente sicurezza dentro di sé diventa invulnerabile, inarrestabile, un punto di luce, un faro per chi la circonda. Abituatevi a provare gratitudine fino alle lacrime e la vostra vita verrà capovolta nel giro di pochi mesi.

Risorgiamo dalle ceneri di una vita passata a considerare le cose come se andassero sempre male, di un anno trascorso nel lamento e nell’angoscia di un sistema che ci vuole schiavi non solo dei pass, dei microchip e delle corporation, ma soprattutto della nostra oscurità interiore, che rendo buia ogni cosa attorno a noi. Risorgiamo ricordandoci che non vi è morte senza vita, così come il vecchio anno ha ceduto il passo al nuovo per darci un altro inizio.

Il mondo non ha bisogno di essere cambiato con le guerre, le nostalgie o le follie ideologiche, il mondo si cambia dal dentro, a partire da ciascuno di noi. Se queste parole risuonano in voi, siatene grati. Risorgendo noi, faremo risorgere il mondo.

 

“Karamàzov!”, gridò Kòlja. “È vero quello che dice la religione, che resusciteremo dai morti e, tornati in vita, ci vedremo di nuovo tutti, anche Iljùscenka?”.

“Resusciteremo senz’altro, e ci vedremo e ci racconteremo l’un l’altro allegramente e gioiosamente tutto ciò che è stato”, rispose Aljòscia a metà tra il riso e l’entusiasmo.

“Ah, che bello che sarà”, sfuggì a Kòlja.

[Fëdor Dostoevskij, I Fratelli Karamazov]

 

Buon anno di gratitudine!

E grazie a voi, per cominciare questo nuovo anno con noi.

Foto: Idee&Azione

1° gennaio 2021