Preghiera all’ordine

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di Lorenzo Centini

Quando si entra nel consorzio civile non si acquista solo un’immediata sicurezza. Non si cede la propria volontà per evitare di essere derubati da briganti, lasciati soli e non essere curati, perdere ogni cosa in modo incolpevole. La assoluta certezza che queste cose non possano accadere non può essere garantita nemmeno dal più provvidenziale e totalitario Stato onnipresente. Ci sarà sempre un predone sfuggito alla polizia, un medico infingardo, una calamità naturale pronta a togliervi tutto.

Ciò che acquistiamo è la ragionevole probabilità che queste cose non accadano. È lo spazio di possibilità che queste cose non accadano che noi acquistiamo rinunciando a portare armi, vendendo la nostra posizione e diventando un codice fiscale, pagando le tasse.

Noi acquistiamo non certezze ma spazi e tempi. Il tempo che riteniamo intercorrere tra questa inondazione e la prossima se il comune pulirà il fondo del fiume. Il tempo che risparmierò nel non fare la guardia alla mia proprietà perché ho pagato uno squadrone di polizia che arresterà i briganti che volevano attaccarmi. L’ansia che non investirò nella paura della mia salute se so di aver alienato una parte delle mie finanze per quella campagna di screening.

E su questo tempo risparmiato, questa ansia inutilizzata, la civiltà costruisce se stessa. Quell’ansia diventa voglia di imparare a dipingere. Quel tempo risparmiato potrebbe diventare a sua volta altro tempo ed energie risparmiato per altri. Quell’energia meglio spesa potrebbe diventare a sua volta la sicurezza per qualcuno di poter investire tempo ed energie per costruire una azienda che non avrebbero tirato su se avessero dovuto vivere nel terrore.

La civiltà richiede molto ma apre più spazi: è un moltiplicatore più forte e influente di quanto possiamo vedere. Il tempo che risparmiamo, le energie che ottimizziamo aprono possibilità nel futuro, spazi nel presente.

E questo, ovviamente, vale anche al contrario. Ogni passo indietro della civiltà organizzata sono tempo impiegato per difendersi, energie alienata per la paura, terrore gratuito. Tutte cose che divorano tempo, energie, sguardo prospettico. Il primo nucleo umano che decise di federarsi, deporre le proprie armi e farle detenere ad un Re non acquistò soltanto il tempo che risparmiava dal non fare la ronda: prese il fiato che poteva tirare per non dover più vivere nell’ansia di assalti notturni continui. E anche se codesta sicurezza non era assoluta, era sancita per una quota superiore a prima.

E questo vale ancor di più per le aspettative sugli altri. Lo so, ci danneggia la pressione che gli altri praticano su di noi, ma questa pressione è la forza che ci fa risparmiare l’ansia di non sapere l’altro come reagirà. L’etichetta, la sociabilità, le regole non scritte sono sbarre, ma non contengono solo noi, anche la nostra irrequietezza. Se ognuno di noi si comportasse con tutti come l’anima luminosa ed autonoma quale è, imprevedibile e distruttiva, vivremmo una faticosa di ricercatori di tesori. Bella, fondata, ma consumata nel cercare di decifrare l’altro. Le convenzioni ci salvano anche dall’eruzione costante degli altri, ci permettono di selezionare con chi eruttare. Anche qui, ci donano tempo, energie, ci tolgono ansie.

La civiltà umana è sempre in mezzo a codesto guado: la noia di essere al sicuro, la paura tremebonda di non esserlo mai. Noi adesso soffriamo della prima, vediamo i pericoli della civiltà-marea che si infila in ogni anfratto e sottrae dall’indeciso spazi sempre più ampi. Ma non vediamo, perché sono ipostatici, gli spazi i tempi e le energie mentali che abbiamo conquistato costruendo la civiltà e alienando libertà.

La civiltà e l’ordine sono come l’amore per il proprio partner: un tenero amore di cui spesso finiamo per vedere solo l’asfissia. Ma che sono fragili, bisognosi di continue cure e attenzioni, perché possono sempre finire.

Foto: Prettysleepy da Pixabay, modifiche di Idee&Azione

30 dicembre 2021