Propaganda e censura. La democrazia dello spettatore

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di Roberto Pecchioli

Il sistema non ammette più deroghe e discrepanze. È obbligatorio essere fedeli alla linea, come ai tempi dell’Unione Sovietica. L’unica differenza è che la linea è dettata dall’apparato propagandistico ideologico delle sedicenti democrazie occidentali. Torna in auge la censura e intellettuali di antico lignaggio liberale, come Angelo Panebianco, esigono dal pulpito di grandi giornali che non suonino più campane diverse. Si riferiva allo spazio eccessivo che, a suo giudizio, sarebbe concesso a posizioni non allineate con il mainstream sulla guerra in Ucraina. Una volta il professore avrebbe insegnato compunto che proprio questa è la democrazia, il diritto di avere, manifestare e divulgare liberamente idee.

Altri tempi, oggi sono graditi l’uniforme militare, l’elmetto e la velina ufficiale con il timbro della rifondata Agenzia Stefani, la voce del regime nel Ventennio. Si è detto spesso che la prima vittima delle guerre – con la popolazione civile – è la verità. Dal 24 febbraio assistiamo a un’immensa operazione di propaganda mediatica dalla quale è difficilissimo difendersi e impossibile orientarsi. Premesso che in guerra non ci sono innocenti, è impressionante il lavaggio del cervello dell’opinione pubblica, la demonizzazione di una delle parti in causa, quella sgradita all’imperialismo “buono” con epicentro negli Usa e ubbidienti colonie in Europa.

Eventi bellici, drammatici bombardamenti e drammi collettivi sono letti con lenti deformanti e spesso completamente ribaltati. L’ultimo episodio riguarda un ospedale dove sarebbe stato perpetrato un orribile massacro di civili, malati e bambini. La parte russa nega e noi non conosciamo la verità. I dubbi aumentano e qualcuno ha il coraggio di esprimerli. Si tratta della Commissione DuPre, ispirata da un gruppo di intellettuali di sinistra del livello di Ugo Mattei, Massimo Cacciari e Carlo Freccero. All’insegna del motto “dubbio e precauzione”, il gruppo valuta i fatti, a partire dal Covid, dalle vaccinazioni e dalle misure governative, e ora la guerra, con le lenti della ricerca della verità senza censure e senza pregiudizi. Del resto, così deve essere la ricerca del vero.

Apriti cielo: la Commissione è demonizzata e i suoi componenti hanno perduto in un colpo tutto il prestigio di cui godevano. Non si tratta di paranoici complottisti o estremisti iperventilati, ma di docenti, intellettuali – Alberto Arbasino avrebbe detto venerati maestri – con rilevanti ruoli accademici, politici, mediatici.  Fino a ieri. Adesso – con loro potremmo citare Giorgio Agamben, il filosofo italiano più conosciuto nel mondo – sono espulsi dal campo, trattati da pazzi, provocatori, quinte colonne del nemico. Preoccupa e sorprende anche il linguaggio bellico, violento, manicheo, senza sfumature, già sperimentato nella lunga stagione epidemica. La ripetizione ossessiva dell’Unico (unico il TG, unica la stampa, unica la politica) non ammette voci dissonanti, neppure da parte di chi è stato classe dirigente – politica e culturale – degli ultimi decenni.

Carlo Freccero, in particolare, uno dei massimi esperti di comunicazione, dominus di Raitre per anni, è accusato di avere affermato che tutto ciò che riguarda l’epidemia – narrazione, misure, orientamento generale delle scelte del potere internazionale – sono state dirette o concordate con il Forum Economico Mondiale e il suo presidente, Karl Schwab.  Freccero non ha scoperto nulla: ha messo insieme dichiarazioni pubbliche, documenti e libri legati al partito di Davos, traendone le conclusioni. L’intellettuale savonese è trattato come un cretino; immaginiamo che cosa provi a trovarsi dalla parte sbagliata dopo essere stato un artefice dell’egemonia culturale della comunicazione e dell’intrattenimento di sinistra. La sua colpa è di restare coerente a una visione diversa dal progressismo liberal, la cui vocazione egemonica ha definitivamente gettato la maschera.

Il suo intervento alla Commissione DuPre merita l’attenzione di chiunque abbia a cuore la verità e voglia capire i meccanismi reali del mondo, fuori dalla retorica e dagli interessi del potere. Tratta di propaganda e censura, due pratiche repressive del dissenso volte allo stesso risultato, funzionanti con presupposti diversi. “La censura colpisce chi si discosta dal mainstream. La propaganda invece crea il mainstream. Nel passato, nei media, prevaleva la censura. Ma, in qualche modo, la censura indica ancora vitalità e dissenso. Si censura chi conserva un pensiero autonomo, mentre la propaganda ha il compito di azzerare del tutto questo pensiero autonomo e divergente. Il Covid prima e la guerra oggi, hanno alterato la comunicazione trasformandola di fatto in propaganda. E in un messaggio propagandistico non c’è niente da censurare. Il passaggio dalla censura alla propaganda corrisponde ad una presa di parola del potere in prima persona. Nel discorso del potere non deve essere censurato nulla”.

Non solo il potere del denaro intossica la democrazia e mette il guinzaglio alla libertà. È il tempo della propaganda più sfacciata, condotta con il metodo dell’accumulo, della coazione a ripetere che forma il senso comune di masse acritiche sottoposte a una pressione schiacciante. Il potere si è reso conto che la censura desta reazioni e può generare opposizione, mentre la propaganda è in grado di creare unanimità e produrre nel tempo un abito mentale a cui è pressoché impossibile restare immuni. Occorre ripetere la IV tesi di Guy Debord nel fondamentale La società dello spettacolo. “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra individui mediato dalle immagini, una visione del mondo che si è oggettivata.” La realtà sorge dallo spettacolo e lo spettacolo è reale.  

Lo compresero prima di tutti due studiosi americani, Edward Bernays – inventore del termine propaganda nell’accezione corrente – e Walter Lippman, che introdusse il concetto di “democrazia dello spettatore”, teorizzando il ruolo passivo, di semplice recettore, delle masse, vezzeggiate come cittadini consapevoli, detentori del potere, nello stesso istante in cui erano vittime di indottrinamento, manipolazione, propaganda. I due, brillanti psicologi e sociologi, anticipatori delle moderne tecniche cognitive, nella prima metà del secolo XX lavoravano per il successo del modello socio economico e culturale statunitense. Furono i maestri di quelli che Vance Packard chiamò i persuasori occulti in un libro del 1957 che fece epoca.

Packard svelò la capacità di agire sui registri emotivi e sull’inconscio del pubblico, sul suo narcisismo, su quella che definì insicurezza emotiva, alla base dei messaggi pubblicitari, commerciali ma anche politici, ideologici, valoriali.  “C’è chi si comporta come se l’uomo esistesse solo per essere manipolato”, concludeva. Moltissima acqua è passata sotto i ponti e le tecniche, i mezzi, le capacità di modificare e falsare le credenze e i modi di pensare della massa hanno raggiunto altissimi livelli di perfezionamento. Il maggiore teorico della propaganda autoritaria fu Joseph Goebbels, la cui intuizione fu che la propaganda ha le sue radici nella paura.

Il governo attraverso la paura è ciò che viviamo da marzo 2020, alba dell’epidemia: paura della morte per contagio, accettazione dello spossessamento di sé, un nuovo “vissuto “basato sull’Altro come nemico, potenziale untore, e nell’’accettazione pedissequa dei comportamenti suggeriti/imposti dal potere: maschere, igienizzanti, distanziamento “sociale”, vaccinazione di massa, demonizzazione dei non vaccinati, trattati da assassini e sociopatici. La propaganda di guerra in atto dal 24 febbraio scorso è il prolungamento della narrazione pandemica: paura del nemico come minaccia alla libertà e democrazia, odio diffuso a reti unificate con esiti che sarebbero ridicoli se non fossimo dinanzi a una precisa operazione politico- antropologica di ampio respiro. La lezione di Bernays (nipote di Sigmund Freud) resta importante. Fu il primo a trattare indifferentemente propaganda e pubblicità. Venne incaricato dal governo Usa di organizzare la propaganda di guerra, dirigendo contemporaneamente la pubblicità dei maggiori gruppi industriali dell’epoca. 

La sua propaganda non si basava tanto sulla paura, quanto sulle teorie psicologiche di Gustave Le Bon e di Sigmund Freud sulle masse, i cui comportamenti funzionano in modo distinto rispetto a quelli degli individui. Fu Bernays a introdurre i concetti di “mente collettiva” e “fabbrica del consenso”. Non è difficile osservare che le masse non sono capaci di autonomia e tendono all’unanimismo. Il dissidente è espulso dal corpo sociale e può diventare un nemico, il “capro espiatorio” analizzato da René Girard. Chiunque dissenta è escluso dal corpo sociale. È il meccanismo utilizzato dal marketing, dalla pubblicità e dalla televisione (audience). La censura determina opposizione e frattura nel corpo sociale, mentre la propaganda genera il gregge. Da anni le oligarchie parlano dei popoli in termini zootecnici. Mario Monti disse: “la democrazia è una forma di governo sbagliata perché è assurdo che siano le pecore a guidare il pastore”.  

Nel gregge non può esistere libero arbitrio: il potere è saldamente nelle mani del pastore. L’opinione del gregge non conta, e del resto non è possibile che esista un’opinione autonoma in masse zoologiche eterodirette. Il potere – pedagogo e propagandista – ci illustra qual è il nostro bene. Sta a noi comportarci di conseguenza, ed è esattamente ciò che accade.

Ci ha colpito il commento di un politico ungherese d’opposizione alla vittoria elettorale (la quarta consecutiva) di Viktor Orbàn, bestia nera delle oligarchie liberal, di George Soros e dei gerarchi dell’Unione Europea. Orbàn avrebbe vinto in quanto controlla gran parte della stampa e dei mezzi di comunicazione magiari. In realtà nella nazione danubiana resta assai intenso l’attivismo anti governativo delle centrali globaliste, ma indubbiamente ci sono elementi di verità nel rassegnato commento degli sconfitti. Che dire, allora, della potenza di fuoco unanime dispiegata dalla propaganda filo occidentale, europeista, anti sovranista, liberista in economia, radicale sui temi etici, bellicista da quando è scoppiata la guerra?

Un bizzarro pensatore, Nick Land, lo chiama illuminismo oscuro, definendo “cattedrale” la centrale operativa globale che lavora al controllo delle masse e alla soppressione del pensiero. Con termini diversi e da un orientamento opposto, non è forse la stessa conclusione cui perviene Freccero? Oppure, per fare contenti benpensanti e non pensanti dovremmo dimenticare gli apporti di Debord e di chi, come Foucault, Baudrillard, Barthes e altri, ha analizzato le forme e le mistificazioni del potere nelle società liberaldemocratiche?

Soprattutto, dovremmo dichiarare esaurita la dialettica servo/padrone (ribaltata in padrone/servo) giacché adesso solo una delle due parti si arroga il diritto di parola e vanta una vittoria epocale? La lotta di classe, spiegò soddisfatto il miliardario Warren Buffet, “esiste e l’abbiamo vinta noi”. L’errore è pensare che sconfitto sia stato solo il marxismo. Il tallone del Dominio schiaccia tutti, qualunque sia la posizione sociale e l’orientamento ideale.

La grande novità, nelle posizioni della commissione DuPre – a dimostrazione di quanto siano inservibili i vecchi schemi ideologici, culturali e segnaletici (destra-sinistra, conservatori-progressisti), è di smascherare con sorprendente franchezza la radice oligarchica e neoliberale di tesi, avvenimenti, idee che per decenni sono stati patrimonio delle sinistre politiche, anche di ispirazione marxista. Parliamo del sistema di idee inaugurato nel 1972 dal rapporto del Club di Roma – legato al Massachusetts Institute of Technology – I limiti dello sviluppo, che inaugurava il modello neo malthusiano oggi vincente, segnalando – nel pieno dell’industrializzazione – i pericoli della crescita della popolazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e di sfruttamento delle risorse.  Sono temi che, mezzo secolo dopo, in piena Quarta Rivoluzione Industriale, porta avanti il sinedrio di Davos.

Nel Club di Roma erano già presenti i temi dell’Agenda 2030 e del Grande Reset, espressi senza infingimenti e con linguaggio chiarissimo. Evidentemente la propaganda ha svolto egregiamente il suo lavoro e le élite ritengono i popoli maturi per la transizione digitale (l’uomo-cifra) e il controllo da remoto (Green Pass, chip, card), un destino servile e post umano. Ne riparleremo in un successivo intervento, riflettendo sui meccanismi di persuasione che ci hanno resi spettatori paganti e plaudenti di un Truman Show di cui siamo le vittime.

Foto: Idee&Azione

6 aprile 2022