Putin ha intuito per tempo la trappola americana

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di Luciano Lago

Gli strateghi americani avevano previsto che la campagna di pesanti sanzioni contro la Russia, causata dall’offensiva in Ucraina, avrebbe stretto in isolamento il paese euroasiatico e gli stessi avevano prefigurato il crollo dell’economia russa per effetto di una grave crisi politica interna, che avrebbe favorito un cambio di regime al Cremlino o anche semplicemente avrebbe provocato il collasso del loro principale avversario.

Tutto questo non è avvenuto e i loro piani sono naufragati senza ottenere i risultati sperati. La Russia è stata in grado di resistere e trovare strade alternative, contando su un forte aumento dell’interscambio dei suoi prodotti energetici non soltanto con la Cina ma anche con l’India ed altri paesi emergenti con cui ha consolidato le sue relazioni e la cooperazione economica, scalzando di fatto le sanzioni occidentali. Il rublo si è rafforzato e la crisi valutaria che si aspettavano a Washington non c’è stata e tanto meno l’isolamento internazionale.

Allo stesso tempo l’Ucraina ha subito danni irreparabili mentre le economie dei paesi europei sono in fase di affossamento e recessione per la crisi energetica ed economica causata dalle sanzioni occidentali. La stessa economia statunitense sta subendo un processo di inflazione e recessione, oltre ad una riduzione del potere d’acquisto delle fasce medie della popolazione e maggiore emarginazione sociale. La prosecuzione del conflitto produce benefici e grandi profitti esclusivamente alle multinazionali dell’energia USA ed all’apparato industriale militare statunitense.

Sul piano militare, al di là di alcuni effimeri successi che le forze ucraine hanno ottenuto grazie al massiccio appoggio della NATO ed alle armi occidentali, come a Kherson, con la ritirata delle forze russe dalla sponda sinistra del Dnieper, la situazione per l’Esercito ucraino è quanto meno disastrosa. Se quella di Kherson può considerarsi a livello simbolico una vittoria, tuttavia è una vittoria di Pirro con la perdita di circa 10.000 effettivi neutralizzati nel corso di questa battaglia. Di fatto soltanto l’apporto ormai scoperto e massiccio delle armi occidentali e di militari stranieri, con reparti della NATO che hanno scambiato le mostrine con quelle ucraine (nel caso dei polacchi) o presunti mercenari arruolati tra le forze ucraine, molti dei quali sono istruttori travestiti britannici, tedeschi, georgiani e di altre nazionalità, riesce a sopperire alla carenza di organico nell’esercito ucraino. A questo si aggiunge il centro di comando e di controllo, l’intelligence e il coordinamento delle forze che sono interamente affidati agli USA ed alla NATO, senza dei quali le forze ucraine sarebbero al collasso.
In questa fase, Washington deve constatare che la Russia non ha ancora utilizzato tutte le sue capacità militari e ha introdotto un contingente molto limitato. Il rafforzamento del raggruppamento russo con lo stesso numero di soldati addestrati minaccia l’intera Ucraina di sconfitta totale. Le sole forze ucraine in tali condizioni non possono farcela.

Tutto questo, con l’arrivo dell’inverno e la distruzione delle infrastrutture dell’Ucraina, lasciata a corto di energia elettrica e di collegamenti ferroviari e stradali per effetto dei colpi ricevuti, lascia aperta la possibilità per il comando NATO di fare pressione su Zelensky in modo da fargli aprire le porte ad una possibile tregua, necessaria per riorganizzare le forze, per ricostituire le risorse del suo esercito.

Il comando statunitense ha necessità di una pausa invernale per riconfigurare il proprio complesso militare-industriale e potenziare le armi delle forze armate ucraine.

Senza 3-4 mesi di calma, gli americani e le forze Nato presenti in Ucraina potrebbero subire una schiacciante sconfitta. Pertanto, ci sono tentativi plateali di trascinare la Russia in un processo di negoziazione, tentando una parte significativa dell’élite politica russa di allentare le sanzioni, consentire una forma di commercio e persino restituire parte dei beni sequestrati. Questa è in realtà una trappola predisposta per ottenere il tempo necessario alla riorganizzazione delle forze Nato ucraine sul campo.

Il comando USA sa bene che la Russia si è preparata il più possibile per un’operazione offensiva su larga scala, che può concludersi solo con una vittoria completa. Sarebbe sciocco da parte della élite russa di congelare il conflitto in questo momento, indipendentemente dalle preferenze offerte dagli Stati Uniti.
D’altra parte il fine ultimo della élite di Washington è chiaro e manifesto: la distruzione della Russia e la decapitazione del suo vertice politico.

Da ultimo sono molto importanti le dichiarazioni rilasciate pochi giorni fa da Jamie Raskin, membro della Camera dei rappresentanti del Partito Democratico ed ex senatore del Maryland, il quale ha dichiarato:
“La Russia è un Paese ortodosso che professa valori tradizionali. Ecco perché deve essere distrutto, indipendentemente dal prezzo che paghiamo”.

Questo personaggio è un membro molto in vista dell’establishment politico americano, non è un predicatore isolato o un fanatico religioso e le sue parole rendono esplicito quale sia la mentalità diffusa e percepibile nell’ambito della élite statunitense nei confronti della Russia. Non ci sono vie di mezzo, si tratta di una lotta di annientamento che è iniziata da molto tempo e che, nell’idea dei neocons americani, si deve concludere con la distruzione della Russia e la decapitazione del suo vertice.

Tali affermazioni dimostrano che il conflitto in Ucraina non è solo il prodotto delle tensioni etniche nell’ex Nuova Russia, alimentate dalla cosiddetta Unione “Europea” e dalla NATO. Neppure si può catalogare come solo una lotta per l’egemonia mondiale tra l’impero anglosassone e i due colossi emergenti.

Se non bastasse, può essere utile ricordare le affermazioni fatte dal segretario di Stato USA Antony Blinken solo una settimana prima quando, parlando a un evento alla Stanford University, Anthony Blinken aveva affermato che “non si può permettere al mondo di rimanere senza la leadership degli Stati Uniti”. “Il mondo non si organizza da solo, gli Stati Uniti costituiscono la guida”.

Si intuisce da queste affermazioni più di altre quale sia l’indole e la visione ideologica primatista e razzista della élite di potere di Washington e si spiega meglio di tanti discorsi quali siano gli obiettivi di questa cricca di potere.

Questo conflitto ha anche la natura di una crociata ideologica condotta da una delle parti, che ha fatto reagire l’altra e adottare misure impensabili cinque anni fa.

Di conseguenza è facile spiegare perchè la attuale guerra in Ucraina è solo una fase acuta di questa lotta ed è una guerra esistenziale per la sopravvivenza non solo della Russia ma anche della possibilità che emerga un nuovo ordine mondiale non sottoposto al dominio delle élite globaliste e liberal anglosassoni.

Le proposte di tregua sono una trappola in cui Putin ed il suo entourage stanno dimostrando di non abboccare, visto che, mentre scriviamo, in concomitanza con il vertice del G-20 a Bali, un attacco missilistico di grande portata è in corso sulle infrastrutture dell’Ucraina e sulle forze e depositi logistici della Nato ivi presenti.
Questo attacco, uno dei più massicci effettuati dalle forze russe, è arrivato poche ore dopo che Zelensky si è rivolto al G20, incluso presente il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, e ha chiesto loro di fare pressione su Putin per porre fine alla guerra.

Tale attacco possiamo considerarlo la prima risposta di Putin alla trappola tesagli dalla élite di potere statunitense, la stessa che ha istigato la guerra in Ucraina per la distruzione della Russia.

Foto: AP

17 novembre 2022

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