Ritornare alla dottrina: l’insegnamento perenne del Papa San Pio

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di Daniele Trabucco

La Chiesa cattolica post-conciliare, in nome del nuovo modo di trasmettere la dottrina cattolica attraverso le “parole nuove” di giovannea memoria, ha portato sempre di più ad una prevalenza della prassi pastorale rispetto alla trasmissione della fede autentica, legittimando in questo modo errori, equivoci, fraintendimenti e il primato del soggettivismo etico sulla lex naturalis accessibile alla ragione umana.

Il grande Papa Pio X, pontefice dal 1903 al 1914, aveva intuito molto bene, come illustrato nella Lettera Enciclica “Acerbo nimis” del 15 aprile 1905, che “l’ignoranza delle cose divine” è la causa principale dell'”odierno rilassamento” degli animi e dei “gravissimi mali” che ne derivano. Il pontefice era conscio del declino non solo individuale, ma dell’intera società, determinato dalla carenza di una rocciosa formazione religiosa comportante inevitabilmente un’avanzata inarrestabile del pensiero positivistico e nichilista. Da qui, allora, la necessità di una adeguata istruzione catechistica, concretizzatasi nella promulgazione del Catechismo del 1912 per la Diocesi di Roma e utilizzato anche da altre realtà diocesane e ancora attuale in quanto “incuneato nelle verità eterne”, non solo per i fanciulli, ma anche per gli adulti. Non può, dunque, esserci fede vera, ma solo sentimentalismo emozionale e buonista (proprio di quei “cattolici” che si ergono poi a giudici impietosi di indimostrati e spesso infondati errori altrui, rilevando una profonda ignoranza delle “res divinae”) in mancanza di una sana catechesi. Se il fine ultimo della Ecclesia Christi, lo descrive in modo lapidario il canone 1752 del Codex iuris canonici del 1983, è la “salus animarum”, principio costitutivo dell’intero ordinamento canonico, allora è solo ed unicamente verso questo obiettivo che deve essere teso ogni sforzo pastorale.

La dottrina non è, allora, dottrinarismo, bensì il perimetro all’interno del quale si può rendere “ragione della speranza che è in noi” secondo la felice espressione contenuta nella Prima Lettera di Pietro. Un magistero “non dottrinale”, ma squisitamente pastorale quale quello di Papa Francesco è l’effetto, non la causa, del fatto che la gerarchia ecclesiastica, dal Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) in poi, ha voluto abbandonare la metafisica tomista, lasciando campo libero all’ambiguità…Quella che porta i nostri bimbi a non conoscere i dieci comandamenti o a non segnarsi correttamente con il segno della croce. L’ecologismo immanentista, l’immigrazionismo sfrenato, il pacifismo senza riconoscimento dei legittimi diritti dei popoli sono, ora, il nuovo “evangelo” di una Chiesa sempre meno “Mater et Magistra” con i suoi ministri che, ai “novissimi”, hanno sostituito le “res nova”.

Foto: Wikipedia

9 aprile 2022